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L'Indro
29 08 2013

Si rivolge al Presidente del Consiglio Enrico Letta, ai Presidenti di Senato e Camera Pietro Grasso e Laura Boldrini, e al Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, il Segretario del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE) Donato Capece. Chiede che «sia risolta al più presto la sempre più critica e drammatica situazione degli organici della Polizia penitenziaria». Sentiamolo: «La popolazione detenuta si attesta sempre sulle oltre 20mila unità oltre i 43mila posti letto effettivi delle carceri italiane con tutte le relative valenze di pericolo e di trattamento», ricorda Capece, «mentre gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria diminuiscono ogni anno di 800-1.000 unità, per ragioni fisiologiche, senza essere adeguatamente sostituiti».

Ne deriva che negli ultimi cinque anni sono venute meno circa 7.500 unità, compensate in minima parte dall'immissione in servizio degli agenti già volontari nelle Forze Armate. «E’ imprescindibile per il Governo», dice Capece, «l'assunzione concreta di impegni in materia di aumento di organico del Corpo di Polizia Penitenziaria. L'appello rivolto alle istituzioni è un grido di dolore che dovrebbe essere storicamente raccolto, perché al crollo fisico e professionale ci manca poco».

In questo senso un significativo allarme arriva da Domenico Nicotra, Segretario generale aggiunto di un altro Sindacato della Polizia penitenziaria, l'Osapp. Timori relativi all'ordine e alla sicurezza penitenziaria di uno dei carceri più “delicati”, quello palermitano dell’Ucciardone. «L'ordine e la sicurezza penitenziaria sono a rischio per l'insufficienza di poliziotti penitenziari. Ormai esiguo personale in servizio nell'istituto palermitano non riesce più a garantire i livelli minimi di sicurezza. È gravissimo che un importante presidio di sicurezza qual è un istituto penitenziario non possa adempiere al proprio mandato e questo perché negli ultimi anni nessun significativo incremento di poliziotti penitenziari sia stato disposto dal Dap».
 
Ucciardone paradigma della situazione generale delle strutture carcerarie italiane. Se la situazione dei detenuti, infatti, tra sovraffollamento e carenze igienico-sanitarie è divenuta ormai insostenibile e la condanna dell'Unione Europea in tal senso è giunta senza appello, come un coro unanime, quella degli agenti penitenziari (gli ‘altri detenuti’) non è di certo migliore: sottodimensionamento, stress, turni insostenibili e supporto psicologico carente costituiscono problematiche comuni all'intera categoria, la cui vita lavorativa è divenuta ormai impossibile. «I numerosi casi di suicidio tra i poliziotti”, sottolinea Nicotra, “rappresentano la manifestazione più drammatica ed evidente del fatto che i penitenziari sono divenuti strutture invivibili sotto tutti i profili: umano e lavorativo. Pochi agenti penitenziari, troppi detenuti: le carceri italiane sono sempre più bombe ad orologeria pronte ad esplodere».

La situazione delle carceri, dunque. I dati forniti dall'Associazione Antigone sono eloquenti e significativi. La piaga del sovraffollamento è tutt'altro che sanata: all'inizio di questo mese i detenuti dei penitenziari italiani erano 64.873, 17.414 in più della capienza ufficiale. Secondo le stime di Antigone, i posti letto sono ben inferiori ai 40.000 dichiarati. Poco meno di 30.000 persone vivono in spazi ritenuti degradanti dalla Corte di Strasburgo, che prevede regole molto chiare rispetto alla capienza e agli spazi da garantire a chi sconta una pena. Inoltre, i lunghi tempi burocratici accorciano la vita dei detenuti malati.

Il numero dei detenuti, dunque, non cala. Le presenze di reclusi nelle carceri italiane hanno smesso di crescere, ma non sono certo diminuite in modo significativo. Quale sia poi la capienza effettiva delle nostre carceri, questo nessuno lo sa, ma anche da documenti ufficiali del Ministero della Giustizia, si sa che il dato ufficiale è ampiamente sovrastimato, mentre il piano straordinario di edilizia penitenziaria continua a non produrre effetti.

Secondo le valutazioni di Antigone, il numero di posti letto è di molto inferiore a 40.000, il che stabilisce un tasso di sovraffollamento più alto di tutta la UE. Nelle carceri italiane la media dei detenuti è circa 170, ma i posti letto non sono mai più di 100. Poco meno di 30 mila persone quindi vivono in spazi ritenuti degradanti dalla Corte di Strasburgo. Per la Corte Europea non prevedere almeno tre metri quadri a persona nei luoghi di detenzione comporta la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea del 1950 sui diritti umani, che proibisce la tortura e ogni forma di trattamento inumano o degradante.

Sono, ad oggi, molte centinaia i ricorsi pendenti per questioni legate allo spazio insufficiente nei penitenziari italiani. La valutazione di questi ricorsi è al momento bloccata nell'esame da parte della Corte europea in attesa che l'Italia assuma provvedimenti sistemici. Entro maggio 2014 le nostre case circondariali dovranno necessariamente contenere tanti detenuti quanti saranno i posti letto a disposizione, in modo tale da porre fine allo scempio dei 30.000 carcerati che non possono civilmente seguire le norme stabilite al livello internazionale. E‘ credibile che in pochi mesi si possa fare quello che non si è riusciti a fare in anni? Evidentemente no. Inevitabile, dunque, il fioccare di salatissime condanne; risarcimenti a tutti i detenuti che faranno ricorso, e a pagare, alla fine della fiera sarà il contribuente, tutti noi. Se tutti e 30.000 i detenuti senza spazio vitale dovessero fare ricorso, il nostro Stato dovrebbe spendere circa 450 milioni di euro a titolo di risarcimento.

Non solo. Tra i tanti problemi che il sovraffollamento carcerario comporta, uno dei più delicati è quello della salute delle persone detenute, accentuato dalla mancata soluzione di alcuni gravi problemi emersi da quando la competenza della sanità dei ristretti è passata, nel 2008, dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. «Al trasferimento della sanità penitenziaria alle Ssn», spiega Fiorentina Barbieri, coordinatrice dello Sportello di tutela dei diritti di Antigone del carcere di Roma Rebibbia Nuovo Complesso «non ha fatto seguito un'adeguata pianificazione della gestione del settore da parte della Asl. Accade quindi che i ritardi e le carenze nell'assistenza dei malati acuti e cronici, le gravi carenze nelle attività di riabilitazione, le modalità inadeguate di distribuzione dei farmaci». Tutto questo solo a Rebibbia, con i suoi quasi 1.800 detenuti, un terzo dei quali oltre la capienza regolamentare.

Alcuni casi danno l’idea della situazione. R. N., 54 anni, con sospetto tumore alla prostata, attende da gennaio di eseguire una biopsia prostatica necessaria per la diagnosi. D. I., 37 anni, affetto da glaucoma bilaterale, totalmente cieco all'occhio destro, con parziale capacità visiva all'occhio sinistro da mesi non effettua alcuna terapia né è sottoposto a nessuna visita specialistica. H. I., 49 anni, zoppica per una frattura pluri frammentata al femore sinistro, ha subito diverse operazioni con trapianto d'osso, è alloggiato in cella con altre 5 persone e bagno alla turca, di cui non riesce a usufruire. C.I., 41 anni, non cammina a causa di interventi precedenti alla colonna vertebrale, convive con forti dolori, ma non è sottoposto ad alcuna fisioterapia né a terapia del dolore, se non con analgesici generici.

Non solo a Rebibbia, ovviamente; la situazione è generale. Dal carcere di Messina, Q.V., 34 anni, è affetto da una rara malattia alle spina dorsale che gli ha procurato una definitiva paralisi agli arti inferiori; è interessato poi da incontinenza orinaria e fecale, ma dichiara di non essere visitato da oltre 3 mesi. Da Napoli-Poggioreale, scrive D.G., affetto da neoplasia vescicole: chiede di essere curato per evitare la perdita dell'arto inferiore destro. D.P., detenuto obeso di quasi 200 chili racconta di essere stato prima alloggiato a San Vittore (Milano) in una cella al quarto piano senza uso di ascensore, con bagno alla turca, è stato poi trasferito nel vicino carcere di Opera, in una cella con un accesso al bagno troppo piccolo e, successivamente, spostato a San Gimignano, a 500 chilometri di distanza dai propri parenti, tutti residenti a Milano e costretto a dormire in un letto a castello molto stretto.

Desi Bruno, Garante dei Detenuti della regione Emilia Romagna, che ‘vive’ quotidianamente la situazione, parla di «carcere sempre più povero e sempre più misero, totalmente fuori dai parametri di legalità costituzionale e convenzionale e in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci sulla questione sollevata meritoriamente dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia con ordinanza 13.02.2013 relativa alla possibilità di non eseguire pene detentive in istituti che non garantiscono i parametri minimi di umanità del trattamento e delle condizioni di vita». Un carcere, aggiunge, che va «doverosamente ridimensionato nei numeri da provvedimenti di clemenza che specificamente dovrebbero prendere la forma della l'indulto, perché l'amnistia aiuta a realizzare le riforme del sistema penale e giudiziario, ma non riduce le presenze in carcere».

Non si può accettare un provvedimento di clemenza? Si tratterebbe di una resa dello Stato? Si chiede Bruno. «Forse la realtà descritta dalla sentenza Torreggiani della Cedu dell’8 gennaio scorso, o dall'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Venezia e quella che quotidianamente caratterizza gli istituti di pena italiani cosa rappresentano, se non la resa dello Stato di fronte alla impossibilità di garantire un livello minimo di dignità delle persone?. L'elemento decisivo che giustifica il provvedimento chiesto anche dall'attuale Ministro di Giustizia è dato proprio dalla consapevolezza che, in nessun altro modo, si potrà ottemperare alla sentenza Torreggiani e al limite temporale imposto per la messa a norma del sistema penitenziario. E allora si faccia, senza ipocrisia: senza attendere il sacrificio di altre vite umane».

E chissà che prima o poi, questa ragionevole proposta non riesca a farsi strada e convincere anche i più riottosi. Non foss’altro perché non si vede un’alternativa praticabile.
 

Ristretti Orizzonti
29 08 2013

di Antonio Sammartino (Garante dei diritti dei detenuti di Pistoia) 

In questi anni ho frequentato il carcere di Pistoia come volontario e da più di un anno in veste di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Ho avuto l'occasione di incontrare e conoscere da vicino la popolazione carceraria: detenuti con problemi di tossicodipendenza e di alcolismo che hanno commesso dei reati di piccola entità, altri, invece, reati ben più gravi come rapina, tentato omicidio, omicidio e reati di pedofilia.

Lo stato d'animo dell'osservatore esterno che, come il sottoscritto, si avvicina a tali realtà non è mai neutrale e sarebbe da ipocrita affermare il contrario. Inizialmente è più facile esprimere una vicinanza nei confronti di chi ha commesso un reato non grave e proviene da un contesto sociale e familiare disagiato, piuttosto di chi, invece, partendo da situazioni anche più favorevoli socialmente, ha commesso degli atti gravissimi, prevaricando con la violenza altri soggetti, fino ad arrivare, come in alcuni casi, a causarne addirittura la morte.

Ma aldilà delle comprensibili diffidenze, il carcere, per chi vuole ascoltare, permette di andare oltre e comprendere che esiste anche un'altra realtà rispetto a quella che ci viene narrata dai mezzi d'informazione. Esistono, infatti, sempre e comunque delle persone e queste, nel bene e nel male, non devono mai essere scambiate con le loro azioni.

Avvicinandosi e guardando in faccia chi si è reso responsabile di atti gravissimi scopri che dietro c'è sempre un volto e una storia da ascoltare (non da giustificare), e che questa narrazione restituisce all'autore dell'atto un senso di umanità e viene meno l'immagine del "mostro". È partendo dal senso di umanità, talvolta sopita, nascosta, residuale, ma comunque esistente, che potrebbe essere svolto un serio lavoro di rieducazione.

Ma il problema per tutti, di chi commette dei reati di piccola entità, come per quelli che commettono dei reati ben più gravi, è proprio questo, cioè il lavoro di rieducazione che all'interno delle nostre carceri non viene sufficientemente svolto, per mancanza di fondi, per mancanza di un numero adeguato di personale addetto a svolgere questo importante compito (il rapporto tra educatori ed agenti è nell'ordine di 1 a 100), perché, in una parola, l'Amministrazione penitenziaria non sembra interessata a rendere attuativa quella Riforma introdotta con la legge dell'Ordinamento penitenziario. Eppure la nostra Costituzione e la suddetta legge affermano nettamente che la pena deve tendere alla rieducazione, precisando anche che il trattamento dei detenuti deve essere personalizzato, rispondendo ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto.

La mancanza di sufficienti attività rieducative e risocializzanti è grave quanto l'obbligare le persone detenute a vivere in spazi ristrettissimi per gran parte della giornata.

Questa condizione ha determinato la condanna del nostro paese da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, per trattamenti inumani e degradanti rivolti alla popolazione carceraria italiana.
Inoltre non svolgere un serio lavoro rieducativo sui reclusi non rende una società più sicura ma aggrava e appesantisce il problema della sicurezza, favorendone ad esempio il fenomeno della reiterazione dei reati.

In qualità di Garante comunale dei diritti delle persone recluse, e quindi guardando alla dimensione locale e a quello che in tale ambito è possibile fare, anche alla luce dei nuovi provvedimenti legislativi, auspico che gli Enti pubblici territoriali possono predisporre un piano di lavori socialmente utili da riservare ai detenuti di Pistoia, impiegandoli anche a titolo gratuito nella tutela dell'ambiente, del verde pubblico, nell'agricoltura, nelle zone di montagna abbandonate.
Questo consentirebbe al detenuto durante l'espiazione della pena di rendersi utile socialmente riparando al danno provocato, di riabituarsi ad un'attività lavorativa e a risocializzare, in vista di una sua fuoriuscita dal carcere quando avrà terminato la pena.

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TgCom24
29 08 2013

Marcello Lonzi muore nel carcere di Livorno la sera dell'11 luglio 2003. Per la Procura si sarebbe trattato di "morte naturale", ma la madre, Maria Ciuffi, da 10 anni chiede "la verità" e ora ha deciso di ricorrere alla Corte di Strasburgo per avere giustizia

06:06 - "Al cimitero ho visto dove era mio figlio, ho fatto uscire dalla stanza tutti quelli che c'erano. Ho abbracciato la bara e ho detto: "Marcellino te lo giuro, qualcuno pagherà per quello che ti hanno fatto". E io quella promessa la rispetterò, costi quel che costi". Così Maria Ciuffi racconta a Tgcom24 la battaglia che combatte dal 2003 per far luce sulla morte del figlio Marcello Lonzi, 29 anni, deceduto mentre era detenuto nel carcere di Livorno.
Marcello Lonzi si trovava nel carcere "Le Sughere" di Livorno, per un una condanna per tentato furto. Muore l'11 luglio del 2003. Per la Procura si è trattata di un infarto, "cause naturali", ma la madre non ci ha mai creduto e ora porta il caso di fronte alla Corte dei Diritti dell'uomo di Strasburgo e, per sostenere la sua azione, ha lanciato una petizione online che, in meno di quattro giorni, ha già superato le 10mila adesioni.

"Marcello stava bene, non ha mai sofferto di cuore. Questo sarebbe già bastato per insospettire chiunque. Poi ho visto il corpo di mio figlio, i lividi, i segni e ho capito: nessuna morte naturale, qualcuno quell'infarto glielo ha fatto venire a suon di calci e pugni".

La Procura di Livorno ha però archiviato due volte le indagini sulla morte di suo figlio...
"Ho passato gli ultimi dieci anni a combattere, ho letto gli atti, ho parlato con chi era in carcere con mio figlio. Troppe lacune, troppe stranezze: sì il caso è stato archiviato due volte, ma sempre dallo stesso Gip. Per avere la riesumazione del corpo di Marcello e far eseguire un'autopsia da un medico di parte ho dovuto denunciare il pm di Livorno alla Procura di Genova, che ha disposto un supplemento di indagine. Ma più che un supplemento di indagine era un inizio: è venuto fuori che non era stato mai interrogato nessuno".

Cosa ha scoperto con i nuovi esami che ha fatto eseguire?
"Mio figlio aveva le costole rotte e non quelle che si rompono quando si fa il massaggio cardiaco per la rianimazione. Altre. Aveva un'impronta di uno scarpone sulla trachea. Aveva il polso rotto. Le foto mostrano chiaramente i segni di un pestaggio".

Perché pensa che le indagini siano state insabbiate?
"Ci sono troppe cose che non tornano e testimonianze contrastanti. Innanzitutto l'orario della morte. Stando agli atti, Marcello è morto alle 20.14. A parte che non torna con l'orario delle chiamate al 118, ho parlato con il ragazzo che era volontario sull'ambulanza. Ed è stato anche interrogato: lui è intervenuto di giorno non di sera. Lo dice e lo ripete. Ma i carabinieri, presenti durante la deposizione, volevano chiaramente che rispondesse altro. "Non è che era stanco per il lungo turno in ambulanza e non ricorda bene?" gli chiedevano".

A che ora sarebbe morto suo figlio secondo lei? Non ci sono stati testimoni del malore?
"Mio figlio credo sia morto nel primo pomeriggio. Tornerebbe con quelli che sono i risultati dell'autopsia e torna con molte testimonianze che ho raccolto. Ma spesso queste dichiarazioni sono completamente cambiate di fronte ai pm. Come quella del suo compagno di cella..."

Cosa ha sostenuto il compagno di cella di Marcello?
"Agli atti c'è questa dichiarazione: "Ho sentito un colpo, mi sono svegliato e Marcello era morto". Ma a me ha detto altro, ha raccontato che non era in cella, perché stava facendo la doccia, dopo aver lavorato tutto il giorno nella falegnameria del carcere. Però davanti ai pm ha cambiato versione perché aveva paura. Questo me lo ha ripetuto più volte: lui era dentro accusato di violenza sessuale, una di quelle accuse che in carcere gli altri detenuti ti fanno "pagare". Non lo aveva detto a nessuno e raccontava di essere dentro per un furto. Per quello ha cambiato versione, perché aveva paura, o è stato minacciato, che fosse svelata la verità".

E gli altri detenuti, non hanno visto o sentito niente?
"Mi è stato raccontato da un detenuto che il giorno in cui è morto, Marcello si era preso con un secondino la mattina, ma sembrava finita lì. Poi aveva mangiato. Subito dopo pranzo lo ha visto che lo portavano via. A volte capita che qualcuno sia chiamato in qualche sezione o reparto. Ma non è più tornato in cella. Alle 15.30, cosa molto insolita, hanno chiuso tutti i detenuti nelle celle e non le hanno più riaperte. Quando le celle erano chiuse, questa persona mi ha raccontato di aver sentito correre e urlare".

Cosa sarebbe successo secondo lei?
"Mio figlio è stato portato in isolamento. E lì è stato barbaramente picchiato. Tanto da fargli venire un infarto. Poi quando si sono resi conto di aver esagerato, hanno cercato di coprire tutto. Per quello hanno chiuso tutti in cella, per poterlo riportare nella sua, probabilmente già morto, senza che gli altri lo vedessero".

Ha avuto altre conferme in questo senso, altre testimonianze?
"Una donna, una ex detenuta in carcere a Livorno quando c'era anche Marcello, mi ha raccontato di essere stata avvertita nel pomeriggio, e non la sera, che era morto. Pensavano che fosse la sua compagna... E poi un altro fatto inquietante: una guardia sarebbe arrivato di corsa da un'infermiera che lavora a "Le sughere" e le avrebbe detto: "Corri corri mi è morto fra le mani". Naturalmente di questa testimonianza non c'è traccia negli atti. L'infermiera ha deposto in Procura, poi il giorno dopo è tornata al carcere e ha tentato il suicidio. Successivamente ha cambiato la sua deposizione".

E gli amici che Marcello aveva in carcere, si sono fatti un'idea di cosa sia successo?
"C'è poco da dire, mi hanno detto: "Maria è così, va così da sempre. A turno tocca a tutti, anch'io ho preso le botte. A me è andata bene. A lui no". Non hanno dubbi insomma che sia stato picchiato a morte".

Cosa farà adesso?
"Avevo fiducia nello Stato, credevo che ci proteggesse. Dopo tutto questo non crederò più nella giustizia. E' troppo evidente che qualcuno ha voluto insabbiare tutto questo caso. Mi scrivono spesso tanti ragazzi che mi dicono che hanno paura. Paura della polizia, paura di poter entrare in un carcere e non uscirne più. Ma mi scrivono anche dei secondini e degli agenti per chiedermi scusa, perché non tutti sono come quelli che io e mio figlio abbiamo incontrato sulla nostra strada".

"Adesso spero che l'appello alla Corte di Strasburgo porti a qualcosa. Io voglio solo giustizia, voglio andare a processo. La mia vita da dopo la morte di Marcello, non è stata più la stessa. Prima era la vita, dopo è stato solo il buio. L'ho promesso a mio figlio, chi gli ha fatto questo la pagherà. Costi quel che costi. Sono disposta anche ad andare in galera, ma qualcuno la pagherà"

Il Fatto Quotidiano
30 08 2013

Su Real time andrà in onda dal 9 settembre un programma dedicato alle teenager dal titolo “Guardaroba perfetto kids and teens”. Sulla base di un format consolidato per il canale del gruppo Discovery Italia, ci sarà l’esperta di fashion Carla Gozzi che visionerà gli armadi di ragazzine dagli 8 ai 14 anni, “insegnando i primi segreti di stile a queste fashion-victim in erba”.

La trasmissione non è ancora cominciata ed è già sotto accusa. Su change.org, piattaforma online gratuita di campagne sociali che ha portato, con la raccolta di 130mila firme, all’espulsione di Borghezio dal Parlamento europeo per le frasi razziste contro la ministra Cecile Kyenge è stata pubblicata la petizione per bloccare la messa in onda del programma. L’autrice dell’appello si chiama Roberta Zappalà ed è una blogger che si occupa di televisione, genere e minori. “Già dal promo che viene trasmesso a ritmo martellante su Real time – spiega Zappalà – si intuisce che “Guardaroba perfetto kids and teens” sarà privo di utilità sociale e culturale e avrà contenuti contrari a ogni principio, comunitario e non, volto a tutelare i minori nella loro formazione, informazione, crescita e libertà. La Convenzione sui diritti per l’infanzia e il Codice di autoregolamentazione tv-minori (e relativo Comitato) parlano chiaro in questo senso. Le ragazzine non devono essere condizionate da una televisione che fa passare il messaggio che look e moda siano tra le priorità della vita. Hanno invece bisogno di forme di intrattenimento non stereotipate, con contenuti culturali edificanti. Purtroppo Real time è un canale che sembra volto a proporre un prototipo femminile con i tratti della perfetta donnina di casa, maniaca dello shopping compulsivo. Uno stereotipo che comincia sin dall’infanzia, con “una educazione” che mira a una prematura e fittizia distinzione dei generi. Il punto è che le donne adulte sono libere di scegliere di vedere quello che vogliono mentre servono tutele per le minori con menti facilmente influenzabili”.

La petizione, che sta rapidamente circolando sui social network e che ha raggiunto le 500 firme, è indirizzata a Laura Carafoli, vice presidente dei canali di Discovery Italy (tra i quali ci sono Real time, Dmax, Focus), che commenta così: “Quest’iniziativa mi ha colta di sorpresa. Mi chiedo come si possa criticare un programma senza averlo ancora visto e come si possa pensare, conoscendo il nostro canale, che ci sia un intento diseducativo. Accanto alle ragazzine ci saranno sempre le madri e Carla Gozzi, che da anni è molto attenta al rapporto tra bambine e moda, non insegnerà loro a diventare delle fashioniste consumiste ma a vestirsi al meglio usando i capi che hanno già nel loro guardaroba e aiutandole, con utili accorgimenti, a migliorarlo. Il modello di riferimento non sarà assolutamente la velina ma semmai si insisterà sul fatto che non è necessario omologarsi per avere uno stile interessante”.

Sui social network infuria la polemica. C’è chi la pensa come la vice presidente di Discovery Italia e chi, invece, ribadisce il carattere sessista del programma rivolto com’è a un target esclusivamente femminile. Critiche arrivano dai blog di Loredana Lipperini e di Un altro genere di comunicazione.

Carafoli spiega i motivi della scelta di avere come riferimento le teenager. “Ci rivolgiamo alle ragazzine perché l’85 per cento del pubblico di di Real Time è costituito da donne e i programmi pomeridiani – questo andrà in onda alle 14.30 – sono modellati su quelle che possono considerarsi passioni più femminili e che vanno dalla cucina alla moda e che vengono trattate con spirito di intrattenimento ma sempre con grande rispetto e toni educati. Queste trasmissioni, considerando anche la fascia oraria, sono molto più educative ed edificanti di quelle presenti su altre reti che invece sono dedicate al gossip, alle tragedie o a schermaglie tra concorrenti. E fanno comunque parte di quella che possiamo definire ‘cultura popolare’”.

Lipperatura di Loredana Lipperini
29 08 2013

Magari sarà un problema di noi frange radicali. Si intendano per frange radicali le titolari di blog che hanno espresso dubbi sul cosiddetto decreto legge sul femminicidio, come da definizione data da L’Unità del 27 agosto. Le frange radicali non hanno nomi e cognomi, a differenza di chi le rimprovera per i giudizi trancianti e poco responsabili, ma pazienza.
Comunque sia, alcune frange radicali confessano perplessità nei confronti, per dire, del nuovo programma in arrivo su Real Time, una variante di Guardaroba perfetto destinato alle bambine: come da definizione ufficiale, “Un modo divertente e colorato per insegnare i primi segreti di stile a queste fashion-victim in erba”. Quando la blogger La Donna Obsoleta (evidentemente anch’ella frangiuta e radicalissima) ha sollevato i propri dubbi, Real Time si è affrettato a dire che la propria intenzione non è quella di “denaturalizzare i bambini” (qualunque cosa si intenda con il termine denaturalizzare, ovviamente), ma di aiutare “le mamme” a utilizzare “creativamente” i capi del guardaroba. Magari, addirittura, evitando l’acquisto di “nuovi outfit”. Dicono (sui social network): ehi, che moraliste, queste frange radicali. Guardatevi il promo e giudicate voi.
Già che ci siamo, guardate questa illustrazione. Per spiegarvi da dove viene, lascio la parola a un’altra probabile frangiuta, Francesca, e alla mail che mi ha scritto:

“Ho appena ritirato i libri di testo di mio figlio (seconda elementare): hanno adottato, come l’anno scorso, Il tempo dei draghi 2, Francesca Fortunato, edizioni Minerva Scuola. Le immagini che ti mando si riferiscono al libro di Lettura”.

Cominciamo. Sirene.
Scrive Francesca: “Questa doppia pagina, come altre nel libro, propone all’allievo/a due personaggi fantastici,uno maschile e uno femminile, di cui sono presentate in modo “divertente” alcune caratteristiche: e propone di identificarsi. Se io fossi… una sirena; Se io fossi… Re Tritone.
E se io fossi… un’aliena in visita sul pianeta e leggessi questa scheda, che idea mi farei dei modelli femminile e maschile proposti da questo libro ai giovani terrestri maschi e femmine di seconda elementare?

Modello maschile (un solo esemplare)
PROFESSIONE: Re
LOOK : non menzionato
DOVERI: non menzionati
CAPACITA’: il suo castello è protetto da un “potente incantesimo”. Ha al suo comando diversi “aiutanti”: “squali come guardie del corpo” e messaggeri (”gamberetti viaggiatori”).
AAA: cercasi… un dipendente, cioè un giullare che lo intrattenga, e che se non riesce bene nel suo intento potrebbe essere, simpaticamente, “preso a codate” dal re.

Modello femminile (molti esemplari, ma intercambiabili)
PROFESSIONE: ? (però hanno “nomi vezzosi”!)
LOOK : tutte indistintamente “belle”, “affascinanti” “capelli meravigliosi” “coroncina con le perle”
DOVERI: Sono tenute a ripettare “alcune regole di comportamento sociale” cioè ben apparire e comportarsi in società (”non farsi vedere in pigiama” “non dire parolacce”).
CAPACITA’: voce meravigliosa
AAA cercasi: il principe azzurro!

In ambito magico non siamo messi meglio. “Nella paginata “Se io fossi… una maga, Se io fossi …un mago” si apprende invece che chi è dedito alla magia, qualora di genere femminile, per le sue pozioni non deve solo apprendere la chimica: deve saper anche “cucinare”, e pure “danzare”.
I maghi maschi invece non si sa che cosa devono studiare; viene detto che passano il tempo a scambiarsi “malefìci” nei loro club segreti, in cui pare si dilettino di crittografia”.

Conclude Francesca:

“Ecco, se tutto ciò avvenisse in un libro dove si offrono modelli di genere vari e aperti, magari penserei che sono io a essere esagerata, ad avere uno sguardo troppo critico. Ma in questo libro, dove quasi tutte le donne adulte sono mamme, e persino la Fata Madrina, invece di fare magie, lava piatti e prepara brodini; e le fantasme si preoccupano del bucato dei lenzuoli dei loro figli; e dove ben tre favole proposte finiscono con una protagonista femminile gentile e buonina che trova l’happy end col principe azzurro, mi sembra che pagine come queste siano particolarmente brutte e poco educative”.

La frangiuta radicale che è in me pensa che questo sia IL problema. Magari, invece di lodare il partito di governo per quanto è stato bravo e attento a sfornare un pacchetto sicurezza agostano, due paroline su questo? Una? Mezza?

 

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