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La Repubblica
19 03 2013

IL CAIRO - "Le ragazze che manifestano a Tahrir non sono egiziane. Noi siamo il vero Egitto" incalza una sorella salafita, si chiama Somaya Azemon, ha 22 anni. Porta -come tutte le altre- il niqab, velo nero integrale che lascia scoperti solo gli occhi "non sono ancora sposata. Mi devo sbrigare. L'età media per il matrimonio è 18-20 anni. Devo fare tanti figli. Di media 5 o 6. Ma io ne voglio 11". È appena iniziata una sessione delle sorelle islamiste. Si riuniscono tre volte a settimana; sono sole donne, anche se il capo del comitato è un uomo. I loro incontri si svolgono al quarto piano di un palazzo a Gesr El Suez, quartiere popolare del Cairo. E sono finanziati dal gruppo estremista islamista, Gamaa Islamiya.

Le attività che svolgono sono per lo più di beneficenza e riguardano assistenza sanitaria, scolastica e nell'ambito lavorativo. Iniziative più sociali che politiche "Ora siamo libere di esprimerci, alla luce del sole. Sotto Mubarak non potevamo riunirci : eravamo ricercati dalla polizia. È iniziata un'era nuova per il popolo delle donne islamiste in Egitto." spiega la giovane. E riguardo le recenti manifestazioni a piazza Tahrir contro le violenze sessuali- piaga della società egiziana- la risposta è lapidaria "Quelle donne non ci rappresentano. Hanno un cattivo comportamento: dicono parolacce, bevono e dormono sotto le tende con altri uomini. Lo abbiamo visto in televisione." Tuona la leader più anziana e portavoce del gruppo, Shadia Ahmed.

Durante gli incontri, le sorelle salafite parlano, liberamente, di qualsiasi argomento. Anche quelli più intimi: il sesso con il marito, i problemi di coppia, non esistono tabù : "Spesso invitiamo una dottoressa o una ginecologa: possiamo farci visitare, senza dover pagare. E lei risponde a tutti i nostri interrogativi". Somaya spiega che la religione gli proibisce di utilizzare contraccettivi: "il Profeta Muhammad dice che più musulmani siamo e meglio è. Voglio più musulmani su questa terra" sorride alzando il tono di voce, poi conclude "tanti fratelli sono morti in Siria, nel Mali, in Afghanistan. Dobbiamo diventare l'esercito più numeroso". Alla sessione sono presenti una decina di sorelle, Somaya è la più giovane. Utilizza incessantemente twitter e facebook sul suo tablet e- tra un tweet e l'altro- racconta che i mariti comparano spesso biancheria molto sexy per le mogli e 'giochi' per divertirsi; e che una delle parti principali della loro vita è servire il proprio marito e obbedire, sotto tutti gli aspetti. "Lo dice il Corano, la famiglia viene prima di tutto".

Parlano molto di politica ma la praticano poco "Ho partecipato alla Rivoluzione di due anni fa dal primo giorno: stavamo tutte in piazza Tahrir contro Mubarak." Ma nell'ultima manifestazione islamista organizzata dal gruppo Gamaa Islamyaa, la piazza è gremita di soli uomini; molti dei quali- come dimostrano i video che una delle salafite mostra orgogliosa sul suo cellulare- baciano la foto di Bin Laden :" E' La nostra guida spirituale. È il nostro salvatore. Gli occidentali lo considerano un terrorista ma il vero terrorista è Bush, è l'occidente" tuona, senza mezzi termini, la portavoce. Shadia Ahmed indossa un niqab che lascia scoperti gli gli occhi ma quello della figlia, 22enne, copre anche quelli " Non vogliamo attrarre l'attenzione dell'uomo- speiga Shadia-. Mia figlia è giovanissima e ha degli occhi molto belli: per questo motivo anche quella parte è oscurata da una retina; certo, il nostro vestito ci dà qualche problema: l'estate, ad esempio, soffriamo molto il caldo. Ma saremo ricompensate dopo, nel paradiso. Dio ci ha chiesto di portarlo e non siamo contente di farlo." Quando l'unico uomo nella stanza se ne va, le donne mostrano il volto e parlano con più scioltezza " hai mai pensato di convertirti all'Islam?" Chiede una di loro." Ti potrei dare, gratis, lezioni sul Corano; capirai che è l'unica religione autentica; noi ti aiuteremo: non lasciamo mai sole le sorelle chi si convertono; diamo soldi, un lavoro, un posto dove stare. Non abbandoniamo nessuno." Conclude, entusiasta, la portavoce.

Nella stessa, numerosa, famiglia delle sorelle islamiste c'è la 'sorellanza'- le donne dei Fratelli musulmani- : un'organizzazione strutturata e capillare su tutto il territorio.
Anche loro reclamano "dopo la Rivoluzione siamo finalmente libere". Le loro attività sul campo - analogamente alle sorelle salafite- sono finanziate dai Fratelli Musulmani. "Esistono più di sette dipartimenti. Ogni dipartimento rappresenta una categoria: studentesse, professioniste, casalinghe, artigiane, commercianti. E Ciascun dipartimento lavora su tre livelli: quartiere -livello base-; governatorato e livello nazionale" Spiega Azza El Garf, sorella musulmana, una delle 11 donne elette in parlamento tra le fila del partito della Fratellanza, Libertà e Giustizia, nell'era post Mubarak. Hanno un'agenda molto fitta. A differenza delle salafite, si incontrano tutti i giorni, ognuna nella sua categoria. Anche nelle loro riunioni vengono invitati esperti delle materia per tenere delle relazioni o delle tavole rotonde: "parliamo di tutti gli argomenti, i nostri incontri locali sono supportati dalla presenza di professionisti di ciascun settore."

La 'Sorellanza' è un microcosmo: per fare carriere all'interno dell'Organizzazione bisogna prendere una laurea targata 'Fratelli Musulmani': "A livello nazionale- spiega El Garf- organizziamo corsi che poi terminano con degli esami. Se passi l'esame, viene rilasciato un certificato. Io ho seguito un programma di scienze politiche a Giza." Tra le donne islamiste non esistono taboo ma solo una regola: il mondo esterno deve rimanere fuori :"i nostri incontri sono rivolti solo alle sorelle." incalza, senza mezzi termini. El-Garf si è unita alla Fratellanza quando aveva 15 anni, e ha svolto un lavoro prima sociale e di organizzazione della comunità per il movimento, oggi politico. Il loro 'percorso'- che durerà tutta la vita- inizia a quell'età, a volte anche prima.

Libera Informazione
20 03 2013

di Santo della Volpe

Nel maggio prossimo, Ilaria Alpi avrebbe compiuto 52 anni. Miran Hrovatin quest’anno ne avrebbe 64 e forse sarebbe vicino alla pensione, chissà… Ma a molti di noi sembra impossibile vederli diversi da come ci appaiono nelle fotografie e nei filmati di quei giorni a Mogadiscio ed a Bosaso.

Era il 20 marzo 1994 ma sembra oggi: quei visi con gli occhiali da sole, Ilaria con il velo, che guarda nell’obiettivo della telecamera , lo sguardo dolce di una giovane trentenne…Pochi sanno che quella mano che scosta dal capo il velo bianco aveva un tatuaggio con l’”henna” : glielo aveva fatto una delle tante donne somale che Ilaria incontrava a Mogadisco, anche solo per prendere il thè dopo una giornata di lavoro,o per parlare di famiglia, di guerra, di futuro e di speranza. Quel tatuaggio, che poi si scoloriva al ritorno in redazione, era uno degli orgogli di Ilaria: lo faceva vedere per dire “vedi, è il nostro modo di fare giornalismo, di stare con la gente e di scoprire le notizie…la guerra,sporca, che colpisce sempre di più i civili, la guerra sporca dei signori della guerra, mercanti del dolore che fanno i traffici”. Dì questo avevamo parlato,nel corridoio della nostra redazione , giovane redazione (eravamo da poco meno di un anno a Saxa Rubra) composta da giovani già però passati per esperienze che fanno invecchiare, come le guerre (Iraq, Balcani) o le crisi nazionali e internazionali. Ma quanta speranza…(c’era stata Mani Pulite, era finita una Prima Repubblica, a Palermo la città era scesa in piazza contro la mafia,dopo Falcone e Borsellino); e quanta voglia di vivere e di fare questo lavoro emanava Ilaria.

Voleva partire per la Somalia,perché le truppe dell’Onu si stavano ritirando, i soldati italiani stavano per imbarcarsi sulle navi al largo della Somalia: era la fase più difficile e delicata, la Somalia rischiava di restare in balia dei signori della guerra. Era lì la notizia, bisognava andare. Certo Ilaria, la notizia è lì; ma quanto pericolo ora ! “ Lo sai che il momento del ritiro degli eserciti è il più pericoloso anche per noi giornalisti?” Le chiesi in quel giorno di marzo: lei con in mano il taccuino, quelle mani di tatuaggio rosso ormai scolorito…lei che diceva, ho delle belle storie, la gente lì soffre, noi dobbiamo andare e poi…vedrai. “ Ma tu ,tu non sei stato lì in Iraq proprio nella guerra civile?” mi disse. Come dire, perché io no?E tu lì invece in Iraq c’eri sotto le bombe. Devo andare, devo andare….

Ancora oggi non riesco a pensare che forse avrei, avremmo, dovuto insistere di più per non farla partire. Oggi, in ogni ricorrenza, ci penso… Era un momento particolare della RAI. In mezzo a turbolenze politiche di vario genere (quanto mai…sai la novità!),quegli ottimi amministratori chiamati “i professori” si erano trovati tra le mani la questione delle trasferte estere piene di errori e con alcuni falsi clamorosi nei rimborsi spese. In piena campagna elettorale ( le elezioni si svolsero una settimana dopo la morte di Ilaria e Miran) i giornali ed i politici che soffiavano sul fuoco, colpivano nel mucchio i giornalisti e, palpabile, tutti vedevamo la difficoltà ad affrontare quelle palate di fango contro la RAI, salvando il volto più amato del servizio pubblico, i suoi giornalisti veri, le nostre inchieste,i tg. Sparavano nel mucchio quegli uomini politici rancorosi che aspiravano alla “normalizzazione”, che sarebbe presto arrivata,contro ogni voce fuori dal coro.

E così Ilaria disse: “posso partire anche con pochi dollari, ce la facciamo anche con una scorta più piccola… “Ma come in quei posti dove solo i dollari possono salvarti la vita! Lì dove,appunto,la vita vale un mitra e meno di una “tecnica”? “Si, noi ce la facciamo,mi faccio ospitare, ho i miei contatti,a noi nessuno può dire niente per le trasferte…” Tutto vero ma Ilaria, sei partita con pochi, troppo pochi dollari !! Troppo indifesa!! Che brutto clima quei giorni, quante speranze…infrante! E chi aveva responsabilità non riuscì ad evitare che quel clima ricadesse su chi vi lavorava; frastornato, con impegno e rigore, ma senza serenità. Ilaria partì con Miran,esperto ( lui le darà una mano a non correre pericoli, pensavamo,visto che Alberto,il cameraman storico di Ilaria, ha la spalla lussata)….partì lo stesso. E per molti di noi resterà il rimpianto di non aver insistito più del dovuto per farla restare. avevamo, dovevamo…. Ma partì perché un giornalista deve fare il suo lavoro, sempre; è più forte di noi. Ed Ilaria e Miran erano bravi: lei giovane ma caparbia il giusto,si informava, studiava, parlava anche l’arabo e rideva dei capi che stavano in redazione dietro le sedie…I giornalisti veri consumano le suole delle scarpe, le avevamo detto appena era arrivata al TG3, giovane vincitrice di concorso, come primo insegnamento e sinonimo di buona informazione. Lei non sapeva cosa fossero le assunzioni per via politica o di amicizia: lei faceva parte di quella lega di giornalisti selezionati per concorso perché era brava. E poi, aveva anche curiosità , aveva capito che i misteri d’Italia non si fermavano in Europa o al massimo al confine del Mediterraneo. Quei bidoni che affioravano sulla splendide spiagge somale non contenevano ricordi o regali per i bambini, ma rifiuti tossici che venivano dall’Italia e facevano venire piaghe sulla pelle dei somali.

Li hanno uccisi per questo, Ilaria e Miran.

Io so. Diceva Pasolini. Giorgio e Luciana Alpi lo sanno, lo sappiamo anche noi. Ma non c’è una verità giudiziaria,non c’è un colpevole. Ci sono invece tanti misteri. L’assassinio di Ilaria e Miran è un altro dei misteri italiani, dove non si vuole raggiungere la verità,se anche la Commissione parlamentare Taormina è riuscita a deviare l’accertamento dei fatti arrivando alla bestemmia di dire che Ilaria e Miran erano andati “al mare a Bosaso”… E dove sono finiti i taccuini di Ilaria che mancano all’appello? E quei referti post mortem così frettolosi e poco accurati? E la macchina dei nostri colleghi,nelle immagini piana di sangue, fatta tornare in Italia anni dopo ben ripulita con addirittura i rivestimenti e le moquettes interne cambiate? Dov’erano i servizi segreti italiani in quei giorni a Magdiscio? E quel misterioso signor Gelle che dice d’esser stato “imbeccato “ da misteriose autorità italiane per accusare suoi connazionali ,ma che è poi sparito senza che nessuna Criminalpol lo abbia cercato in giro per l’Europa? Giorgio Alpi se ne è andato (e ci ha lasciati sofferenti) senza riuscire ad avere un minimo di risposte plausibili a queste domande, senza un briciolo di verità o un paio di nomi di esecutori e mandanti per la morte della sua dolce Ilaria.

Luciana Alpi ed i parenti di Miran chiedono ancora e sempre Verità e Giustizia. Un appello: chi sa parli!!! Chi ha visto per favore dica cosa è successo!! Con la speranza che finalmente si raggiunga qualche brandello di verità. E sperando che la commissione d’indagine parlamentare auspicata dal presidente del Senato Grasso nel suo discorso di insediamento, possa finalmente prendere il via ed indagare senza pregiudizi e false piste. A noi tutti,oggi, tanti ricordi, qualche forte rimpianto e la dolcezza di uno sguardo che ci manca e che oggi, a 52 anni, lo crediamo, avrebbe ancora saputo darci lampi di gioia e di allegria, se fosse con noi…. dolce e forte Ilaria Alpi.

Osservatorio Iraq
19 03 2013

Non tutti vedono di buon occhio il processo di pace in atto nel paese. Per l'attivista politica ed ex ministro, Massouda Jalal, rischia infatti di diventare “il lasciapassare per ulteriori violazioni dei diritti umani”. E lancia un appello alla comunità internazionale.
 
traduzione a cura di Anna Toro*

L'Afghanistan rimane la culla delle violazioni dei diritti umani. Questa situazione è favorita da molti fattori, tra cui un lungo conflitto armato, l'incapacità del governo di imporre uno stato di diritto, l'analfabetismo di massa, la mancanza di rispetto per i diritti umani e delle tradizioni profondamente radicate basate sulla violenza, l'oppressione delle donne e su concetti perversi di moralità e di onore.

Come in molti altri paesi, la questione dei diritti umani in Afghanistan continua ad assumere diverse forme – esecuzioni extragiudiziali, tortura, condizioni carcerarie miserabili, impunità diffusa, indagini governative inefficaci, abusi da parte delle forze di sicurezza locali, arresti e detenzioni arbitrarie.
Ancora: prolungata custodia cautelare, corruzione giudiziaria, violazione del diritto alla privacy, restrizioni alla libertà di stampa, religione, parola e movimento, corruzione dei funzionari governativi, abuso sessuale dei bambini e delle minoranze, negazione dei diritti dei lavoratori, lavoro minorile, e tutti quegli abusi contro le donne – tra cui la violazione sfacciata dei loro diritti e l'uso continuo della forza e della violenza per suscitare sottomissione e docilità.

Purtroppo, a differenza di altri paesi che hanno dei meccanismi efficaci per prevenire e correggere tali violazioni, in Afghanistan le vittime non hanno risorse giudiziarie o politiche a cui appellarsi.

Questo perché il nostro sistema giudiziario è parte del problema, e le persone al governo o sono prive di capacità, o non vogliono affrontare le complicazioni che conseguono all'applicazione della legge.

Così, il cuore di molti afghani si sta rapidamente trasformando in un contenitore di rabbia, risentimento, dolore, e desiderio di vendetta – una miscela mortale, che attende solo il momento giusto per esplodere.

L'attuale situazione politica fornisce un ulteriore impulso al livello già allarmante di violazioni dei diritti umani nel nostro paese. Con l'annuncio da parte della comunità internazionale del ritiro delle sue mansioni di sicurezza, politica e sostegno allo sviluppo, il governo di Kabul sta portando avanti - ciecamente - un processo di pace e riconciliazione che coinvolge i talebani, facendo così numerose concessioni politiche ad alti funzionari ed estendendo l'aiuto economico ai combattenti, in modo che possano tornare al caldo ovile di una vita normale.

Ma tale processo ha già aperto i cancelli al ritorno di criminali di lungo corso, colpevoli di reati come esecuzioni di civili innocenti, assassini di donne con il pretesto dei delitti d'onore, rapimenti e omicidi di attivisti dei diritti umani, e l'uccisione di massa attraverso bombardamenti e aggressioni.
Riammetterli nella comunità, senza che abbiano pagato per i loro reati è come armeggiare con una bomba a orologeria.
Questo processo di pace è in realtà un lasciapassare per violazioni ancora maggiori dei diritti umani, nel prossimo futuro. Purtroppo, l'enorme quantità di aiuti internazionali che vengono incanalati per la pace rendono l'intero iter quasi inebriante.

Eve Curie, uno scrittore franco-americano, non avrebbe potuto essere più corretto quando ha detto: “Abbiamo scoperto che la pace a qualsiasi prezzo non è affatto pace... E abbiamo anche scoperto che c'è qualcosa di più orribile e più atroce della guerra o della morte; ed è vivere nella paura”.
Sono molti a pensare che il ritorno dei talebani segnerà l'inizio di un'ulteriore “stagione aperta” alle forme più estreme di violazioni dei diritti delle donne. Secondo l'ultimo rapporto dell'Afghanistan Independent Human Rights Commission sarebbero 4.010 i casi di violenza ai danni delle donne, commessi tra il 21 marzo e il 21 ottobre del 2012, ovvero il 74.42% in più rispetto ai 2299 casi segnalati per il periodo 21 marzo 2010-21 marzo 2011.

UNAMA ha anche riferito che i pubblici ministeri hanno registrato 1.538 reati, il 34,39% in più rispetto ai dati relativi al periodo precedente.
La cosa peggiore è che i crimini contro le donne non solo sono aumentati, ma hanno assunto forme più sinistre. Il delitto d'onore, che in qualche modo si era attenuato nel corso degli ultimi dieci anni, è tornato, così come le decapitazioni, le lapidazioni, le azioni penali extragiudiziali, le mutilazioni e altri crimini in 'stile talebano'.
In mezzo a tutto questo, abbiamo bisogno della comunità internazionale per rafforzare la vigilanza sui diritti umani e che continuiate a chiedere che vengano adottate azioni più efficaci per fermare le violazioni. (...)

Il nostro processo di transizione è pieno di lacune che devono essere risolte: non ha il sostegno del popolo, lavora contro una pace duratura, e viene perseguito nel totale disprezzo per la giustizia o per la voce della maggioranza.

Abbiamo bisogno che la comunità internazionale riconsideri il suo sostegno al processo di pace e che attui un attento riesame delle proprie strategie. Il rispetto dei diritti umani è un requisito per una pace duratura.

E la pace duratura è un requisito per il godimento a lungo termine dei diritti umani e della giustizia. Nessun paese dovrebbe essere lasciato solo a proteggere il proprio popolo. I diritti umani non sono delimitati dal territorio. Si tratta di un dono che ogni essere umano dovrebbe tenere al sicuro e proteggere, per il bene di tutti.


*Massouda Jalal è un'attivista politica edex ministro per gli Affari delle donne in Afghanistan. E' la presidentessa e fondatrice di 'Jalal Foundation', ong che riunisce le organizzazioni di 50 donne e si occupa di promuovere le questioni di genere e lo sviluppo di progetti femminili.
Per leggere l'articolo originale clicca qui.
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Il Fatto Quotidiano
19 03 2013

"Uomini che pagano le donne" (Ediesse editore) è il libro-inchiesta di Giorgia Serughetti. Un'indagine sull'identità dei due milioni e mezzo di clienti e sulle motivazioni che li spingono a comprare prestazioni sessuali all'interno di un contesto "irriducibilmente plurale" in cui il fenomeno è sviscerato oltre i concetti di sfruttamento della donna e di violazione dei diritti umani

di Elisabetta Ambrosi 
 
«Prostituta, meretrice, passeggiatrice, peripatetica, stradaiola, lucciola, donna di malaffare, donnaccia, puttana, sgualdrina, battona, cortigiana, etero, squillo»: per una donna che vende prestazioni sessuali le definizioni, anche di fantasia, non mancano. Chi le compra, invece, è un anonimo cliente: indefinito, opaco, indifferenziato.

Chi sono, in realtà, gli uomini che frequentano le prostitute? E per quali ragioni lo fanno? Risponde a queste domande un libro-inchiesta di Giorgia Serughetti, “Uomini che pagano le donne“ (Ediesse editore). Un viaggio in un mondo “irriducibilmente plurale”, dove “coesistono costrizione e libera scelta, inganno e consapevolezza, miseria e agio”.

Nove milioni di prestazioni, circa due milioni e mezzo di frequentatori: questi sono i numeri stimati (essendo la prostituzione per lo più clandestina). Circa l’8,7 per cento degli uomini intervistati dal Censis – nel pur lontano 2001 – ammetteva di aver pagato per fare sesso, mentre il trenta per cento degli uomini in generale ritiene accettabile andare con una prostituta (il doppio delle donne). Non esiste però – questo è uno dei tanti luoghi comuni che il libro smantella – un identikit del cliente tipo. Giovani e vecchi, colti o meno colti, esploratori o compulsivi: la prostituzione è trasversale a classi sociali e stili di vita.

La ricerca smonta soprattutto un altro stereotipo diffuso, comune sia ai tradizionalisti che oppongono escort e donna virtuosa, sia ad alcune visioni femministe (sfociate nel modello svedese che punisce i clienti): l’idea secondo cui la prostituzione è solo una forma di sfruttamento della donna e di violazione dei diritti umani. Ma le cose sono molto complesse, come spiega l’autrice (che pure non sposa nessun giudizio sul fenomeno, neanche quello di chi ritiene, da un punto di vista liberale, che vendere il proprio corpo sia invece una forma radicale di autodeterminazione della donna): perché la prostituzione continua a esistere anche in società dove le donne sono emancipate. Perché mentre da un lato «il sesso non affettivo, mercenario, viene stigmatizzato e patologizzato, dall’altra il consumo sessuale è stimolato in forme sempre più pervasive dal mercato». Perché a fare la differenza tra morale e immorale non è, come potrebbe sembrare, il fatto che ci sia del mezzo il denaro, visto che, dice Giorgia Serughetti, molte delle prestazioni che noi consideriamo benigne e terapeutiche passano attraverso i soldi (massaggi, psicoterapia etc).

Ancora più difficile dare un giudizio e una lettura unilaterale del fenomeno se si analizzano, come fa l’autrice, le motivazioni degli uomini che frequentano prostitute outdoor o indoor (poco meno della metà di quelle su strada). A spingerli, raccontano, non è solo il bisogno di controllo e di potere, ma anche il desiderio di riconoscimento e persino una spinta a cambiare i rapporto sociali in direzione più egualitaria (accedendo a donne belle, di solito appannaggio di ricche élite). Non c’è solo sessualità fallica e tradizionale, insomma, ma anche romanticismo e autenticità.

In questa prospettiva, dunque, cambia il punto di vista sul cliente, che non può essere rapidamente liquidato come simbolo di un sistema di dominazione maschile, o “figura emblematica della crisi dei modelli tradizionali di identificazione maschile”. L’appartamento di una prostituta, scrive l’autrice, può divenire anche “il luogo di un’esperienza non oppressiva, vissuta nel rispetto dell’alterità e capace di accrescere il senso di pienezza fisica e mentale degli attori coinvolti”. A patto, però, che quel desiderio sessuale guarisca da alcune logiche, come la “reiterazione infinita e compulsiva, la presunzione di onnipotenza, l’eterodirezione, l’omologazione, cioè impoverimento, insoddisfazione, tristezza, dipendenza”. Aspetti che però, a ben guardare, spesso pervadono anche i rapporti tradizionali, esattamente come quelli a pagamento.

La Stampa
20 03 2013

Indesiderati in terra giordana, preoccupati dalle condizioni di vita in Libano, viaggiano verso il Cairo: «La situazione era insostenibile»
FRANCESCA PACI
Che si dice dei palestinesi? La domanda ricorreva incalzante come quella sulla partecipazione delle donne nelle piazze del Cairo, di Tunisi, di Bengasi, delle capitali arabe spazzate dal vento ribelle del 2011. L’urgenza in quel momento era capire quali fossero le esigenze primarie di egiziani, tunisini, libici, all’indomani della cacciata dei dittatori. Di certo, al di là di un atavico sentimento anti-israeliano, non c’era la questione palestinese. A distanza di due anni appare chiaro come anche l’emancipazione femminile stesse a cuore solamente alla parte meno indottrinata dei rivoluzionari, ma per tutti quanti, laici e religiosi, il lavoro, la libertà di opinione, il diritto alla partecipazione politica venivano e vengono assai prima della materializzazione della Palestina.

Lo scollamento tra una causa sventolata strumentalmente per decenni dai despoti mediorientali e i bisogni di popoli oppressi è emerso in modo netto nei giorni e nei mesi seguiti alle rivoluzioni. Chi non ha stipendio né prospettive di vita ha poca disponibilità a pensare a quelle altrui. Ma oggi la sorte dei palestinesi che fuggono dalla Siria di Assad e cercano rifugio in un Egitto sorprendentemente molto meno ospitale di quanto sperato sembra la metafora di quella contraddizione.

“Siamo scappati da Damasco perché dopo mesi di bombardamenti governativi indiscriminati la situazione era diventata impossibile e abbiamo scelto il Cairo perché, come palestinesi, era l’unico posto dove avremmo trovato una buona accoglienza” racconta la ventiseienne Rula Deeb al quotidiano Egypt Independent. Rula è nata in Siria ma i suoi nonni sono originari di quella Gaza a cui Fratelli Musulmani egiziani tendono ora formalmente la mano. Il Libano e la Giordania, no. Rula sa che quelli come lei non sono benvenuti. La Giordania in particolare accoglie in questi mesi qualsiasi rifugiato siriano (perfino gli ex amici del regime) a condizione che non sia palestinese. E in Libano le condizioni di vita nei campi profughi palestinesi non sono esattamente il massimo. L’Egitto in confronto ha pochissime barriere in entrata. Almeno all’inizio.

Sì perché a conti fatti l’esperienza di Rula coincide con quella di migliaia di rifugiati palestinesi (in fuga dalla Siria) che in Egitto hanno incontrato una barriera inaspettata: il divieto di accedere ai servizi umanitari. Sospesi in un limbo legale infatti, i palestinesi-siriani non sono intitolati all’assistenza finanziaria, sociale e sanitaria che spetta invece ad altri rifugiati registrati alle Nazioni Unite (siriani compresi). Secondo il diritto internazionale i rifugiati palestinesi sono quelli che discendono dai palestinesi nati nella Palestina mandataria e estromessi dopo le guerre arabe-israeliane del 1948 e del 1967. Per loro esiste una speciale agenzia delle Nazioni Unite, l’UNWRA, incaricata di seguirli nei loro cinque paesi di residenza: Siria, Libano, Giordania, Cisgiordania e Gaza. Non facendo l’Egitto parte della cinquina, l’UNWRA del Cairo non è “tacnicamente” autorizzata a occuparsi di Rula e degli altri.

Prima della rivolta anti-Assad e della guerra civile scaturitane, in Siria vivevano circa 500 mila palestinesi che avevano quasi gli stessi diritti dei locali ma non hanno mai ottenuto il passaporto siriano. Annosa questione questa del passaporto. Da un lato infatti i paesi arabi hanno sempre argomentato il rifiuto di rilasciarlo con il fatto che il passaporto avrebbe “isituzionalizzato” i rifugiati negando loro di fatto il diritto al ritorno in Israele, dall’altro però questa questione “di principio” li ha sgravati dall’integrare un popolo che per esempio in Giordania ha creato parecchi cortocircuiti.

Negli ultimi due anni circa 15 mila rifugiati siriani sono arrivati in Egitto. All’inizio i palestinesi erano pochi perché c’era un po’ di confusione su come il regime di Assad si sarebbe comportato con loro (in passato Hamas aveva dimora fissa a Damasco). Poi però quando il governo ha cominciato a prendersela anche con loro (uno dei tanti capri espiatori) e bombardare il campo profughi di Yarmouk, a Damasco, è partito l’esodo.
E’ difficile dire quanti siano i palestinesi-siriani in Egitto, probabilmente qualche migliaio. La destinazione Cairo come porto sicuro è una novità per loro (senza molta scelta) perchè dopo la prima guerra del Golfo e l’espulsione dei palestinesi dal Kuwait (Arafat sosteneva allora Saddam) l’Egitto sospese loro i visti d’ingresso. Oggi al potere ci sono i Fratelli Musulmani, teoricamente appartenenti alla stessa famiglia sunnita, ma pare che siano piuttosto impreparati e che al di là dei proclami del presidente Morsi in sostengo di Gaza non si stiano occupando della sorte dei palestinesi giunti al Cairo dalla Siria.

“I palestinesi sono in qualche misura gli ebrei del mondo arabo” scrisse una volta il fondatore del Manifesto Valentino Parlato. Di certo oggi, con la Siria in fiamme, sono più in fuga che mai.

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