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La Repubblica
29 03 2013

NEW YORK - Queste due settimane alla 57° Commission on Status of Women a New York, durante la quale la Fondazione Pangea era presente, sono servite a valutare quanto dirompenti potessero suonare certe espressioni, quanto controverse potessero apparire alcune raccomandazioni, quanto indigesti - e quindi emendabili - potessero suonare taluni accorati inviti se rivolti a certi Paesi. Due settimane a soppesare le virgole. Perché se la dichiarazione universale dei diritti umani sancisce che tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti, poi quando si entra nello specifico dei diritti delle donne di ovvio ed evidente resta ben poco.

Un altro passo avanti. Come dimostrano appunto le "Agreed Conclusions", le Conclusioni Condivise emerse dalla 57° sessione della Commissione sulla Condizione delle donne appena conclusasi. Ora, si potrà eccepire che se non si comincia in qualche modo, non si arriva da nessuna parte. E quindi, con una certa dose di fiducioso ottimismo, anche Fondazione Pangea - che ha partecipato alla sessione - ritiene che un altro passo avanti nel percorso diretto all'eliminazione della violenza nei confronti di donne e bambine sia stato fatto, così come è stato riconfermato l'impegno della comunità internazionale nel promuovere l'uguaglianza di genere e l'autodeterminazione delle donne.

La violenza di genere correlata agli stereotipi. "La violenza di genere è una forma di discriminazione che nega o ostacola il godimento da parte delle donne e della bambine dei diritti umani e delle libertà fondamentali e che è intrinsecamente correlata agli stereotipi di genere, i quali alimentano e perpetuano le diverse forme di violenza", si legge nella dichiarazione conclusiva, e grande importanza è stata data al lavoro di prevenzione: il lavoro con i giovani, per costruire nuove relazioni lontane da dinamiche di prevaricazione, controllo e violenza, per modificare atteggiamenti e abitudini che rafforzano gli stereotipi e le discriminazioni di genere; l'educazione alla sessualità, per dare alle giovani tutte le informazioni necessarie affinché possano decidere e vivere le relazioni con maggiore consapevolezza e responsabilità; il coinvolgimento di donne e uomini per accrescere la consapevolezza e contribuire insieme al cambiamento.

Sollecitate le condanne. Anche gli Stati sono nuovamente sollecitati a condannare fermamente ogni forma di violenza nei confronti di donne e bambine e "ad astenersi dall'invocare qualunque tradizione, costume e credenza religiosa per giustificare inottemperanze e carenze rispetto al loro obbligo di prevenire e proteggere dalle violenze". Significativa poi la riaffermazione e la tutela dei diritti riproduttivi, un terreno molto delicato su cui si è giocata una partita particolarmente difficile e combattuta (la stessa che lo scorso anno aveva impedito di raggiungere un accordo sul testo, determinando il grave insuccesso della 56° sessione della Commissione). Nel documento la Commissione ha ribadito infatti la necessità di garantire a tutte le donne l'accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva. Il risultato raggiunto indica quindi la determinazione degli Stati membri nel non voler interrompere o rallentare il processo né di intaccare le conquiste finora raggiunte, nonostante il tenace tentativo di alcuni Stati di tornare indietro e rivedere i passi intrapresi dalla Conferenza del Cairo (1994) in poi.

Una condivisione parziale. Ma come accennato, la condivisione del documento da parte di tutti gli Stati membri, ha prodotto anche lacune e criticità: nessun riferimento, ad esempio, alle donne lesbiche, bisex e trans; e nessun ripensamento sull'utilizzo dell'espressione "violenza domestica" a favore di "violenza nelle relazioni di intimità" che estenderebbe il discorso a tutte quelle relazioni non riconosciute ufficialmente o al di fuori della convivenza. Conclusa la sessione, si apre ora il capitolo più importante, quello in cui i governi nazionali, insieme alla società civile, dovranno tradurre i contenuti degli accordi internazionali in impegni e misure concrete per garantire diritti, libertà e dignità a tutte le donne e le bambine. Sta ora a tutti noi dare forza e senso a questo documento, lavorando insieme donne e uomini a partire dalla nostra quotidianità.

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Dinamo Press
28 03 2013

La denuncia dell’associazione Yo Migro e le testimonianze video raccolte in collaborazione con Esc Infomigrante.

È primavera inoltrata, poco meno di un anno fa, quando riceviamo la prima telefonata. A contattarci è un’operatrice sociale. Sta lavorando in un centro per minori non accompagnati, ci spiega. Aggiunge che i ragazzi ospiti del centro sono tutti stranieri e che non si tratta di una casa famiglia per pochi ospiti, come prevedono le disposizioni in materia di tutela dei minori. È un centro grande, di recente apertura, in estrema periferia. La struttura è piccola e fatiscente, il personale carente. I ragazzi sono parcheggiati lì dalla mattina alla sera: nessuna assistenza legale e psicologica, nessun percorso formativo, attese lunghissime e dagli esiti incerti per concludere l’iter di regolarizzazione (tutela e permesso di soggiorno). L’operatrice ci chiede d’inserire un gruppo di ragazzi nei nostri corsi d’italiano. Creiamo un modulo ad hoc. I ragazzi aumentano di settimana in settimana, sono in maggioranza africani, arrivati durante la cosiddetta “emergenza Nordafrica”.

Ci attiviamo per avviare un percorso a tutto tondo, che li metta in condizione di costruirsi un futuro. Non facciamo in tempo. Con l’arrivo dell’estate, i nostri studenti si volatilizzano. Di starsene parcheggiati non ne volevano sapere. I centri percepiscono dai 50 agli 80 euro al giorno per “accoglierli”, ma solo per ottenere la tessera dell’autobus i ragazzi hanno dovuto fare uno sciopero della fame. Idem per avere dei pasti accettabili. E così, appena parte la stagione della raccolta agricola, i nostri studenti finiscono tutti al sud. Nuove prede per il caporalato.

Ma l’afflusso dei giovani alla nostra piccola scuola non si ferma. Con l’inizio dell’autunno la domanda s’impenna. Ci contattano altri operatori: stesso scenario, stessa richiesta. Altri ragazzi arrivano per passaparola, altri ancora li intercettiamo in strada, a Tor Pignattara. Vogliono venire a scuola, anche loro ospiti di un centro per minori. Un altro centro ancora, sempre in estrema periferia. Cambiano però le nazionalità di questi giovani: adesso sono quasi tutti bengalesi.

Cominciamo ad avere un quadro più preciso. Contattiamo altre associazioni, avvocati, operatori, componiamo una prima mappatura. A quanto pare, a Roma e solo a Roma, contestualmente all’emergenza Nordafrica il Comune ha aperto una quindicina circa di nuovi megacentri per minori non accompagnati. Dove con “minori” si sottintende “stranieri”. I ragazzi italiani continuano ad essere ospitati in case famiglia. Gli stranieri, finiscono nei megacentri. Impossibile sapere esattamente quante e quali sono queste nuove strutture, ma secondo le nostre stime dovrebbero essere circa duemila i giovani stipati al loro interno. Buona parte dei centri sono legati ai canali di finanziamento dell’emergenza Nordafrica, che finisce formalmente a fine febbraio 2013. E il rischio che si smantelli tutto ci sembra elevato. Cominciamo a organizzarci: assemblee con tutti i ragazzi, colloqui individuali. Per non lasciarli soli e fare fronte insieme a ogni evenienza.

Ma ancora una volta, la realtà supera le peggiori previsioni. L’allarme scatta a inizio marzo. I nostri studenti sono nervosi e preoccupati. La storia che ci raccontano sembra assurda, ma cerchiamo comunque d’informarci. E scopriamo che la loro angoscia è più che fondata. La macchina messa in moto dal Comune di Roma è metodica e implacabile: il venerdì un fax del Comune trasmette alla struttura di accoglienza un elenco di 5 o 10 ragazzi, convocati in dipartimento per il lunedì successivo. Qui ai ragazzi viene offerta la possibilità di dichiararsi maggiorenni, lasciare immediatamente il centro e beccarsi un espulsione. In caso di rifiuto, il giorno seguente vengono sottoposti ad una seconda visita medica di accertamento dell’età presso l’Ospedale militare del Celio, e lì dichiarati maggiorenni. Allontanati immediatamente dal centro con in tasca un provvedimento di espulsione e una pesante denuncia penale per esibizione di documenti falsi, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. Reati molto gravi: un’eventuale condanna significherebbe non avere mai più alcuna possibilità di vita regolare in Europa.

Presi di mira sono, in questa prima fase, i “centri ordinari”: quelli finanziati direttamente dal Comune e non quelli aperti con l’emergenza Nordafrica – finanziati invece dal Ministero che, alla chiusura del pacchetto “emergenziale”, ha stanziato altri fondi per le strutture che accolgono categorie “vulnerabili” quali i minori stranieri non accompagnati.

Tutto giustificato, a quanto pare, da un’indagine avviata dalla Procura di Roma – con il pieno avvallo del Tribunale dei Minori e in accordo con il Comune – sui cosiddetti “finti minori”. Sembra s’indaghi su un nuovo e redditizio business, in un paese che non prevede nella sostanza alcuna effettiva via di regolarizzazione e continua ad alimentare l’ipocrisia della “lotta all’immigrazione clandestina”. Ovvero: come soddifare le pulsioni xenofobe e garantirsi al contempo uno sterminato bacino di manodopera priva di qualsivoglia diritto. E sarà esattamente questo l’effetto dell'operazione in corso.

Quello che lascia esterrefatti è che s’indaghi colpendo in primis e così duramente l’ultimo anello della catena, il più debole, chi dei traffici è innanzitutto vittima. Non ci risulta che dai ragazzi si cerchi di avere informazioni sull’ipotizzata truffa: una volta espulsi e denunciati, vengono semplicemente buttati in strada da agenti di polizia che non mancano di insultarli e terrorizzarli.

Intanto i circa 2000 ragazzi ospiti dei centri sono in preda al panico. È facile immaginare che, nel giro di qualche settimana, saranno tanti quelli che si allontaneranno, spaventati, dai centri per riversarsi per le strade della stessa città che ha speculato sulla loro “accoglienza”. E che adesso speculerà sulla loro condizione di irregolarità: lavoro al nero, posto letto al nero, vita al nero. Per la gioia di chi della tua clandestinità farà la sua fortuna.

Quando tutto questo sarà finito, quanti minori non accompagnati avranno ancora il coraggio di emergere? Quante giovani e giovanissime vittime di traffico o truffe saranno disposte a denunciare chi si è approfittato di loro? Sicuramente pochissimi. Gli altri troveranno nuovi faccendieri, pronti a vendergli a caro prezzo la speranza di un futuro migliore.

Con grande lucidità un ragazzo ci ha chiesto: perché giocano con le nostre vite?

Per maggiori informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Associazione di promozione sociale Yo Migro – Orgoglio Meticcio
Tra le attività settimanali di YoMigro presso il centro sociale Strike, la scuola di italiano per stranieri, lo sportello di consulenza amministrativa e legale e il centro di orientamento sanitario “Ambulanti”.

Si ringraziano Esc Infomigrante e Amisnet.org per il prezioso sostegno nella raccolta delle testimonianze.

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Il Grande Colibrì
27 03 2013

Destin Holmes, 14 anni, jeans larghi e berretto da baseball, si era iscritta alla Magnolia Junior High School di Moss Point (Mississippi) per imparare qualcosa e qualcosa, purtroppo, ha imparato davvero. Sin dal primo giorno i compagni l'hanno chiamata "la cosa" o "lui-lei", mentre gli insegnanti, più elegantemente, le si rivolgevano al maschile, incuranti delle sue proteste. Erano gli stessi insegnanti, d'altra parte, a vietarle di entrare nei bagni femminili e ad escluderla quando organizzavano gare dividendo la classe per sesso. Dopo due mesi di inferno, Destin ha tentato il suicidio. A quel punto, un responsabile della scuola reagì alle proteste del padre della ragazza, con parole chiarissime: "Io non voglio lesbiche schifose in questa scuola". Ora Destin studia a casa, con sua nonna. Darà gli esami da privatista.

La storia di Destin è talmente allucinante da sembrare unica, e invece non è neppure rara. Il Centro legale sulla povertà nel sud (SPLC) ha raccolto numerose testimonianze di persecuzioni simili in quell'istituto e in altri della zona. I responsabili scolastici, denuncia l'associazione, non solo "ignorano costantemente le gravi e generalizzate molestie subite dagli studenti LGBT", ma addirittura colpevolizzano, insultano e puniscono le vittime di bullismo. Se tutto questo non dovesse immediatamente cessare, l'organizzazione anti-discriminazioni è pronta a far partire una denuncia a livello federale.

Intanto l'Unione americana per le libertà civili (ACLU) sta combattendo contro un altro istituto superiore, la Sultana High School di Hesperia (California), dove sembra regnare un'omofobia forse un po' meno spietata, ma altrettanto malevola. Qui il personale docente e amministrativo della scuola è accusato di usare un linguaggio omofobico. Ad esempio, un insegnante avrebbe detto ad un proprio alunno: "Sei gay e nessuno vuole stare con te".

Qui, però, una ragazza come Destin non si sarebbe ritrovata completamente sola: alcuni studenti, infatti, hanno dato vita ad una Alleanza gay-etero, nonostante i ripetuti tentativi della scuola di ostacolare le attività del gruppo. Qui ora alcune studentesse, per sfidare l'omofobia dell'istituto, vorrebbero partecipare al ballo di fine anno indossando uno smoking e un ragazzo, invece, ha annunciato che arriverà con scarpe con il tacco. I responsabili della scuola hanno già fatto sapere che ammetteranno al ballo solo gli studenti con un abbigliamento giudicato tradizionalmente conforme al loro genere. Tutto ciò "viola il diritto alla libera espressione degli studenti e rappresenta una discriminazione di sesso e di genere proibita dalle leggi statali e federali", denuncia l'ACLU.

I media americani in questi giorni hanno anche raccontato la storia di Caylend Childs, studente di una middle school (scuola media inferiore) di East St. Louis (Illinois). Il ragazzino, che i bulli avevano già gettato nelle pozzanghere di urina di un bagno nei mesi scorsi, ha passato tutta una giornata scolastica con la scritta "frocio" sul collo, tracciata da un compagno con un pennarello indelebile. In questo caso, però, i responsabili educativi hanno promesso che faranno di tutto per individuare il colpevole e punirlo (Fox2now).

Per fortuna negli Stati Uniti stanno diventando sempre più numerose le scuole attente al tema dell'uguaglianza e ai bisogni dei propri studente LGBTQ*. Ad esempio Grant Magazine, il giornalino della Grant High School di Portland (Oregon), racconta con orgoglio la storia dei bagni unisex della propria scuola, creati per evitare disagi agli studenti transgender e accolti con soddisfazione dall'Alleanza gay-etero dell'istituto. Prima dei bagni unisex, racconta un ragazzo trans, "non bevevo liquidi dalle 6 del mattino alle 3.30 del pomeriggio. Se dovevo bere, andavo nei bagni delle ragazze: preferivo sentirmi a disagio lì che terrorizzato nel bagno dei ragazzi".

Eppure, sebbene i casi positivi siano in costante aumento, il quadro generale delle scuole USA rimane fosco: secondo la "Ricerca nazionale sul clima scolastico 2011", pubblicata sei mesi fa dal Network per l'educazione gay, lesbico e etero (GLSEN), l'82% degli studenti LGBTQ* afferma di essere stato insultato a scuola, il 38% di essere stato molestato fisicamente e il 18% di aver subito veri e propri assalti. Otto transgender su dieci e sei omosessuali su dieci ritengono che la scuola sia un luogo pericoloso per la propria incolumità. E pensano anche che sia un'istituzione disinteressata, considerando che solo il 40% degli studenti LGBTQ* ha denunciato ai responsabili scolastici almeno una volta le molestie o violenze subite da compagni omofobi o transfobi.

Repubblica Sera
28 03 2013


In un'intervista a Spiegel, l’artista tedesco Georg Baselitz ha sostenuto che le donne dipingono meno bene degli uomini. Non è il primo né l’ultimo a dirlo, anche Salvador Dalì ne era convinto, e per molto tempo non ci sono state quasi artiste che scolpivano.

Certi pregiudizi sono ancora attuali. Nelle aste internazionali, ad esempio, dieci dei primi artisti quotati sono uomini. L’unica donna che riesce a spuntare cifre alte quanto gli illustri colleghi è l’americana Cindy Sherman. Secondo il settimanale tedesco, che dopo la boutade di Baselitz ha condotto un’interessante inchiesta sulla discriminazione nel mondo dell’arte, gran parte delle mostre e degli eventi culturali organizzati in Germania nell’ultimo anno sono stati dedicati ad artisti maschi. Persino famose galleriste donne tendono a preferire opere di uomini perché considerano che hanno più mercato: vendono meglio.

Certo, il tema è controverso e non si può certo risolvere a colpi di quote rosa. Il museo Beaubourg di Parigi ha ospitato una mostra concepita esclusivamente con opere di donne dal titolo Elles. L’iniziativa non è piaciuta a molte artiste che si sono sentite rinchiuse in un ghetto, come una specie da proteggere. Essere selezionate in base al sesso è la negazione del talento.

Eppure vale la pena riflettere su questo dibattito nel mondo dell’arte, in barba al coraggio di osare, rompere le regole, esprimere l’anticonformismo.

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Il Fatto Quotidiano
26 03 2013

Secondo una recente indagine condotta su 1170 dottori di Milano e hinterland da Terre des hommes e Sbam, nonostante 6 volte su 10 venga intuito il disagio, nel 51,5% dei casi il personale medico sceglie di non denunciare perché pensa di non avere prove, di non essere preparato o teme di provocare conseguenze sulla famiglia

di Adele Lapertosa

Il sospetto ce l’hanno, eppure non denunciano: è quello che accade a molti medici quando si trovano di fronte al caso di maltrattamenti o abusi commessi a danno di bambini. Nonostante 6 su 10, tra pediatri e medici di base, intuiscano che qualcosa non va, oltre la metà (51,5 per cento) sceglie di non segnalare l’episodio all’autorità giudiziaria, perché pensa di non avere elementi sufficienti, non è preparato su come e a chi fare la segnalazione, o ha timore delle conseguenze sul contesto familiare. Il fenomeno emerge chiaramente da una recente indagine condotta da Terre des hommes e lo Sportello bambino adolescente maltrattato (Sbam) della clinica Mangiagalli di Milano, che ha sottoposto dei questionari ad un campione di 1.170 medici di Milano e hinterland.
 
”Tra i pediatri – spiega Lucia Romeo, responsabile Sbam – si sente l’esigenza di uno strumento basico, di un vademecum che spieghi come muoversi. C’è molta confusione. Del resto, per i medici che ora hanno 40-50 anni non c’è stata formazione all’università su questi temi”. Difatti, nonostante la stragrande maggioranza del campione (60 per cento) sia rappresentata da medici di lungo corso, con più di 50 anni d’età e un’esperienza professionale ultraventennale, quando si tratta di maltrattamenti, spesso confondono i segnali o non sono in grado di dare risposte corrette. Ad esempio, il 50% dà una definizione scorretta della sindrome di Munchausen by proxy (cioé quel disturbo mentale che affligge per lo più le madri, spingendole ad arrecare un danno fisico al figlio per attirare l’attenzione su di sé), collocandola tra i casi di discuria e non di ipercura, e solo il 27% sa inquadrare correttamente alcuni segni di discuria, mentre la maggior parte la confonde con altri sintomi.

E quest’incertezza e confusione, rileva Alessandra Kustermann, ginecologa e responsabile del Soccorso di violenza sessuale e domestica della Mangiagalli, “si nota anche tra i dati delle segnalazioni, emersi dalla ricerca. Tra il 2009 e 2011 sono stati infatti segnalati solo 318 casi di abusi, maltrattamenti e patologia delle cure”. I dati della procura di Milano confermano invece una realtà diversa. Tra luglio 2011 e giugno 2012, ”sono state 1.400 le denunce per maltrattamenti, e 800 quelle per stalking – precisa Pietro Forno, procuratore aggiunto del tribunale di Milano – Delle denunce di maltrattamenti, il 10% riguarda figli, spesso minorenni, e genitori. E poi ci sono 199 casi di violenza sessuale a danno di minori. Anche se a Milano c’è una rete efficace da parecchi anni, nella maggior parte delle regioni si denuncia poco e male. Spesso da parte dei professionisti sanitari c’è diffidenza nel mettere i minori in mano ai giudici”.

A livello italiano, gli studi epidemiologici mostrano che i casi di maltrattamento infantile variano da tre a sei casi su mille e le principali vittime di violenza sessuale sono le bambine. “I casi denunciati sono solo la punta dell’iceberg – conclude Federica Giannotta, responsabile diritti dei bambini dell’associazione Terre des hommes – Molte violenze non vengono intercettate neanche dai medici di famiglia e dai pediatri, e diventano evidenti solo quando sono ormai reiterate e hanno causato danni permanenti sui bambini. Nella maggior parte dei casi sotto i 13 anni a compiere le presunte violenze sessuali sono membri della famiglia, mentre sopra i 13 anni sono amici, conoscenti o sconosciuti. Fondamentale è quindi l’opera del pediatra nell’individuare le lesioni, è per questo è necessario che sia formato”.

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