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Arcigay
29 03 2013

Pubblichiamo, grazie al lavoro del gruppo traduzioni di Arcigay, la lettera a firma Elsa Fornero, Ministro italiano per le Pari opportunità, Joëlle Milquet, ministro belga degli Interni e delle Pari Opportunità, e Najat Vallaud-Belkacem, ministro francese per i diritti delle donne sulla necessità di una strategia europea di contrasto all’omotransfobia. La lettera è stata pubblicata dal quotidiano “Liberation” il 25 marzo 2013 in occasione della Conferenza sui diritti delle persone lgbt in Europa organizzata dal Governo francese con la collaborazione del Governo polacco a Parigi, il 26 marzo 2013.
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Una strategia europea contro le discriminazioni omofobe
Di Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Joelle Milquet, ministro belga dell’Interno e per le Pari Opportunità e Najat Vallaud-Belkacem, ministro dei Diritti delle donne e portavoce del Governo francese.

Il mondo moderno si è evoluto, riconoscendo sempre di più il diritto di ognuno a essere se stesso.
Gli omosessuali non dovranno più essere esclusi da questo progresso. Il diritto degli omosessuali a essere se stessi è, ancora oggi, uno degli ultimi diritti dell’uomo che la comunità internazionale non è riuscita a proteggere, nonostante i molteplici tentativi per riconoscerlo intrapresi in questi ultimi anni.
La dichiarazione per la depenalizzazione universale dell’omosessualità, presentata all’ONU nel 2008, ha costituito la prima tappa. Ciò che può sembrare un’ovvietà, tuttavia non si è dimostrata tale: 68 paesi hanno firmato l’appello e 57 l’hanno rifiutato; solo nel 2011 è stata adottata una prima risoluzione.

Ci riuniamo a Parigi in occasione della conferenza sui diritti delle persone LGBT in Europa per rifiutare questa fatalità e riaffermare i valori universali della libertà e del rispetto delle differenze individuali.

Nessuno può ignorare che nella maggior parte dei paesi del mondo per un omosessuale è pericoloso essere se stesso. Per due uomini o due donne è pericoloso tenersi per mano in pubblico. Gli omosessuali sono ancora perseguitati e repressi come fossero malati o criminali, in spregio alla dignità degli esseri umani che abbiamo posto all’inizio della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Le differenze di cultura o di tradizioni non sono una giustificazione in caso di violazione dei diritti dell’uomo. Tali diritti non accettano alcun compromesso. L’omofobia rappresenta una violenza per tutta la società, poiché essa impedisce rapporti liberi ed eguali fra gli individui, siano essi omosessuali o eterosessuali.

Facciamo appello a coloro che permettono ancora discriminazioni o violenze, o peggio, che considerano l’omosessualità come un crimine o un delitto, affinché rivedano la propria legislazione. Invitiamo coloro che credono nella libertà a riunirsi per la protezione contro le violenze e le discriminazioni commesse a causa dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Domani proporremo una nuova strategia sulla scena internazionale. Questa strategia si appoggia su tre pilastri.

Il primo pilastro è la definizione e l’applicazione di strategie nazionali di lotta contro l’omofobia. L’uguaglianza è sulla giusta strada nei nostri paesi. Essa non deve più aspettare. Affinché le violenze e le discriminazioni diminuiscano dappertutto, bisogna agire in numerosi ambiti: nella scuola, nel mondo del lavoro, nell’ambito della sanità, della sicurezza, delle prigioni, dei media e della comunicazione, così come in tutti i servizi e gli spazi pubblici. Non si può pensare ai giovani omosessuali senza pensare ai drammi che fa pesare su di loro l’omofobia ordinaria, quella degli insulti così come quella dei silenzi, quella della famiglia così come quella della società. Non si può rispondere a queste sfide senza agire in un quadro globale, che coinvolga tutti i poteri pubblici. La lotta contro l’omofobia deve diventare una politica di pieno diritto dei governi moderni. Noi ci impegneremo a tale scopo.

Il secondo pilastro di questo impegno è europeo. Gli Stati membri dell’Unione europea collocano il rispetto dei diritti fondamentali all’apice dei loro valori. Noi vogliamo tenere alti questi valori, la difesa della libertà e il rifiuto delle discriminazioni. Vogliamo ritrovare questi valori nella politica estera dell’Unione europea, che seguirà presto delle linee direttrici impegnate in materia. Vogliamo adottare una nuova legislazione europea contro l’omofobia per avere un quadro giuridico più efficace. Vogliamo vivere in uno spazio europeo, nel quale i diritti delle persone siano effettivamente garantiti, qualunque sia il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere.
Tutto ciò non può più attendere. Un simile rinnovamento è in corso in seno al Consiglio d’Europa, il cui Comitato dei Ministri ha adottato nel 2010 delle raccomandazioni su alcune misure, che mirano a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

Il terzo pilastro è il coordinamento delle nostre azioni su un piano multilaterale, in particolare nel quadro delle Nazioni Unite. La conferenza europea di Parigi non è un’iniziativa isolata. Contemporaneamente sono state organizzate altre due conferenze, una a Katmandu e una a Brasilia. “Se vuoi andar veloce, vai da solo, ma se vuoi andare lontano, vai in compagnia”, dice un proverbio francese. Contro l’omofobia noi vogliamo andare lontano. E’ per questo che noi ci andiamo insieme, riuniti con i partner europei, con i paesi del sud, con le organizzazioni internazionali e con le società civili.

Noi, europei, dobbiamo essere uniti e riunire il massimo di energie intorno a noi. Solo a queste condizioni potremo portare il progetto di un pieno riconoscimento del diritto di tutti i cittadini del mondo al rispetto della loro identità.

Notizie Radicali
29 03 2013

Il 26 marzo 2013 si è svolta a Parigi la Conferenza sui diritti delle persone lgbt in Europa, organizzata dal Governo francese con la collaborazione del Governo polacco.

Quella di Parigi, insieme alle prossime due di Brasilia e Katmandu, rappresentano le conferenze regionali promosse dall’ONU per monitorare l’andamento della Risoluzione 17/19 adottata dal Consiglio per i Diritti Umani il 15 giugno 2011[1], prima in assoluto prodotta da questo organismo sul tema della prevenzione e contrasto delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. Il 15 e 16 aprile prossimi ad Oslo (organizzazione a carico di Governo norvegese e Governo sudafricano) ci sarà la conferenza finale, che dovrà sintetizzare le indicazioni pervenute dalle conferenze regionali. Dopo questo appuntamento le procedure di monitoraggio e revisione continueranno in seno al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite per verificare la possibilità di reiterare la Risoluzione, eventualmente modificandola e implementandola.

Giova ricordare che questo percorso va in parallelo con quello attivato dal Consiglio d’Europa per la Raccomandazione sugli stessi temi adottata dal proprio Comitato dei Ministri nel 2010: finito il monitoraggio indipendente realizzato da ILGA Europe[2], e quasi concluso quello ufficiale del Consiglio stesso, sembra che entro l’anno si dovrebbero avere conclusioni in merito alla revisione, e l’eventuale ri-adozione da parte del Comitato. Questa Raccomandazione non va sottovalutata: certo non ha la forza di una vera e propria Convenzione, ma è stata sottoscritta da tutti i ministri europei e – soprattutto – i suoi contenuti sono saldamente ancorati nella giurisprudenza della CEDU che, per effetto di principi giuridici ormai acquisiti, hanno influenza diretta sulla giurisprudenza dei paesi che ne riconoscono la giurisdizione. Spesso lo dimentichiamo ma la sentenza della Corte Costituzionale e le sentenze della Corte di Cassazione italiane sui diritti delle coppie conviventi dello stesso sesso, non sarebbero state possibili senza precedenti pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione europea .

I risultati della Conferenza di Parigi (come delle altre conferenze regionali) sono sostanzialmente il riassunto delle questioni ancora aperte (moltissime) che le associazioni coinvolte hanno ampiamente documentato. Non ci sono state, quindi, conclusioni politiche, anche se lo stesso giorno è stata resa nota una lettera aperta, firmata congiuntamente dalla ministra francese, da quella belga e da quella italiana, che esorta i paesi e le organizzazioni a non abbassare la guardia nella lotta per i diritti umani delle persone lgbt, e contro ogni forma di sessuofobia, omofobia e transfobia.
Una encomiabile dichiarazione pubblica che si aggiunge ai molti appelli di altissimo livello e di bassissimo impatto concreto (per il momento) che negli ultimi sei mesi si sono succeduti, da Ban-ki-Moon in giù (o in su, scegliete voi).
Anche l’inattesa presenza del Ministro Fornero (inattesa dai pochi italiani presenti come da tutte le altre associazioni europee) può essere interpretata come il bicchiere mezzo pieno o come quello mezzo vuoto: io non avevo, e non ho, alcun dubbio sulla sincerità delle parole e dell’impegno personale del Ministro. Ma non possiamo non constatare che i risultati son pochi, e certo non aiuta aver dovuto lavorare con un parlamento sostanzialmente estraneo a queste tematiche (lo dico in generale, fatte salve poche lodevoli eccezioni). Riuscirà, per esempio, il Ministro a formalizzare, nelle pieghe di un Governo in scadenza, con un proprio atto la Strategia nazionale contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere su cui UNAR ha lavorato e le associazioni hanno offerto il loro contributo? E come si fa a non mettere a confronto l’impegno francese con quello italiano? Negli ultimi cinque anni, per iniziativa del Governo Sarkozy che l’attuale Governo Hollande ha confermato e rilanciato, la Francia si è fatta protagonista dell’iniziativa a livello ONU per la cancellazione del reato di omosessualità, ed ha costituito un fondo (insieme a Norvegia e Olanda) per l’implementazione dei diritti delle persone lgbt nel mondo. E non parlo delle iniziative a livello nazionale, come la prossima approvazione della legge sul matrimonio egualitario, l’approvazione già avvenuta della Strategia nazionale per il superamento delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere, e via elencando.[3]

Detto questo è bene non dimenticare i limiti degli organismi che si occupano di diritti umani: è sotto gli occhi di tutti come molti tra i paesi che fanno parte della Consiglio per i Diritti umani delle NU – e dello stesso Consiglio d’Europa – pur avendo sottoscritto le Convenzioni a cui tutti ci richiamiamo, se ne infischiano bellamente delle stesse e non solo continuano a sedere in organismi che dovrebbero censurare e denunciare il loro comportamento (qualche volta lo fanno, ma le conseguenze sono meno che blande) ma li dirigono anche e partecipano alle procedure di definizione dei lavori e dei documenti agendo, ormai in modo ufficiale, per limitarne l’applicazione. Si tratta di una realtà ben conosciuta da chi si occupa di diritti umani che negli anni hanno assistono ad una vera e propria escalation delle strategie difensive dei paesi che calpestano le dichiarazioni internazionali.

Oggi l’alleanza tra i regimi totalitari e fondamentalisti (le due caratteristiche vanno SEMPRE insieme) è palese sui temi che concernono le libertà personali di donne e persone lgbt, e può contare su una rete di ONG a cui non mancano nè risorse né competenze per limitare, in alcuni casi bloccare e ridurre al ridicolo, gli interventi e l’efficacia dell’azione internazionale. Un tale blocco coeso, saldato dall’influenza pervasiva delle confessioni religiose, cambia radicalmente lo scenario: non è detto che quanto è stato possibile solo due o tre anni fa oggi lo sia altrettanto. Questo rinnovato attivismo contro i diritti umani ha prodotto un autentico cavallo di Troia: la Risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani il 21 settembre 2012 su una “migliore comprensione” dei valori tradizionali nell’ambito delle attività necessarie per la promozione dei diritti umani è l’atto formale che tenta di dare copertura legale a queste azioni e rappresenta anche visivamente il fronte dei paesi alleatisi sostanzialmente contro i diritti umani. [4]

Torno però sul tema dei diritti umani delle persone lgbt ed il ruolo degli organismi internazionali: la constatazione che quando parliamo di diritti delle persone lgbt stiamo parlando di diritti umani (concetto che pare incomprensibile ai politici italiani, ed è entrato non da molto nel dibattito giuridico italiano) è ormai acquisita in questi organismi. Questo è un risultato davvero epocale, che le associazioni lgbt (internazionali, nazionali e locali) devono saper difendere, implementare e utilizzare nel loro lavoro quotidiano. E dobbiamo agli estensori degli Yogyakarta Principles (2007) ed al lavoro di ILGA (e ILGA Europe) innanzitutto, l’azione di pressione e sensibilizzazione costante su questo tema.
Per chi crede nel diritto, infatti, questi passi sono fondamentali, niente affatto ultimativi ma essenziali per accompagnare non dico i destini dell’umanità, ma proprio la realtà di tutti i giorni del nostro vivere quotidiano. Si pensi all’impatto che ha avuto la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’OMS!

Il secondo grande risultato ottenuto in questi anni è l’aver ottenuto il pieno riconoscimento delle associazioni lgbt: faceva un certo effetto a Parigi (ma accadrà lo stesso nelle conferenze successive) vedere sullo stesso livello tanti ministri, alti funzionari delle organizzazioni internazionali e delle loro agenzie e i rappresentanti di ILGA Europe, Transgender Europe e molte singole associazioni. Non sono particolarmente sensibile alle manifestazioni di eccessivo giubilo per essere stati finalmente accettati al tavolo dei potenti, ma di certo questo riconoscimento è una opportunità che deve essere utilizzata al meglio. E così è stato a Parigi dove non è stato concesso alcuno sconto ai rappresentanti dei paesi presenti, puntualmente incalzati da fatti e numeri precisi, che spogliati dagli orpelli delle dichiarazioni di principio hanno una forza argomentativa potente.[5]

Detto questo come non provare imbarazzo (fastidio e magari qualche cosa in più) quando si ascolta il Ministro della Giustizia della Serbia che “dimentica ” che nel suo paese i Pride non si possono svolgere, o quando parla un esponente del governo ucraino (a Parigi nelle vesti di Paese che detiene la presidenza di turno dell’OCSE) che fa finta di non conoscere la politica apertamente discriminatoria del suo Governo? Anche questi sono i limiti della liturgia ONU, solo parzialmente compensata dal fatto che avendo ILGA spinto per far invitare i rappresentanti delle associazioni di quei paesi, le loro signorie han dovuto rispondere (in genere balbettando) alle puntuali argomentazioni presentate.

E soprattutto: come non sottolineare la gravità del non essere riusciti a organizzare una Conferenza regionale in Africa? Nessun paese africano se l’è sentita, nemmeno il Sud Africa, che pure co-organizza l’appuntamento di Oslo (e sarà davvero interessante capire come giustificheranno questa ingombrante assenza proprio i sudafricani che furono i primi firmatari della Risoluzione del 15 giugno 2011).
Sappiamo che i difensori dei diritti umani in Africa vivono anni difficili, sotto il fuoco incrociato della poca incisività delle organizzazioni istituzionali e gli effetti, devastanti, della propaganda anti colonialista avviata da africani per lo più residenti nei paesi occidentali ed oggi diventata argomento comune sulle labbra di rappresentanti di ONG e Istituzioni. Aver acconsentito a ridurre i diritti umani alla stregua di una qualsiasi strategia di marketing per imporre il modello economico e sociale neo-colonialista è la colpa principale di tutto l’Occidente, che ancora non riesce ad uscire dai propri complessi di colpa per le orrende malefatte del passato. Ed il balbettio di molti degli attivisti e delle organizzazioni su questi temi non fa che legittimare tali tesi, con tutte le conseguenze nefaste che questo comporta.
Anche io penso che le strategie di coinvolgimento dei paesi africani debbano far tesoro della storia e delle tradizioni locali. E che dobbiamo fare tutti gli sforzi necessari per oltrepassare il muro che ormai si erge tra culture locali e culture democratiche sui costumi sessuali e le libertà personali. La grande campagna contro le mutilazioni genitali femminili promossa dal Partito radicale transnazionale e transpartito, coronata da un primo importante successo proprio all’ONU, sta lì a dimostrare che è possibile demolire false culture e drammatiche consuetudini. Non è ne facile ne breve, ma è l’unica strada che abbiamo per avviare il cambiamento che possiamo attivare.

Anche di questo parleremo a Napoli, durante il VI Congresso dell’Associazione radicale certi diritti, che dedica una tavola rotonda nel pomeriggio di sabato 6 aprile questi temi[6], nella speranza, anzi nella volontà di trovare le forze per poter continuare le nostre iniziative anche a livello internazionale.

*Presidente Associazione radicale Certi Diritti

Animabella
29 03 2013

di Cinzia Sciuto

Più ci penso e più la manifestazione dei poliziotti in solidarietà con i quattro colleghi condannati in via definitiva per la morte di Federico Aldrovandi - manifestazione inscenata proprio davanti al Comune di Ferrara, dove lavora la madre del ragazzo - mi pare particolarmente indegna. Cosa hanno voluto dire infatti quei (pochi, per fortuna) poliziotti, aderenti ad uno dei sindacati della polizia, il Coisp, con quel sit-it? Non rivendicavano tanto l'innocenza dei colleghi, quanto piuttosto una sorta di intoccabilità "di casta" degli appartenenti alle forze dell'ordine. Lo slogan della manifestazione era "i poliziotti in galera e i criminali fuori": che vuol dire? Forse che i poliziotti in quanto tali non possono talvolta essere anche dei criminali? Che gli uomini in divisa in quanto tali non vanno mai toccati? Che godono di una speciale immunità/impunità? Che per loro non vale il principio della "legge uguale per tutti"?

E poi la sciagurata scelta del luogo.
Non davanti al tribunale che ha emesso la sentenza di condanna, non davanti a un qualche commissariato di polizia, non davanti al ministero dell'Interno, ma davanti al Comune di Ferrara, proprio lì dove lavora Patrizia Moretti, la madre di Federico. E non altri che lei - la donna che non si è mai arresa e che ha per anni cercato verità e giustizia per la morte del figlio - era il bersaglio della protesta. Scelta altamente simbolica il cui messaggio, neanche tanto velato, aveva il sapore di una intimidazione mafiosa: come ti sei permessa di ingaggiare una battaglia contro dei poliziotti?

Per queste ragioni pare insufficiente la reazione della ministra Cancellieri: la semplice condanna a parole, per quanto convinta, non basta. Quei poliziotti - che in quanto tali non sono privati cittadini ma rappresentanti delle istituzioni - non hanno mostrato rispetto né per la magistratura, che in tre gradi di giudizio ha condannato i quattro colleghi in via definitiva per omicidio colposo, né per la madre del ragazzo che quei quattro poliziotti hanno ucciso. Bisogna avere il coraggio di dire che non meritano la divisa che indossano.

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29 03 2013

La Corte Suprema si esprimerà a poco sul quesito “Impedire alle persone omosessuali di sposarsi viola la parità di diritti fra i cittadini garantita dalla Costituzione americana?” Indipendentemente da quanto deciderà la Corte, il caso è servito ad approfondire e diffondere un dibattito, oramai già mainstream nella società americana, sul significato di parole come “famiglia” e “matrimonio”. Il caso è anche servito a costatare, ancora una volta, come una maggioranza in continua crescita di Americani sia favorevole alle nozze gay.

In Italia, anche se il numero di persone favorevoli alle nozze gay cresce ogni anno, ancora non è maggioranza. In parte, siamo una società più anziana, dunque meno aperta al cambiamento. In parte, i modelli positivi di persone gay, anche se in aumento, sono ancora meno ( e meno “al top”) che negli Stati Uniti. In parte, la battaglia per il matrimonio ugualitario è ancora settorializzata e i loro portavoce sono spesso proprio le persone gay, mentre negli USA da Hillary Clinton a Obama a Beyoncé, moltissime sono gli opinion leader eterosessuali che si esprimono in favore dei diritti del movimento LGBT.

A parlare poi chiaramente in favore di questo tema sono anche le femministe americane, argomentando che il matrimonio ugualitario è propriamente un tema femminista. Non sono state infatti le femministe a rivendicare per prime la necessità di una visione delle relazioni di genere più libera e basata sull’uguaglianza ed il rispetto tra persone, più che sulla replica di ruoli tradizionali? Non sono state loro a dire che la famiglia doveva cambiare, aprirsi, ammorbidirsi per aggiustarsi alle necessità degli uomini e donne di oggi? Non è questa liberazione, infondo, la lezione del femminismo che ha aperto la strada alle politiche sulle pari opportunità? Per quanto mi riguarda, il ragionamento non fa una piega.

Certo, ci sono anche le teoriche femministe che sostengono che il matrimonio è un’istituzione patriarcale e come tale andrebbe eliminata, invece che riformata. E anche se questa è una posizione rispettabile, non risponde alle necessità di milioni di donne e uomini che oggi vogliono fare figli, avere accesso alle proprietà dei loro compagni o delle loro compagne di vita, e via dicendo. E per tutte queste cose, il matrimonio semplifica le cose. E poi c’è l’aspetto sentimentale. Per molti, uomini e donne, eterosessuali e non, al di là delle necessità pratiche, sposarsi vuol dire fare una scelta di vita importante, parlare di un impegno e di un amore diverso da tutti gli altri e come tale riconosciuto non solo dalla coppia, ma dalla società.

Moltissime delle giovani femministe americane questo lo hanno capito e si sono schierate a favore del matrimonio ugualitario, mettendosi dal lato giusto della storia, dei diritti umani e del progresso sociale.

Anche in Italia c’è un avvicinamento tra femminismo e diritti LGBT (o LGBTQA, come si dice qui, aggiungendo anche le categorie Queer o Questioning e Asexual), ma mi piacerebbe che andassimo oltre. Vorrei che tutte le donne abbracciassero i diritti LGBT come parte della piattaforma di pari opportunità, capendo non può esistere una società che rispetta le donne nella loro diversità senza rispettare i diritti delle persone LGBT. Almeno in questo, gli Stati Uniti sono sulla buona strada, speriamo che l’Italia li segua.

 

Rassegna.it
28 03 2013

Ogni anno migliaia di bambine vengono mandate, dai loro stessi genitori, a lavorare nelle case della media borghesia marocchina. Una di loro, 14 anni, è morta ieri per gravi ustioni infertele per punizione dai suoi datori di lavoro

E' morta per ustioni di terzo grado su tutto il corpo una bambina di 14 anni impiegata come domestica presso una famiglia in Marocco. Le ustioni le sono state inferte, per punizione, dai suoi datori di lavoro, un poliziotto ed una insegnante.

La ragazzina, che il quotidiano Aujourd'hui le Maroc chiama Fatima, è morta domenica nell'ospedale di Agadir, a 600 chilometri a sud di Rabat. La morte di Fatima segue quelle di altre domestiche-bambine, un fenomeno che coinvolge, secondo quanto riporta l'Ansa 60mila bambine, costrette a lavorare in condizioni che sovente sono vicine alla schiavitù e con lo stipendio dato non a loro, ma direttamente ai familiari.

Alcuni mesi fa, Diego Minuti, per AnsaMed descriveva così il fenomeno: "La fanno passare per una tradizione, ma l'utilizzo di bambine per i lavori domestici, con il corollario di sfruttamento e violenze che questo fenomeno si porta dietro, è e resta una piaga per il Marocco, che si affanna, soprattutto dopo l'ascesa al trono di Mohamed VI, a cercare di dare di sé una immagine moderna e proiettata verso l'Occidente".

"E' difficile tracciare i contorni numerici di questo problema - scrive ancora Minuti - denunciato di recente anche da Human Rights Watch, perché ancora oggi ogni anno migliaia di bambine vengono mandate, dai loro stessi genitori, a lavorare nelle case della media borghesia marocchina. Spesso il loro pur esiguo stipendio e' la sola fonte di sostentamento delle famiglie. Denaro che non vedono nemmeno, perché passa direttamente nelle mani dei genitori. Lo stesso denaro che é anche il vincolo che le impedisce loro di ribellarsi, magari di denunciare quel che subiscono, nel chiuso delle mure delle case che accudiscono sin dall'alba e fino a sera, in un ciclo continuo, che le costringe a restare sempre sigillate in casa, ad eccezione di quando escono per comprare qualcosa per la famiglia".

Nel suo articolo, Minuti ricordava un altro episodio drammatico, avvenuto nel 2012. Quello di Khadija, altra "piccola schiava", ridotta in fin di vita dalle violenze cui la sottoponeva la figlia della padrona di casa. "Ma anche quell'episodio, seppure agghiacciante e commovente insieme, sembra essere stato dimenticato, quasi che la morte di una bambina di undici anni, uccisa a nerbate inflittele da una ragazza poco piu grande di lei, fosse la normalità".

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