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La Stampa
28 05 2013

E Roma dovrà risarcire i detenuti

L’Italia ha un anno di tempo, a partire da oggi, per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri e prevedere dei rimborsi per i detenuti vittime del problema. E non può più opporsi in alcun modo alla richiesta che le viene dalla Corte europea dei diritti dell’ uomo, perché proprio oggi la Corte di Strasburgo ha rigettato il suo appello, confermando il verdetto contro l’Italia che aveva già emesso l’8 gennaio scorso.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha infatti rigettato la richiesta del governo di rinviare il ricorso Torreggiani ed altri davanti alla Grande Camera, rendendo così definitiva la sentenza già emessa a gennaio. Una decisione che è stata indicata da molti in Italia come un’occasione per mettere finalmente mano a problema troppo a lungo sottovalutato e che secondo Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Partito democratico e componente della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, «e’diventato un’emergenza che mette l’Italia in una situazione disonorevole e vergognosa davanti all’intera comunità internazionale».

Nella sentenza dell’8 gennaio i giudici di Strasburgo condannarono l’Italia per aver sottoposto sette detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza a condizioni inumane e degradanti. Gli uomini condividevano celle di nove metri quadri con altri due carcerati e non avevano sempre accesso alle docce dove spesso mancava l’acqua calda. La Corte oltre ad aver condannato l’Italia a risarcirli con quasi 90 mila euro, ha anche dato al governo un anno di tempo per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri e introdurre nel proprio ordinamento misure che garantiscano ai detenuti di poter ottenere immediatamente un miglioramento delle loro condizioni oltre che un risarcimento per i danni subiti.

Nella sentenza i giudici sottolineano che spetta al governo italiano trovare le soluzioni più adatte a risolvere la questione. Tuttavia sollevano dubbi sulle misure prese sin dal 2010, in particolare con il piano carceri, e invitano le autorità italiane a mettere in atto misure alternative al carcere e a ridurre al minimo il ricorso al carcere preventivo. Se l’Italia non dovesse riuscire a risolvere la questione entro un anno la Corte di Strasburgo ricomincerà a esaminare le centinaia di ricorsi per sovraffollamento già arrivati e a multare l’Italia per il non rispetto dei diritti dei detenuti. E fonti sottolineano che dalla sentenza dell’8 gennaio la Corte riceve in media 10-15 richieste di informazioni sulle procedure per fare ricorso provenienti da tutti i carceri italiani.

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Huffington Post
28 05 2013


di Celeste Costantino

Oggi pomeriggio voteremo alla Camera il ddl di ratifica della Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Ieri una bella discussione in Aula è stata purtroppo rovinata dall'assenteismo di moltissimi colleghi e da sterili polemiche tra M5s e l'ex ministro Mara Carfagna.

Eppure il tema del contrasto al femminicidio non meritava un'aula semideserta. Non la meritava nemmeno Fabiana, sedici anni, ennesima vittima della violenza maschile: accoltellata e bruciata viva da un suo coetaneo a Corigliano Calabro. Per lei, prima della discussione della ratifica, abbiamo iniziato con un minuto di silenzio. E la Camera sembrava più silenziosa di altre volte. La presidente della Camera Boldrini non ha potuto che mostrarsi dispiaciuta per le tante assenze nell'emiciclo. Ma la discussione è cominciata: un confronto maturo, lucido e responsabile. Sebbene tanti deputati l'abbiano perso.

 

Quello che è accaduto a Corigliano - che alcuni giornali continuano a titolare colpevolmente "dramma della gelosia" - non è diverso da ciò che si consuma quotidianamente: quello che cambia ogni giorno è solo il nome, l'età, la provenienza geografica, lo stato sociale della vittima e del carnefice. Perché purtroppo quando pronunciamo la parola "femminicidio" ci riferiamo proprio alle tante Fabiane di questo Paese.

Troppo non è abbastanza. La Convenzione, che l'Italia si appresta a ratificare, sottolinea la necessità di iniziare un percorso culturale che parta dallo sguardo sociale sulle donne. Parta cioè dalla decostruzione di quell'idea per cui tutto dipende dai nostri comportamenti.

C'è ancora chi pensa che se fossimo donne ubbidienti e caste forse gli uomini non sarebbero così violenti: come se una prostituta invece meritasse di essere violentata, picchiata o uccisa. La verità è che "Troppo non è mai abbastanza", come ci ha raccontato Ulli Lust, facendoci vergognare del nostro Paese.

Donne pensate e immaginate come oggetti di proprietà, come cose da possedere. E più vivono condizioni di precarietà economica e sociale e più facile diventa la reificazione. Che c'è di meglio per esempio delle donne migranti? Badanti sequestrate dentro le case degli anziani che accudiscono. Famiglie italiane che pensano che pagando un lavoro comprano la vita di queste donne.

Ho intrapreso un viaggio per i centri antiviolenza del nostro Paese. L'ho voluto chiamare #RestiamoVive. La prima tappa è stata proprio a Cosenza al Centro Roberta Lanzino a pochi passi da Corigliano. Quel Centro qualche anno fa è stato costretto a chiudere la casa rifugio per donne maltrattate per mancanza di fondi. E sempre in questo viaggio al Centro Ester Scardaccione di Potenza ho ascoltato, tra le altre, le testimonianze di tante donne straniere a cui per lavorare veniva chiesto anche di accettare clausole non scritte come far godere sessualmente il malato o un parente vicino.

Decostruire modelli e stereotipi. Bisogna avere la capacità di ripensare un nuovo concetto di cittadinanza, per tutti coloro che nascono e vivono in Italia. Ed ecco perché un ruolo centrale in questo percorso lo rivestono la scuola e l'università, i mezzi di comunicazione, l'informazione. La Convenzione di Istanbul, al Capitolo III (dall'art. 12 all'articolo 17), parla proprio dell'importanza, per esempio, dell'insegnamento dell'educazione sentimentale, della formazione all'affettività per far sì che i bambini non seguano quelli che in tutti questi anni sono stati spacciati come elementi innati e che invece sono soltanto le costruzioni sociali e culturali del maschile e del femminile.

Bisogna mettersi dalla parte di tutte le bambine e di tutti i bambini. Un accesso alla scuola libero, pubblico e laico come ha stabilito il referendum a Bologna. In cui restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di autodeterminarsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso a cui appartiene.

Si deve ripartire da un'ammissione di colpevolezza da parte della politica, dall'atteggiamento miope di chi in questi anni ha preferito parlare di "sicurezza" e convocare Consigli dei Ministri d'urgenza quando era del tutto evidente che l'emergenza fosse strutturata e radicata. Da chi utilizza il corpo delle donne per portare aventi della propaganda razzista e moralista che non contrasta ma aumenta l'odio nel Paese.

Abuso mediatico del corpo femminile. Tra qualche giorno compierò 34 anni. Sono nata nel 1979, sono figlia della tv commerciale, mi sono imbevuta nel corso della mia vita di cartoni animati con principesse e streghe, telefilm americani con papà a lavoro e mamme a fare biscotti, programmi come "Non è la Rai". Sognavo da adolescente di essere bella come quelle ragazze e quindi lungi da me uno sguardo giudicante o bigotto nei confronti di chi investe sulle propria fisicità e sul mondo dello spettacolo. Ma oggi c'è un vero e proprio abuso mediatico del corpo femminile che viene associato a qualsiasi prodotto da reclamizzare fino ad arrivare addirittura a inscenare un femminicidio per pubblicizzare un panno per la polvere.

Faccio parte di quella generazione che ha ereditato dal movimento delle donne il concetto di libertà e di autodeterminazione e tanto altro ancora. E pensavo ingenuamente che quei concetti e quei diritti nessuno li avrebbe più messi in discussione. Oggi invece di parlare della precarietà come tratto della mia generazione - che figli non ne fa più perché non è neanche nelle condizioni di poterli fare - devo ancora stare qui a difendere la legge 194 dagli obiettori di coscienza e dai movimenti pro life spalleggiati da corpuscoli politici fanatici e anacronistici. E a rabbrividire sui dati dell'aborto clandestino.

Con la ratifica a Istanbul rinunciamo a tutto questo e proviamo finalmente a ridare dignità a Fabiana, a tutte le vittime, a tutte le donne e gli uomini di questo Paese.

Radio Ciroma
27 05 2013

“…Sono dunque una militante politica dell’impossibile, il che non significa che io sia un’utopista: voglio piuttosto ciò che ancora non è, come la sola possibilità di futuro…” (Luce Irigaray)

Luce Irigaray è filosofa, psicanalista e linguista, e attualmente è Direttrice di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi. Agli inizi degli anni ’70 diventa membro dell’EFP (Ecole Freudienne de Paris), scuola fondata da Jacques Lacan. Nel 1974 pubblica la tesi di dottorato, dal titolo Speculum. L’altra donna. Questo testo segna la rottura definitiva con il pensiero di Freud e di Lacan e più in generale con l”Accademia’ per la sua critica pungente nei confronti della psicologia tradizionale circa l’interpretazione della sessualità femminile. Nel 1982 ottiene la cattedra di filosofia all’Università Erasmus di Rotterdam, in seguito le sue ricerche la portano alla pubblicazione dell’opera Etica della differenza sessuale, lavoro che le farà guadagnare la fama internazionale. Nel 1991 è stata eletta deputata al Parlamento Europeo. Nel dicembre 2003 l’Università di Londra le conferisce la laurea honoris causa in Letteratura. Fra i suoi lavori ricordiamo: Io tu noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri 1992, Essere due, Bollati Boringhieri, 1994, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, 1994, Il respiro delle donne, Il Saggiatore, 1997, Oltre i propri confini, Baldini Castoldi Dalai, 2007, All’inizio, lei era, Bollati Boringhieri 2013.

Il pensiero di Luce Irigaray si e’ sviluppato in un vivo rapporto di scambio con la politica delle donne. Le tesi di Luce Irigaray hanno influenzato i movimenti femministi francesi e italiani ma, nonostante il legame con il movimento femminista, Luce Irigaray non ha mai aderito in modo esclusivo ad alcun gruppo in particolare. In occasione della Lectio Magistralis all’Università della Calabria ed ai microfoni di radio Ciroma, Luce Irigaray espone il suo pensiero circa la necessità di una nuova politica del desiderio, di una nuova etica fra esseri sessuati. Per Luce Irigaray, infatti, la differenza sessuale è il conoscersi, l’appropriarsi delle proprie caratteristiche e nel rispetto di esse, delle nostre e di quelle degli altri. Rispettare la propria differenza e le differenze altrui è la chiave per una convivenza pacifica e rispettosa.

Questo contributo è dedicato a Fabiana Luzzi. Perché l’autonomia di pensiero non può essere messa a tacere. Perchè l’unico modo per porre fine alla violenza diffusa è farlo insieme.


Il compito degli intellettuali, la necessità di ripensare la cultura greca: ASCOLTA

L’energia del desiderio: ASCOLTA

La relazione-fra-due: potenza e potenzialità. I limiti ideologici del concetto di ‘comune’: (prima parte) ASCOLTA

La relazione-fra-due: potenza e potenzialità. I limiti ideologici del concetto di ‘comune’: (seconda parte) ASCOLTA

Il corpo non una natura da superare ma principio di opera d’arte da completare: ASCOLTA

La politica del due come pratica quotidiana: ASCOLTA

Come utilizzare la prospettiva di L. Irigaray per scardinare l’eteronormatività dell’ideale repubblicano. Il diritto al matrimonio per le coppie omosessuali: ASCOLTA








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Scirocco news
27 05 2013

Ho letto stamane la lettera della nostra conterranea fuggita dalla Calabria. Ho letto le sue esternazioni su questa terra disagiata e barbara, dove gli uomini dettano legge e le donne sottomesse resistono come possono pregando di non generare altre condannate a morte ma figli maschi. Quelle stesse donne che cercano poi di facilitare la fuga delle loro figlie femmine, aiutate da quei padri che lavorano duramente per agevolare questa fuga. Ho inteso una contraddizione in questo suo dire: se i padri, in quanto uomini e padroni, sono quelli da cui fuggire perché poi lavorerebbero per far fuggire queste figlie il cui solo diritto è tacere proprio perché “fimmine”?

Leggendo quelle righe ho pensato che forse erano righe tratte da qualche novella ottocentesca di verghiana memoria, non può dipingere la Calabria di oggi e soprattutto le donne calabresi di oggi. Ma quel che più mi ha colpito è che tutte queste parole di condanna sono frutto dell’orrore suscitato dall’efferato delitto di Fabiana Luzzi. Mi ha colpito perché non sono riuscita a scorgere l’attinenza tra l’omicidio di una 16enne e il fatto che fosse nata in Calabria. Ecco questo non sono riuscita proprio a comprenderlo. Che un assassinio possa avere una marchio geografico e l’assassino avere nel proprio Dna il gene dell’omicidio perché nato in una terra e non in un’altra, penso sia quanto di più pernicioso possa diffondersi tra l’opinione pubblica.

Il perché un ragazzo di 16 anni si trasformi in un assassino a sangue freddo andrebbe forse spiegato dagli psichiatri, perché qualcosa deve scattare nella mente di qualcuno che può perpetrare un abominio simile perdendo la propria umanità. Ma pensare che tutto questo sia avvenuto per una sorta di cattiva eredità genetica indotta dal luogo in cui si nasce non solo sminuisce la portata del fatto criminoso ma induce uno sgravio di responsabilità che non possiamo permetterci.

Io sono nata in Calabria e sono una donna. E ho conosciute altre donne calabresi, fiere, forti orgogliose e combattive. E ho conosciuto uomini calabresi meravigliosi le cui figlie, mogli e madri sono e saranno sempre regine.

Il “femminicidio” è il frutto di una pessima percezione dell’altro come entità indipendente con propri pensieri e proprie esigenze, è frutto di un malato senso del possesso, e purtroppo per noi non possiede marchi geografici. Queste interpretazioni facilone e intrise di luoghi comuni pregiudicano il senso critico e impediscono una vera presa di coscienza. È come nascondersi sotto una coperta mentre fuori infuria la bufera. L’omicidio di una ragazzina è una barbarie ovunque avvenga, e non ci sono giustificazioni, o spiegazioni, antropologiche e sociali che tengano.

Non so perché la mia conterranea sia scappata dalla sua terra natìa, né se il suo vissuto l’abbia indotta a dipingere una Calabria da incubo, può essere che la sua esperienza l’abbia spinta a scrivere quelle parole. Ma non tutte siamo scappate da questa terra, perché forse non avevamo nulla da cui scappare, e se mai fosse vero quello che ha descritto è nostro dovere rimanere e cambiare le cose.

Arriva anche il commento di Renate Siebert: razzista e aberrante l’analisi della Chaouqui

“Una storia come questa potrebbe essere accaduta in qualsiasi altro posto d’Italia. Trovo assolutamente razzista e aberrante che si possa parlare, in questa vicenda, di specificità calabrese”. La sociologa di origini tedesche Renate Siebert, allieva di Theodor W. Adorno, già docente di sociologia generale all’Università della Calabria, vive da quasi 40 anni nella regione e, anche per questo, non mostra di gradire le tesi sostenute da Francesca Chaouqui, manager della multinazionale Ernst & Young.
Sulla vicenda della sedicenne uccisa e bruciata a Corigliano Calabro, Francesca Chaouqui ha scritto una lettera al Corriere della Sera in cui, dopo avere precisato di essere nata in un paese vicino al luogo teatro della tragedia, mette in evidenza la visione maschilista a suo dire predominante nella propria terra d’origine “nonostante la Calabria – dice – sia una terra matriarcale”. Chaouqui parla del rapporto uomo-donna come di “un binomio di mondi paralleli che non si trovano mai”.
“Per come conosco la Calabria – aggiunge Renate Siebert – devo dedurre che chi sostiene queste tesi è sostanzialmente razzista. Per questo non condivido che si possa parlare di specificità calabrese”.

Sud de-genere
27 05 2013

di Doriana Righini

“Complimenti signora, suo figlio è un bambino particolarmente riflessivo, buono e generoso“, mi dicono le maestre. Fino allo scorso anno, il bambino giocava molto volentieri con le bambine. Aveva almeno un paio di amichette con le quali passavano molto tempo, alternando giochi con le macchinine, con le costruzioni, puzzle, disegni e anche pentoline. Con le armi, mai. Non me ne aveva mai chieste in regalo, e io ho preferito non proporgliele. Le cose sono cambiate molto rapidamente da settembre, non dovrei sentirmi più una buona madre, pare. Con l’inizio della prima elementare, grazie ad un confronto più costante e serrato con gruppi di maschi coetanei, e a partire da quelle che potrebbero apparire piccole cose, il bambino: non ha voluto più indossare la sua felpa preferita (“il viola è un colore da femmine”), ha iniziato a fare giochi “nuovi” ( “stiamo facendo la guerra, dobbiamo catturare le bambine“), a fare considerazioni lapidarie ( “le femmine non possono costruire case, quello è un lavoro da maschi“), a biasimarmi per spostamenti al quale l’avevo abituato ( “e se parti dalle tue amiche, chi si occupa di me? le mamme stanno a casa a crescere i figli “). Poi, un giorno è tornato a casa e, raccontandomi della giornata a scuola, con uno sguardo dritto di sfida, se n’è uscito con una frase che mi ha lasciata impietrita: “le femmine fanno schifo“.

La mia prima reazione è stata chiederli da chi avesse imparato una cosa del genere e chiedergli perchè, secondo lui, “le femmine fanno schifo”. Lui è stato muto, ha distolto lo sguardo. Gli ho detto “allora faccio schifo anche io”. “Ma no, tu sei una mamma“. La situazione è ben peggiore, ho pensato. A quel punto gli ho ricordato che sono una “femmina” esattamente come le sue compagne, solo più grande di età, e tante altre cose che credo gli siano risultate condivisibili, anche se gli leggevo chiaramente in faccia che, di quanto stavamo discutendo, non gli sarebbe convenuto farne parola ai suoi compagni (cui non garba neanche avere un bacio dai genitori all’ingresso di a scuola, perchè non è abbastanza “maschio”).

Lo dirò molto francamente: delle convenzioni internazionali e delle petizioni nostrane, me ne importa ben poco. Viene da sé, che l’unica vera soluzione è quella ripetuta incessantemente da più parti : ossia quella di intervenire su quei ruoli stereotipati, su quei modelli culturali, che hanno dato pessimi frutti e che introiettiamo ogni giorno grazie a millenni di patriarcato (gli scettici lo chiameranno come meglio credono, ma la sostanza ci inchioda). Se, quindi, tra le soluzioni d’emergenza a breve termine, vi è il finanziamento ai centri antiviolenza (intesi come presidi di donne adeguatamente formati e laici); una di quelle, vitali, a lungo termine è senz’altro l‘insegnamento nelle scuole, a partire da quelle primarie. Da questo punto di vista, molto utile è un lavoro come quello di Serena Ballista e Judith Pinnock, dal titolo A tavola con Platone , per il quale hanno lavorato a partire dal primo premio Immagini Amiche dell’UDI.

Anche rispetto alla necessità di un corretto uso linguistico dei mezzi di informazione, sono stati spesi fiumi di parole: a muovere l’omicida, non sono passione, amore e gelosia, come se questi potessero venire considerate attenuanti che rendono i crimini piu’ efferati comprensibili , fin quasi a trovarne una giustificazione sociale, alla sensibilità comune.

I messaggi costantemente traslati, attraverso parole e allusioni, sono che: se ti stuprano è perchè in qualche modo te la sei cercata (cosa ci facevi a tarda notte in un locale di periferia? quanto avevi bevuto? non lo sai che ci si veste in maniera appropriata?); se tuo figlio ha stuprato è colpa tua, che sei la madre (non della famiglia, non anche del padre, non dei tempi, non della società, etc, è proprio colpa tua perchè a te – e solo a te- spetta la responsabilità di allevare i figli, un modo come un altro – questo- per dire: se nel mondo succedono cose terribili è colpa delle madri cui, da bravi angeli del focolare, spetta in toto l’educazione di futuri uomini e donne); se ti uccidono è perchè (poverino) era geloso, perchè anche tu ci hai messo del tuo (eri gelosa pure tu), perchè le perversioni relazionali sono il grande male dei nostri tempi, infine: “Perché la madre ha una storia con un direttore del Comune. Così lui ha vissuto queste corna pubbliche. Tutto il paese lo sa“.

Non riesco a leggere più nulla dell’assassinio di Fabiana. Qualunque commento sui giornali mi pare insensato e folle, al contrario del gesto dell’assassino per il quale nessun giornalista, credo, sia riuscito a mettere in evidenza le ragioni che affondano nella “nostra” cultura.

La violenza di genere è un fatto sociale e culturale, che trascende la dimensione privata, e che ha radici nella disparità di potere tra i sessi. Lo stupro è uno strumento di esercizio maschile sull’ affermazione della libertà delle donne. Parole che rimarranno vuote in eterno, se per le Istituzioni rimarranno solamente un mezzo per allargare bacini elettorali e se ciascuno di noi, donne e uomini, non sarà capace ad avvertire il peso di una responsabilità sociale così grande, che atterrisce, che uccide.

*****

Dall’ultima relazione del Centro contro la violenza Roberta Lanzino alla Regione Calabria, una breve analisi della situazione e una proposta di intervento:

<< Il Centro antiviolenza è anche baluardo culturale,perché dalla analisi delle situazioni di violenza prese in carico, nascono riflessioni sulle costanti che accomunano gli autori della violenza e le donne che la subiscono.

Da queste riflessioni emerge come la costruzione delle identità maschili e femminili sia approdata ad una opposizione esasperata e pericolosa.

Da qui la necessità di reinterrogarsi sullo stato della cultura patriarcale e sulla sua pervasione.”"ad oggi non possiamo più pensare la violenza sulle donne semplicemente come espressione del dominio maschile, ma come un tentativo ulteriore ,da parte dell’uomo, di riconquistare le posizioni che le donne stesse hanno messo in discussione,.(Stefano Ciccone in Una violenza strutturale)

Da questa consapevolezza nasce il desiderio e la disponibilità ad intervenire nelle scuole per sollevare, con la competenza che ci appartiene, il tema ella relazione tra i generi,

Purtroppo i dati dei Centri antiviolenza del 2012, ci dicono che sono in aumento i giovani autori e le giovani vittime.
Si sono analizzati casi “in cui si assiste ad una romanticizzazione della violenza proiettata nel mondo dell’adolescenza in cui spesso i sentimenti ed i rapporti sono vissuti in maniera estremizzata”

Nello stesso tempo, l’esposizione mediatica a cui i giovani sono esposti, sia quella subita dai video giochi dai media violenti, sia quella agita attraverso il mostrarsi sui social netwourk,li rende più vulnerabili ed incapaci di gestire situazioni complesse e pericolose.

Il Centro antiviolenza si propone come baluardo di una cultura contro la violenza per il rispetto tra i generi.
Con il sostegno e l’apporto delle discipline curriculari, la buona volontà degli insegnanti, facciamo entrare nella scuola una riflessione inedita che non trova spazio nei programmi scolastici.:la cultura di genere e i suoi cambiamenti.

L’unica vera prevenzione rispetto alla violenza di genere consiste nella formazione , nell’educazione all’affettività, ad una consapevolezza corporea positiva, ad una gestione razionale dei sentimenti di rabbia, frustrazione ed impotenza.

Vedere la violenza e combatterla è una questione di responsabilità alla quale nessuno può sottrarsi, tantomeno gli uomini e le donne delle istituzioni, lasciare soli i Centri antiviolenza o in condizioni di precarietà vuol dire non aver cura dei diritti umani delle donne.

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