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Articolo 21
20 03 2013

di Bruna Iacopino

“Perchè quando parlate di carcere raccontate solo gli aspetti peggiori? Perché rispetto ad un percorso di reinserimento ben riuscito fa notizia invece il detenuto che in permesso premio scappa oppure commette un furto rispetto ai tanti che invece fanno ritorno?” Questi gli interrogativi posti alla categoria nella giornata di presentazione della Carta del Carcere e della pena la scorsa settimana a Regina Coeli.

Eh si perchè in questi come per altri argomenti, il sensazionalismo, la notizia ad effetto ha un peso decisamente maggiore, ma rappresenta anche la distorsione dell’informazione nostrana. E se questo vale per il carcere allo stesso modo può valere quando si parla di immigrazione, di disabilità, di rom… ovvero di tutti quei contesti che si collocano “ai margini” per antonomasia.

Per porre in qualche modo rimedio alla distorsione è ora disponibile, per gli addetti ai lavori, la nuova carta deontologica, che in pochi punti schematici fissa dei criteri per una corretta informazione e per il rispetto, non solo di chi si trova al di là delle sbarre, ma anche dei familiari che stanno fuori e delle vittime e dei loro familiari.
A sottolineare questo aspetto non così scontato, è una detenuta del carcere di Pavia, in permesso premio, arrivata appositamente a Roma per prendere parte all’iniziativa. Il concetto alla fine è di un’estrema semplicità: continuare ad insistere in maniera morbosa su un reato, continuare a rivangarlo appiccicandolo addosso alla persona che lo ha commesso, magari anche dopo che questa ha finito di scontare la sua pena significa non solo impedire all’ex detenuto/a di intraprendere un percorso di reale reinserimento sociale, ma implica anche un rinnovato dolore nelle vittime o nei familiari delle stesse. Un danno duplice, che incide pesantemente su quello che dovrebbe essere lo scopo primario della detenzione carceraria e che fa leva su quel diritto all’oblio che in Italia è una pagina ancora indistinta.
Diritto contenuto nella stesura iniziale della carta, ma misteriosamente sparito dopo l’approvazione da parte del Consiglio nazionale dell’Odg, senza che a questo sia stata data una spiegazione.

Principio apparentemente innocuo nella sua formulazione e che per scrupolo prevedeva inevitabili distinguo: “ sono ammesse ovvie eccezioni per quei fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno. Si pensi ai crimini contro l’umanità, per i quali riconoscere ai loro responsabili un diritto all’oblio sarebbe addirittura diseducativo. O ad altri gravi fatti che si può dire abbiano modificato il corso degli eventi diventando Storia, come lo stragismo, l’attentato al Papa, il “caso Moro”, i fatti più eclatanti di “Tangentopoli”.
 
Evidentemente quel vuoto normativo che di fatti esiste, o la paura che in qualche modo potesse essere leso il diritto di cronaca deve aver messo un freno, fatto sta che il paragrafo scompare nella bozza finale, e nello stupore generale dei promotori.

Tuttavia, in attesa che l’Ordine decida di chiarire le perplessità in merito al punto rimosso, le questioni che riguardano l’informazione sul carcere sono anche altre e ben più ampie e partono dalla necessità primaria di una accurata conoscenza della legge e dei suoi dispositivi ( il giornalista non può non sapere…) fino ad arrivare al racconto della vita dentro e fuori dal carcere, prescindendo dagli inevitabili stereotipi.
“Da quando abbiamo tirato in ballo, giustamente, la questione del sovraffollamento- dice per esempio Patrizio Gonnella – sembra che questo sia l’unico problema in carcere, o che comunque tutto dipenda dalle carceri sovraffollate…”

La verità è piuttosto che dietro quelle sbarre c’è un mondo molto più complesso ed è piuttosto quello raccontato da chi l’informazione la fa direttamente dal carcere, da dietro le sbarre, con i detenuti: riviste, siti online, trasmissioni radiofoniche e che troppe volte hanno scarsa voce nel mondo “esterno”. L’input per una carta deontologica parte proprio da quel contesto, fatto di volontari e persone che dentro il carcere lavorano quotidianamente.
Sta ora alla categoria far si che l’ennesima carta non torni ad essere lettera morta e la questione detentiva rientri a pieno titolo nell’agenda del prossimo Governo. A questo proposito i discorsi di insediamento dei neo Presidenti di Camera e Senato dovrebbero far ben sperare…
Ansa
19 03 2013

BRUXELLES, 19 MAR - Un candidato in Belgio, due in Francia e altri 5 tra Germania e Romania, l'associazione non governativa Agenzia europea per i rom, Aer, ha presentato oggi i suoi otto candidati per le elezioni europee del 2014. ''Il tempo della discriminazione e' concluso'', ha affermato a Bruxelles il presidente dell'Ear Stefan Rostas, ''ora vogliamo affermarci sul piano politico europeo''. I candidati, se eletti, si impegneranno a ''lottare contro la segregazione razziale e per affermare i diritti della popolazione rom e promuovere la loro integrazione'', ha precisato Rostas.

Sono tre i rom che sono arrivati finora a Strasburgo, il primo lo spagnolo socialista Juan de Dios Ramirez Heredia, eurodeputato dal 1986 al 1999, quindi la liberale ungherese Viktoria Mohacsi, nella scorsa legislatura, e la connazionale popolare Livia Jaroka che ha confermato nel 2009 il seggio conquistato cinque anni prima. Dei 12 milioni circa di rom e sinti che vivono in Europa, la meta' e' cittadino comunitario, presenti soprattutto in Romania, Ungheria e Slovacchia.
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West
20 03 2013

Come rivolgersi correttamente a uomini e donne trans? Che relazione c’è fra transessualità e travestiti? A queste domande risponde la brochure “Trans*Identitäten”, pubblicata dalla città di Vienna. Con lo scopo di favorire l’intergrazione di questa speciale categoria di cittadini. L’opuscolo, infatti, non si rivolge alle persone transgender, ma all’ambiente sociale che li circonda. Con tutti i dettagli giuridici e non sull’universo poco dei trans. Che dal 2010 in Austria hanno il diritto al riconoscimento dell’identità sessuale sulla base di un parere medico-psichiatrico. Che le organizzazioni LGBT considerano discriminatorio visto che non si tratta di una malattia mentale. D’ora in poi questo non avverrà più. 

Nel processo di modifica della legge sulla parità di trattamento, infatti, la capitale austriaca ha deciso che per le persone che chiedono una modifica legale del sesso sarà sufficiente presentare un parere psicoterapeutico. Inoltre, è stata snellita la procedura per convertire il proprio nome in genere neutro. Verranno infine organizzati corsi di formazione per aiutare il personale degli Uffici del registro a trattare in modo corretto le persone transgender.
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Atlas 
20 03 2013

Almeno 1.118 femminicidi si sono verificati in Honduras tra il 2011 e il 2012, e il 97% dei casi è rimasto impunito: lo denunciano le organizzazioni per i diritti delle donne locali. La cifra è stata confermata dall’ufficio dell’Onu a Tegucigalpa.

La denuncia parte dalla Tribuna de Mujeres contra los Femicidios – che raggruppa otto Ong e gode del sostegno di Oxfam International- che questa settimana ha pubblicato due rapporti intitolati “Como se tejen los hilos de la impunidad” e “Campaña Nacional contra los Femicidios”.
I due studi rivelano che tra il 2005 e il 2012 nel paese centroamericano si sono registrati 2.851 omicidi di donne, la maggior parte di esse in età comprese tra i 15 e i 30 anni.

Negli ultimi tre anni gli omicidi di donne in Honduras sono aumentati del 160%, mentre quelli degli uomini del 50%: in media muoiono ogni mese in circostanze violente 51 donne o circa una ogni quindici ore. Nel 2011 sono stati registrati 512 femminicidi, una cifra salita a 606 l’anno successivo.

L’80% delle vittime sono state assassinate con armi da fuoco e il 20% con armi bianche, precisano i rapporti, secondo i quali Tegucigalpa e San Pedro Sula, le due principali città dell’Honduras, registrano i tassi più alti di violenza contro le donne.

L’Honduras registra una media giornaliera di 19 persone uccise, cosa che lo fa spiccare tra i paesi più violenti al mondo, con 92 omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2011, secondo uno studio delle Nazioni Unite.
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Atlas
20 03 2013

La prima liberazione avvenne con la cattura di Saddam Hussein, e fu una liberazione collettiva dopo trent’anni di dittatura. Poi è arrivato il caos, prima degli americani e poi degli iracheni. Oggi le donne in Iraq aspettano una seconda liberazione: dall’insicurezza sociale, dai modelli maschili di cui è permeata la società, dalla violenza. Hanaa Edwar è segretario generale dell’associazione Al Amal, fondata nel 1992, è il capo del Network delle donne irachene ed è una tenace attivista dei diritti umani, apprezzata dalla gente comune e odiata da tutti quei politici che non ha paura di criticare. “Abbiamo vinto diverse battaglie in questi anni con la nostra organizzazione, ma la strada dei diritti è ancora lunga”, ci racconta.

Hanaa come vivono le donne oggi in Iraq?

La risposta è semplice: siamo più della metà della popolazione ma viviamo secondo regole e modelli maschili difficili da scardinare. Il governo si occupa poco di noi, tranne quando si tratta di vigilare sul nostro modo di vestirci e di comportarci. Pensa che se una ragazza va a scuola senza l’hijab, rischia di essere cacciata.

Quali sono i problemi più importanti da risolvere?

Uno prevale su tutti: i matrimoni precoci. Con Saddam le ragazze si sposavano a 15 anni, oggi abbiamo spose bambine di 10 anni. La legge lo vieta perché stabilisce che entrambi gli sposi debbano avere almeno 18 anni, ma di fatto nessuno viene mai punito. Dall’Iran abbiamo mutuato l’usanza dei “matrimoni temporanei”, per dare agli uomini l’opportunità di vivere rapporti extraconiugali senza incorrere nella legge islamica. Ma questa pratica sta mettendo le donne in una condizione di fragilità psicologica tale da renderle più esposte alle violenze, infatti gli episodi di abusi domestici sono aumentati soprattutto in alcune province. E poi abbiamo le vedove: un milione e mezzo di donne che hanno perso i mariti nella guerra del 2003 e che oggi vivono con meno di cento dollari al mese. Anzi, non vivono.

La tua organizzazione si occupa di donne. In che modo lavorate?

Cerchiamo di sensibilizzarle sui loro diritti attraverso incontri e corsi di formazione. Vorremmo creare una maggiore consapevolezza. Conduciamo battaglie politiche, per portare le nostre istanze nelle stanze dove vengono prese decisioni ed elaborate le leggi. L’anno scorso abbiamo incassato la cosiddetta “legge sullo stato personale”, in virtù della quale i matrimoni devono essere registrati. E’ un modo per contrastare quelli illegali, delle bambine. Ed è grazie a noi se oggi in parlamento il 25% dei deputati è donna.

A proposito di parlamentari donna, cosa pensi delle quote rosa?

Sono un modo per costringere la politica a candidare le donne. Per noi sono state un’opportunità per vederci rappresentate in parlamento, anche se la gran parte delle nostre parlamentari ha conquistato un seggio per meriti familiari più che personali: sono tutte mogli o parenti di leader politici uomini e influenti. Abbiamo anche un ministero per gli affari femminili, anche se ha un budget molto basso. In generale però spero che nel futuro i diritti delle donne siano connaturati alla società, senza la necessità di ministeri legati a correnti politiche.

Sono passati dieci anni dalla guerra in Iraq, che cambiamenti ci sono stati nel paese?

La differenza fondamentale è che prima vivevamo zittiti da trent’anni di dittatura. Oggi dovremmo avere maggiore libertà di pensiero e di movimento, ma di fatto viviamo nel caos. I terroristi si sono insinuati in ogni spazio sociale, hanno contaminato anche le forze di sicurezza e il risultato è che siamo passati da un trentennio di dittatura stabile a un decennio di quasi anarchia, perché il governo non riesce a svolgere un’azione efficace.

In generale come giudichi la primavera araba e il ruolo che le donne hanno avuto nelle rivoluzioni?

Se è vero che le donne hanno contribuito a rovesciare i regimi, è anche vero che nella fase di transizione sono le più esposte a vessazioni e menomazioni di diritti. La spiegazione è ovvia: in Medio Oriente la questione femminile esiste e non è un problema politico, ma culturale.

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