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GiULiA
28 03 2013

Introduzione a "Nessuna più", raccolta di scrittrici e scrittori sulle violenze contro le donne, uscita oggi per Elliot Edizioni. I proventi a Telefono Rosa. Di [Marilù Oliva]

L'idea nasce dall'esigenza di trattare un tema drammatico e attuale come la violenza contro le donne e di tentare un progetto non solo culturale, ma anche ad effetto concreto (i proventi del libro andranno a Telefono Rosa). Anche i più refrattari devono abbassare la testa di fronte ai numeri: 137 donne uccise nel 2011, 126 nel 2012 - stime probabilmente destinate a salire, perché la cifra non è stata registrata da un centro di monitoraggio della Polizia di Stato, ma da organizzazioni volontarie. Nella maggior parte dei casi gli artefici di questi misfatti sono coniugi, compagni, ex mariti, ex fidanzati, persone che condividevano con le vittime abitazione, prole, sogni, progetti, oppure spazi fondamentali quali quelli del lavoro o del tempo libero. Tant'è vero che le armi sono diversificate, ma quasi tutte - eccezion fatta per pistole e fucili - riconducibili a una quotidianità domestica che rispecchia la gestualità tipica dell'altra metà del cielo. O a una condivisione antica, quando a uccidere è un cuscino premuto contro il viso. Si elencano svariati oggetti d'uso consueto, alcuni compagni abituali di lavoro, soprattutto femminile: coltelli da cucina, padelle, ferri da stiro, mattarelli, bottiglie, fili elettrici, fili di ferro per le balle di fieno, calze di nylon, spilloni, cinture, picconi, il manico del filtro della macchina da caffé, una mazza, cinghie, martelli, bastoni, forbici, fuoco.

Ecchimosi e lacerazioni rivelano percosse selvagge generate da una ferocia inaudita, forse repressa a lungo, certo non ascrivibile nella deviante locuzione raptus di gelosia. Così come non è il delitto passionale il movente, la passione non può portare ad assassini truci - spesso architettati, o comunque altre volte trattenuti se, come dimostrano le statistiche, il 10% di tali delitti ha come prologo ripetuti episodi di stalking - né ad uxoricidi davanti a bambini, figli di vittima e carnefice: la passione qui è bandita e lascia il posto al desiderio di distruzione, all'annientamento sorto dal bisogno autoreferenziale di imposizione - o possesso - nei confronti di chi non corrisponde al modello prefabbricato di femmina docile, remissiva, convergente anche quando vilipesa.

I primi dati 2012 dell'Osservatorio del Telefono Rosa dimostrano che, nell'ultimo anno, "la percentuale di donne vittime di violenza psicologica ha toccato il 72%, seguita dal 44% di quante affermano di aver subito violenza fisica. A queste percentuali si devono aggiungere, inoltre, i numerosi casi di minacce, maltrattamenti economici e altri tipi di molestie, tra cui non manca lo stalking. A completare il quadro gli altri numeri sul tempo di esposizione ai maltrattamenti: nell'82% dei casi la violenza è continua, ripetuta. Nel 2012, inoltre, i casi di donne che subiscono violenza da oltre 20 anni raggiungono il 15% (erano il 12% nel 2011). Infine un dato che rende immensi il dolore e la tristezza: aumenta il numero dei figli che assistono alla violenza e che da questa saranno terribilmente segnati: nel 2012 raggiunge l'81% (salendo dal 75% del 2011)".

Questa è la realtà, queste le cifre: nella realizzazione dell'antologia il passaggio dalla crudezza del concreto all'astrattezza propria del narrato l'abbiamo lasciata al percorso della singola autrice, del singolo autore. Alcune storie, in questo libro, sono liberamente inventate nella misura in cui il dato di cronaca può essere inquadrato semmai come dedica e occasione di ricordo: il resto va ceduto all'autonomia propria dell'arte. Le voci di chi narra scuote nel profondo perché fanno ribollire sentimenti schiacciati, rancori, ripicche, dissensi covati, insoddisfazioni, frustrazioni e altri mali di vivere. Scovano le debolezze, le lacune umane, i soprusi. Vagliano ogni momento, approfondiscono le premesse, si calano in media res oppure tornano sul luogo del delitto molti anni dopo, magari nelle vesti di un discendente.

I punti di vista sono molteplici e spaziano da quelli delle scomparse a quelli dei persecutori, di un estraneo, di un soffio vitale, addirittura di un luogo. Non abbiamo imposto restrizioni di sorta a chi scrive - uomini e donne, a conferma che la questione non è di appannaggio di un genere, ma dell'intera umanità -, perché l'inventio potesse seguire, sciolta, tutte le mappe disegnabili. Alcuni moventi rimangono ad oggi sconosciuti e tali lo sono rimasti, per altri siamo ricorsi alle ossessioni, distinguibili in brame (moventi sessuali, moventi di denaro) e manie, alcune così futili da sembrare inammissibili e subito far scattare la domanda: Ma come è possibile, per così poco? Come nel caso delle due eliminate da un signore - suocero della prima e nonno della seconda - perché "lasciavano sempre il cancello aperto". O anche in quello della sorella colpita a morte perché la piega dei pantaloni non era venuta perfetta.

Le violenze - perché al plurale occorre declinarle - vengono riportate senza accenti sensazionalistici o intrisi di pathos. Spesso si tratta di volti sfigurati, corpi deturpati, bruciati, devastati, perché l'idea prorompente del gesto è l'annientamento. Donne massacrate di botte o prese a calci e gettate dalla finestra, martiri, tutte queste, che non troverete specificatamente nell'antologia, se non nella misura in cui l'uccisione barbarica anche solo di una creatura rimanda a un olocausto più ampio, in cui siamo tutti demoliti, sia noi che ne veniamo a conoscenza e inorridiamo, sia chi prende le distanze e nega o giustifica. Perché l'indifferenza reca in sé la più grande sconfitta, quella della rinuncia. La rinuncia dell'uomo a compartecipare del suo status umano. Pur senza alcun intento moralizzatore è in questa direzione che vanno i racconti: verso la solidarietà, il compatire inteso in senso etimologico, ovvero soffrire insieme, provare le stesse emozioni.

Mentre ci si impantana per decidere a proposito di questioni che non avrebbero nemmeno bisogno di delibera, quali se utilizzare o no il termine femminicidio (con altrettante diatribe riguardo all'introduzione del relativo reato: certo che è necessario introdurlo), oggi l'Italia è ancora del tutto inottemperante rispetto agli standard e agli impegni internazionali. Le Nazioni Unite hanno, più volte e in diversi consessi internazionali, tirato le orecchie allo stato italiano per il suo inefficace impegno nel contrastare la violenza alle donne. Il Comitato CEDAW (Comitato per l'implementazione della Convenzione per l'eliminazione di ogni discriminazione sulle donne) e la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne ci hanno rivolto una serie di raccomandazioni, palesando diverse preoccupazioni per situazioni qui da noi ancora irrisolte, tra cui:

- l'inquietante numero di uccise;
- il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica;
- l'insufficiente ascolto e coinvolgimento che viene riconosciuto alle realtà che da anni praticano politiche e cultura di genere nel rispetto delle differenze;
- le risposte casuali e discontinue, provenienti dalle istituzioni, sul fenomeno e il disinteresse verso le Convenzioni internazionali;
- la violazione dei diritti umani;
- il silenzio istituzionale sul persistere di una diffusa rappresentazione stereotipata e svilente delle donne e dei loro ruoli in famiglia e nella società, nei media e nelle pubblicità;
- un'informazione che troppo spesso racconta in maniera obsoleta e scandalistica la violenza sulle donne, arrivando a scusare il comportamento degli uomini violenti.

Un esempio sull'ultimo punto? Citerò San Terenzo, paesino che si affaccia sul golfo della Spezia, nel comune di Lerici. Lì, in una lettera copiata da un post del blog Pontifex e affissa alla bacheca della chiesa il 25 dicembre 2012, una reinterpretazione della lettera pastorale Mulieres dignitatem, il parroco Don Piero Corsi ha additato alle donne le loro responsabilità nel caso di violenze subite: "Femminicidio: le donne facciano autocritica, quante volte provocano?". Questa è la conclusione che ha portato alla ribalta una mentalità - non universale, per fortuna, ma purtroppo diffusa - da cui traspaiono vecchie rigidità, schemi atavici non superati, responsabilità ricondotte agli abiti succinti che le donne indosserebbero. Ecco perché femminicidio assurge a lessico necessario, non semplice azione o parola da censurarsi o avvalorare anche a livello giuridico: è una cultura da superare, una forma di pensiero deformata e una lettura distorta delle relazioni.

Le parole devono essere utilizzate con scrupolo. Il significato non può pagare lo scotto dell'approssimazione, come spesso accade sui mezzi di diffusione mediatica, solo perché il titolo ad effetto suscita scalpore e aumenta le vendite. Si deve imparare ad usarle con cognizione, queste parole. In tale direzione hanno operato le nostre scrittrici e i nostri scrittori: hanno ricomposto le parole conferendo la precisione che spetta loro. Timorosi quanto ad entità del compito, ma decisi quanto a volontà, si sono mossi con cautela, con una delicatezza in apparenza non coniugabile con la brutalità che hanno riportato, senza distinguere tra violenza verbale e violenza fisica, consapevoli che l'unica differenza che intercorre tra le due è che la prima si manifesta laddove non può esplodere la seconda.

Nessuna più è il nostro augurio per il futuro, ma è anche monito di un presente in cui nessuna delle donne raccontate parlerà più, giocherà coi suoi bimbi, ripeterà i gesti del giorno e della notte. Ma Nessuna più è anche uno scorcio di luce. Le vittime sono morte, ma non cancellate come alcuni aguzzini avrebbero auspicato e, mediante un lungo percorso di rieducazione all'altro, ma anche grazie al rispetto della memoria, speriamo che un giorno si possa davvero dire: "Qui nessuna donna viene più maltrattata. Quando marito e moglie giungono al limite della sopportazione, decidono di divorziare e portano avanti civilmente la separazione. Nessuna donna più è costretta a prostituirsi e, se lo fa, non deve subire pugni e umiliazioni. Nessuna viene considerata proprietà o status symbol del partner. Nessuna viene perseguitata. Nessuna cade colpita da un braccio fidato o da quello di chi, fino a pochi anni prima, sembrava aprirsi solo per proteggerla. Comunque sia, nessuna donna è più sparita nel nulla e poi ritrovata sotto le fondamenta della casa in cui viveva col marito, nessuna è stata rinvenuta così spappolata da non essere riconoscibile. Perché finalmente qui le cose stanno cambiando".

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La Stampa
28 03 2013

La presidente di UN Women Comitato Nazionale Italia, Simone Ovart, ha partecipato alla 57° sessione della Commission on the Status of Women svoltasi dal 4 al 15 Marzo scorso a New York.

Dopo giorni di confronto e discussione sui diritti da introdurre nelle agreed conclusions, si è giunti ad un documento finale a cui ha apposto la firma anche il rappresentante del nostro Paese.

Nelle agreed conclusions vengono sanciti diritti fondamentali per le donne che, secondo quanto previsto dal documento finale, devono essere supportati da politiche promosse dagli Stati membri per porre fine alla violenza contro le donne e ad ogni forma di violenza a loro diretta.

In particolar modo vengono esortati gli Stati membri a: condannare ogni forma di violenza o discriminazione contro le donne astenendosi dall’utilizzo di qualsiasi giustificazione legata a tradizioni o religioni, a promuovere la piena inclusione delle stesse nel mondo economico e del lavoro attraverso il quale viene garantita loro l’indipendenza, ad aggiornare i sistemi giuridici nazionali per garantire la protezione e l’efficienza della legge contro le violenze di genere e a formare in maniera adeguata, in un’ottica di gender-sensitive, le forze dell’ordine facilitando in tal modo il contatto con le donne vittime di violenza che hanno intenzione di sporgere denuncia.

Inoltre viene sancito chiaramente il dovere per gli Stati firmatari di informare, specialmente i giovani, riguardo alle malattie sessualmente trasmissibili e riguardo ai metodi per evitarle.

Viene ribadito il dovere degli Stati membri di proteggere i diritti umani delle donne specialmente quelli che concernono il potere decisionale sul loro corpo, in modo da garantire loro una sessualità libera e scevra da costrizioni di alcun genere.

Gli Stati firmatari devono garantire il pieno accesso all’educazione del più alto standard possibile, rendendo la scuola, e la strada per essa, luoghi il più possibile sicuri per donne di tutte le età.

Viene sottolineata, nelle a greed conclusions, la fondamentale importanza rivestita dai media e la necessità da parte degli Stati membri di promuovere attraverso questi una figura della donna non stereotipata o mercificata, formando a tal fine coloro che lavorano per i media in modo da sensibilizzare anche il grande pubblico alle tematiche sulla violenza di genere.

Vengono inoltre promossi investimenti da parte degli Stati membri al fine di creare una rete di supporto che includa anche centri antiviolenza, soluzioni abitative a lungo termine e supporto sanitario, sociale e psicologico completo per le vittime di violenza o abusi.

La Commissione auspica che vengano condotte sempre più indagini riguardanti la violenza contro le donne per poterne conoscere le cause e le possibili soluzioni, anche attraverso raccolte di dati, la creazione di statistiche e la loro diffusione.

Viene affermata infine l’importanza di porre fine alla violenza contro donne e fanciulle per estirpare dalle radici la povertà e la diseguaglianza di genere, con le loro relative conseguenze per un futuro di parità e pace.

Osservatorio Iraq
27 03 2013

testo a cura di Cecilia Dalla Negra – intervista di Giulia Consolini da Tunisi
 
“Era impossibile immaginare di organizzare un evento come questo in Tunisia prima del 14 gennaio 2011”.
Abderrahmen H’dilli, coordinatore generale del Forum Sociale mondiale, ha inaugurato così i lavori, aperti la mattina del 26 febbraio con una ”Assemblea delle donne in lotta”.

Un clima festoso, una giornata di sole, e moltissime attiviste presenti, che hanno voluto avviare la grande tavola rotonda con un omaggio alla Palestina, canti e slogan urlati a gran voce.

Microfoni aperti e interventi liberi, per condividere esperienze e discutere insieme una questione che resta centrale nella Tunisia della transizione: il ruolo delle donne, il loro posto nella società, le sfide affrontate nei due anni che sono seguiti alla rivoluzione, e quelle ancora da affrontare.

Al centro di molte critiche il partito alla guida della Troika di governo, Ennahda, accusato da più parti di voler limitare i diritti delle donne ridimensionando quell’immagine di emancipazione e laicità conquistata negli anni.
Che i rischi e le incertezze siano ancora attuali lo dimostrano i tanti dibattiti in programma che hanno al centro la questione di genere, declinata secondo emergenze di natura economica e politica, ma anche relative a violenza e sessualità.

Due argomenti, questi ultimi, che restano all’attenzione delle cronache, come dimostrano due casi recenti: quello di Amina, la prima giovane tunisina ad unirsi al collettivo Femen, finita al centro delle polemiche mediatiche per aver pubblicato su Facebook un’immagine del suo seno nudo, con scritto “Il corpo è mio, e non è l’onore di nessuno”.
E quello della violenza sessuale ai danni di una cantante, a Sousse, perpetrata da due uomini protetti da un agente di polizia, che va ad aggiungersi ai tanti episodi registrati negli ultimi mesi.

Una situazione che fa scrivere a Nawaat che “non si può più parlare di casi isolati, ma di un fenomeno che si amplierà se la società tunisina, e le istituzioni statali soprattutto, li lasceranno scivolare nell’indifferenza”.
E se le donne presenti nelle istituzioni sono spesso accusate di scarso legame con la vita reale, di poca collaborazione con sindacati, comitati di quartiere e associazioni – così come accade a Nord del Mediterraneo - quelle che prendono la parola al Forum sono le militanti e le cittadine impegnate in prima linea nelle tante organizzazioni che esistevano prima, ma che dopo la rivoluzione sono fiorite, moltiplicandosi in uno slancio di partecipazione popolare prima impensabile.
Tra le tante presenti c’è anche Sadika Keskes. Artista nota nel paese, artigiana del vetro soffiato con cui realizza affascinanti elementi di arredo, subito dopo la rivoluzione ha scelto di impegnarsi, lanciandosi con entusiasmo nella costruzione della ‘nuova’ Tunisia.
Ha creato un’associazione – “Femmes montrez vos muscles” (Donne, mostrate i vostri muscoli) – ed è partita per un viaggio attraverso le regioni più emarginate dell’entroterra.
Con un obiettivo chiaro: capitalizzare il savoir-faire, utilizzare l’artigianato come strumento di acquisizione di consapevolezza verso la costruzione di una cittadinanza attiva.
Convinta che anche gli artisti potessero dare il proprio contributo alla nuova società, ha coinvolto giovani e donne in un progetto di rilancio agricolo e artigianale per la creazione di impiego.
Formazione, lavoro di squadra e volontà, per rendere il patrimonio culturale un veicolo di sviluppo economico regionale. Quasi 500 i posti di lavoro già creati in alcune cooperative artigiane e agricole, incentrate sulla produzione dal basso e sul commercio di prodotti tessili propri della tradizione.
Giulia Consolini l’ha incontrata al Forum Sociale, e l’ha intervistata per Osservatorio Iraq.
 
Come è nata l’idea di creare questa associazione?
FMVM è un movimento nato dopo la rivoluzione, che ha avuto come obiettivo iniziale quello di rendere più partecipi e attivi i giovani e le donne, perché si impegnassero maggiormente nella società, cosa a cui non sempre erano abituati. L’idea iniziale era di motivarli e convincerli a partecipare al processo elettorale.
Più tardi, visti i buoni risultati ottenuti, sono partita in viaggio verso le regioni dell’entroterra profondo, dove sono andata per conoscere le abitudini e la vita quotidiana di tanti giovani, uomini e donne, scoprendo una povertà dilagante. Il movimento quindi è diventato presto un’associazione, che ha subito avuto come obiettivo quello di trovare idee per rendere le persone autosufficienti, in grado di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro.
Con la formazione di gruppi solidali in un anno siamo riusciti ad ottenere dei risultati, creando impieghi stabili, aprendo piccole botteghe che vendono i prodotti agricoli e artigianali della nostra terra. E’ stato il risultato di un lungo lavoro di formazione sulla qualità e sul design: è questo il mio background, ho attinto da lì.
 
Aveva già un percorso politico attivo alle spalle?
Sono un’artista, e tre anni prima delle sollevazioni avevo scritto un testo intitolato “La Rivoluzione Artigianale”: sono convinta dell’importanza di questo aspetto perché nel paese ogni nucleo familiare conta almeno una persona che ha dimestichezza con il lavoro artigiano.
Rendere consapevoli le giovani generazioni del loro patrimonio culturale è anche un modo per lanciare messaggi più complessi, che parlano di democrazia, di libertà, del prendersi la responsabilità di se stessi e del paese, cercando di partecipare a livello locale e associativo. L’artigianato è stato per me l’alibi per spingere alla creazione di movimenti regionali. Poche settimane fa abbiamo lanciato l’Unione dei giovani democratici di Tunisia: il primo congresso ha visto una vastissima partecipazione.
 
Un’iniziativa che ha avuto successo, dunque.
Assolutamente. Nei villaggi in cui abbiamo lavorato ci siamo concentrati su artigianato, turismo alternativo, agricoltura sostenibile, ambiente, unendo le forze laddove i giovani non riuscivano a vivere del solo lavoro della terra. Credo che il movimento proseguirà per la sua strada e si caratterizzerà in modo più marcatamente politico, proponendo anche soluzioni alternative per l’amministrazione dei governatorati regionali, che dovrebbero essere gestiti dal basso proprio per non replicare ciò che abbiamo vissuto negli anni cupi della dittatura.
 
Avete ricevuto sostegno politico dal governo per il vostro lavoro?
No, in nessun modo. Ci è capitato di essere invece trattenuti e interrogati a lungo. Non abbiamo cercato collaborazione sin dall’inizio, semplicemente speravamo che il governo si rendesse conto del valore di queste attività.
Estendendole e coinvolgendo più giovani si potrebbero far lavorare in pochissimo tempo migliaia di persone. Investendo nell’artigianato, nel patrimonio culturale e tradizionale, nell’agricoltura, si potrebbe dare risposta ai gravissimi problemi di disoccupazione che attraversano il paese, e che colpiscono in modo particolare le donne e i giovani.

Purtroppo sia il primo che il secondo governo tunisino (nominati dopo la caduta di Ben Ali, ndr) non sono stati in grado di imprimere una svolta, ecco perché dobbiamo esigere nuove elezioni. Quella in cui viviamo oggi ha l’apparenza di una democrazia, ma sfortunatamente non lo è ancora del tutto.
Credo moltissimo nella capacità organizzativa delle giovani generazioni: grazie a loro, forse, riusciremo a costruire un reale movimento di opposizione.
 
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Donna fanpage
19 03 2013

Dalla Svezia arrivano i manichini curvy che ripropongono le forme delle donne normali e non di scheletriche modelle ideali.

Arrivano dalla Svezia i primi manichini curvy, che riprendono le forme morbide di una donna normale e non scheletrica. Dopo le “guerre” all’ideale anoressico proposto sulle passerelle di tutto il mondo, arriva nei negozi quella che appare come una vera e propria dichiarazione d’intenti: basta con i corpi eccessivamente magri. Sembra dunque che la “rivoluzione curvy” non abbia invaso solo le copertine dei magazine patinati ma anche il mondo del retail. Åhléns, una catena svedese di store d’abbigliamento, è stata una delle prime a proporre nelle proprie vetrine i manichini oversize creati seguendo le fattezze di una donna comune e non di una modella.

I manichini che rispecchiano la realtà – I manichini curvy hanno fatto il giro del mondo grazie a “Women’s Rights News”. Sulla pagina Facebook dell’associazione femminile è stata pubblicata una foto, scattata in Svezia dalla blogger 29enne Rebecka di Malmo, il cui soggetto sono proprio i rivoluzionari manichini. Dopo la pubblicazione sono arrivate milioni di messaggi ed apprezzamenti da parte delle donne di tutto il mondo, tutte unite in un unica richiesta: volgiamo manichini più reali. In passato molti negozi avevano già proposto manichini obesi, appositamente creati per l’abbigliamento extra large, ma furono criticati poichè risultavano troppo eccessivi. Ciò che i consumatori desiderano sono semplici manichini che rispecchiano la realtà dei fatti, che raffigurano una donna così com’è senza alcuna esagerazione.
 
 
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In Genere
19 03 2013

Arriva un nuovo strumento per le donne imprenditrici. Il ministro del lavoro Elsa Fornero e Corrado Passera, titolare del dicastero per lo sviluppo economico, hanno firmato un accordo per sbloccare 300 milioni di euro di credito alle imprese femminili. L'accordo prevede la creazione di una sezione speciale  all'interno del Fondo centrale di garanzia dello Stato. La nuova sezione è espressamente dedicata all’imprenditoria femminile ed è finanziata con un fondo di garanzia di 20 milioni di euro messi a disposizione dalla presidenza del consiglio dei ministri, dal dipartimento per le pari opportunità e dal fondo stesso, con lo scopo di fare in modo che le imprenditrici possano accedere con maggiore facilità al credito. Maggiori informazioni sul sito del Ministero dello sviluppo economico. 
 
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