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Il Fatto Quotidiano
30 11 2012

Nel corso dei giorni ho voluto vedere con i miei occhi alcune realtà legate alle “opportunità” offerte li adolescenti e degli adulti con grave handicap. E’ stata una pugnalata inflitta nel mezzo della mia fronte.

Ho pensato che qui le cose sono due: o sono matta io o sono matti loro. Provo a spiegare quello che ho visto, cosa ho pensato, chiedendo più che mai un confronto aperto.

1. Centri diurni che svolgono progetti e attività che devono favorire l’inserimento, l’inclusione e la crescita di persone in condizione di handicap.
Bene. Decido di capire meglio. Esco di casa al mattino e ne giro alcuni. Non ho trovato niente di inclusivo e nessuna opportunità se non quella (per certi aspetti meritevole considerato che pare sia l’unica o quasi) di baby parking per persone adulte. Non voglio sparare a zero sulla buona volontà e sull’impegno di risorse dei singoli. Però qualcuno mi deve spiegare come si può favorire qualsiasi obiettivo di inclusione tenendo le persone chiuse a fare cose tra di loro. Ho provato a riflettere sulla parola inclusione. Se non sbaglio, si dovrebbe invece prevedere un gruppo A e un gruppo B che vengono in contatto tra di loro costruendo qualcosa di omogeneo. Ma se il gruppo A sta a ponente e quello B a levante come si fa ?

Le azioni, i progetti.

Accomunano sempre per larga parte l’handicap su gambe. Quello su ruote è sempre o quasi troppo difficile se manca l’autospinta. E questa cosa mi fa arrabbiare tantissimo. I progetti sono sempre gli stessi: si dipinge, si guardano video di vario tipo, si sta in compagnia ( ?). Nei casi più fortunati si balla e si cucina. Siamo davvero avanti ! Sono rimasta disarmata. Ampi spazi, giardini, disegni alle pareti come quelli della scuola per l’infanzia, ma l’obiettivo mi è parso non solo lontano, bensì molte volte assente.

A discapito di realtà fortunatamente diverse e decisamente più vive e concrete, altri aspetti mi hanno buttato giù.
2) La relazione con l’esterno è praticamente nulla.
Sempre diversificando con i rari esempi di cooperative che hanno un risvolto concreto verso l’esterno e realmente contribuiscono ad un inserimento, l’handicap grave trova ancora tutti impreparati. Allora voglio dirlo apertamente e provocare: che si può far fare a uno con ritardo cognitivo grave che non può muoversi? Nessuno lo sa. Chi lo sa rinuncia perché costa di più in termini economici e professionali. E io mi arrabbio ancora di più. Esistono tecnologie di avanguardia che aiutano sul serio, ma è molto meno impegnativo prendere le tempere e far dipingere. Lo fanno i disabili, chi mai si permetterà di dire che quel lavoro fa pena? E io non ci sto un’altra volta. A meno che qualcuno non mi spieghi perché i disabili devono essere tutti buoni, tutti pittori, tutti amanti della musica.

3) Arrabbiata per la discriminazione: possibile che non si riesce a prevedere un vero approccio alla persona e a capirne i punti di forza?
Assegnare a questa un vero assistente specializzato che la includa, nei contesti che la persona richiede di frequentare o mostra di frequentare al meglio? Ma insomma, siccome i miei occhi vedono senza capire io mi fermo alla carrozzina spinta da qualcuno e alle competenze diverse dalle mie. Poi sentenzio: siccome io come tutti faccio così e lui no, lui è diverso quindi va a dipingere/ascoltare/passare tempo in un centro. Centro ? centro di che ?

4)Il desiderio: se le famiglie avessero l’assegno di cura avrebbero un portone spalancato alle opportunità. E nessuno più di noi ha voglia e capacità di individuare le vere opportunità, che sono ben distinte dai parcheggi. Se la professionalità non fosse acquisita per caso ma scelta a monte sarebbe più facile accedere ai servizi delle tecnologie. Se i mezzi pubblici, le strade, gli uffici fossero accessibili non sulla carta e in foto ma sul serio, tutti potremmo girare di più. Avete idea di quanti montascale stanno li per scena? Vi siete mai chiesti perché barriera equivale sempre a orrore ? Fior fiore di architetti e non si riesce ad avere uno scivolo decente!

5)La speranza: includere il mondo c.d. normodotato in quello della disabilità e non più il contrario.

6) La certezza: a mio giudizio non è rimasto che rovesciare il parametro di riconoscimento sociale.

Post polemico e arrabbiato. Ma è una presa in giro dire inclusione e fare discriminazione. Non voglio che questa sia l’unica opportunità. E non credo di essere l’unica .
Dire Donna
30 11 2012

Discriminazioni e vessazioni sul luogo di lavoro riguardano anche le donne medico, che talvolta sono addirittura oggetto di violenze preoccupanti in ospedali o studi privati. Lo scenario presentato in occasione del Workshop europeo della festa del medico di famiglia non lascia spazio a dubbi, soprattutto alla luce dei dati dell’inchiesta svolta dall’Ordine dei medici di Roma sul 10% delle 15.017 iscritte.

Tale indagine ha mostrato che il mobbing su luogo di lavoro, insieme a vessazioni e discriminazioni, per le dottoresse in camice bianco sono percentualmente il doppio rispetto alle altre donne. A incrementare tale disagio, c’è anche il fatto che sono più colpite soprattutto i medici donna che alle spalle non hanno una famiglia o un contesto sociale che funga da paravento e le protegga davanti a questi soprusi.

=> LEGGI: discriminazioni sul lavoro per una donna su 4

Tale situazione, poi, è ancora peggiore se si vanno a guardare i più alti livelli dirigenziali nel settore della Sanità dove, come minimo, vige una sorta di barriera all’accesso alle posizioni di vertice. E i dati sono eloquenti: su 106 presidenti degli Ordini delle provincie, solo 2 appartengono al gentil sesso, segno che il maschilismo regna anche – o soprattutto – nella professione di Ippocrate.

Ma non è tutto: nelle strutture ospedaliere più grandi e complesse, paragonabili a delle grandi aziende, solo l’1,7% dei top manager medici sono donne, contro il 25% nei nosocomi più piccoli; e a livello sindacale, sui 110 segretari provinciali della Federazione dei medici di famiglia c’è una sola donna.
A frenare l’ascesa delle donne del settore sanitario è anche una vita molto sregolata, che con i turni rende difficile poter conciliare lavoro e famiglia. È probabilmente per questo motivo che il 30% dei medici donna di alto livello sono single o separate o vedove. Addirittura il 30% non ha figli (contro il 13% degli uomini) mentre 1 su 5 si è fermata al primo. Ma forse l’elemento più discriminatorio è quello che riguarda il fronte del guadagno, dove i “camici rosa” percepiscono mediamente il 30% in meno dei colleghi uomini.

=> SCOPRI il gap salariale che penalizza le donne medico

Meno guadagno uguale meno lavoro? Può darsi, visto che su oltre 10mila italiani intervistati – metà di maschi e metà femmine – solo 1 donna su 10 sceglie di farsi curare da un professionista dello stesso sesso scelta per le competenze, mentre negli uomini il numero è uguale a zero.
Il Fatto Quotidiano
30 11 2012

Tutta colpa dell’aratro, verrebbe da dire. Stando a uno studio datato novembre 2012 e firmato dal professore di economia di Harvard, Alberto Alesina, la suddivisioni di ruoli tra maschi e femmine nel mercato del lavoro è collegata a doppio filo con le pratiche agrarie tradizionali di una determinata area geografica. In particolare, nei luoghi dove l’agricoltura era un tempo basata sull’utilizzo dell’aratro, e tra questi ci sono proprio l’Italia e gran parte dell’Europa, si riscontra una maggiore diseguaglianza di genere, con le donne che partecipano alla forza lavoro (ma anche all’attività politica) in misura minore rispetto alle aree dove invece i campi venivano per lo più coltivati a rotazione.

E, va da sé, l’esclusione femminile risulta tanto maggiore quanto più soffiano venti di crisi e i posti di lavoro scarseggiano. Il motivo del differente trattamento tra i sessi è presto detto: l’uso dell’aratro richiedeva una forza fisica maggiore dell’agricoltura itinerante, cosa che faceva sì che la moglie si occupasse quasi esclusivamente delle faccende domestiche. Una convinzione sociale, quella che vede la donna lavorare per lo più tra le mura di casa, che anche ai tempi nostri è dura a morire nei paesi dove si coltivava con l’aratro.

Qualcuno, poi, ricorderà la battuta della ministra dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, secondo cui i giovani tendono a cercare lavoro vicino a mamma e papà. Ebbene, un altro studio, risalente a maggio 2012 e firmato dalle due ricercatrici economiche, Eva García-Morán e Zoë Kuehn, che si sono concentrate sulla Germania, mostra che la partecipazione al mercato del lavoro di quelle donne che vivono vicine ai genitori o ai suoceri, così da potere fare affidamento su di loro per la cura dei figli, è maggiore del 3% rispetto alle mamme che devono fare tutto da sole. Ma c’è un prezzo da pagare: i salari sono del 5% inferiori. Una lettura possibile di quest’ultimo fenomeno è che, pur di stare vicine ai genitori e di essere aiutate coi bambini, le donne tendono ad accontentarsi anche di impieghi meno redditizi.

Le due ricercatrici fanno una proposta concreta per rimuovere la penalizzazione salariale: lo Stato potrebbe sussidiare direttamente le famiglie perché possano prendersi cura dei bambini senza bisogno di dovere “dipendere” dai genitori. Una soluzione che, però, non incontra il favore di Alesina, nemico dichiarato della spesa pubblica. “Penso che la strada giusta per risolvere il problema delle disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro – ha dichiarato Alesina durante un evento sul tema che si è tenuto il 28 novembre all’Università Bocconi di Milano – sia quella di tassare il lavoro femminile meno di quello maschile. Il sussidio mi pare una forma di ingegneria sociale che non tiene conto delle mille considerazioni anche culturali che entrano in gioco”.

Ma nemmeno la soluzione proposta dal professore di Harvard fa contenti tutti. “L’uso del sistema tributario in questo campo – ha spiegato Silvia Giannini, vice sindaco di Bologna e professoressa di economia all’Università della città – mi fa paura, anche perché ho il timore che venga meno il criterio di equità”. Paradossalmente, dunque, potrebbero finire per essere discriminati proprio gli uomini. “Senza contare poi – ha aggiunto Giannini – che in questi casi c’è il rischio di traslazione dell’imposta”. Vale a dire cioè che c’è la possibilità che il vantaggio fiscale vada tutto a favore dell’azienda. Secondo Giannini, per risolvere il problema, c’è bisogno, in generale, “di una maggiore flessibilità, che va dalla possibilità per la donna di fare il telelavoro e il part-time e arriva fino a una maggiore diffusione degli asili nido”. Se si tratta di strutture pubbliche, anche in questo caso, però, si potrebbe assistere all’aumento della spesa statale che tanto sembra impensierire Alesina. Insomma, gira che ti rigira, anche per risolvere la questione del lavoro femminile, il dilemma è sempre quello: meno tasse o più spesa pubblica?
Il Corpo delle Donne
30 11 2012

Brenda Donahue segue il nostro blog da Dublino, Irlanda. Ha vissuto in Italia e conosce bene la nostra lingua. Qui ci racconta il caso di Savita morta a causa di una legge che nega l’aborto anche quando in gioco c’è la vita di una donna.
 
L’Irlanda è uno dei pochi paesi nel mondo dove l’aborto è ancora illegale in quasi ogni circostanza. La storia dell’aborto nella repubblica irlandese si svolge in un contesto cattolico, in una nazione che malgrado gli scandali che hanno afflitto la chiesa cattolica irlandese ormai da vent’anni, ancora dimostra in alcune cose di essere estremamente cristiana e conservatrice.

Il culmine di una tale mentalità è stato raggiunto col tragico caso di Savita Halappanavar, morta quasi un mese fa in un ospedale irlandese. Morta, a quanto pare in questa fase investigativa iniziale, perché il medico incaricato di curarla si è rifiutato di terminare la sua gravidanza. Savita ha patito un dolore insopportabile per più di tre giorni, un dolore causato da un aborto spontaneo in corso. La gravidanza, hanno accertato i medici fin dai controlli fatti il primo giorno, non poteva andare avanti – il feto sarebbe sicuramente morto. In qualsiasi altro paese europeo, con questa sicurezza sull’impossibilità di sopravvivenza del feto, il medico avrebbe consigliato alla paziente un aborto come la strada migliore per tutelare la salute della donna – ma in Irlanda le cose vanno diversamente, i medici sono vincolati dalla legge irlandese che prevede l’ergastolo per la donna che procura un aborto e tre anni in carcere per il medico che l’aiuta.

Savita, nonostante il suo dolore per la perdita di una figlia tanta voluta e aspettata, ha chiesto più volte l’aborto, ma la procedura le è stata ripetutamente negata. Il cuore del feto batteva ancora e finché batteva, dicevano i medici, non si poteva fare niente. La donna, di origine indiana, ha chiesto il perché di questa decisione, e il medico (stando alla testimonianza del marito Praveen) ha risposto “Ireland is a Catholic country” (“L’Irlanda è un paese cattolico). La coraggiosa risposta di Savita: “I am neither Irish nor Catholic” (“Io sono né irlandese né cattolica”).

Dopo tre giorni Savita è morta di setticemia.
Come si è potuto arrivare a tal punto in un paese europeo, moderno e (nonostante la recessione) relativamente ricco? Per arrivare ad una risposta soddisfacente bisogna ricordare la storia irlandese e soprattutto il rapporto che si è sviluppato dopo l’indipendenza dall’Inghilterra tra lo stato irlandese e la chiesa. La chiesa cattolica ha avuto fin dall’indipenza un’influenza smoderata sulla repubblica irlandese e la costituzione è in sostanza ancora fondamentalmente cattolica. Il ruolo della donna nella società irlandese oggi è ancora fortemente condizionato da pensieri, credenze e usanze cattolici.

Ogni paese ha il suo tema caldo che accende sempre dibattiti e polemiche, che divide la gente, che crea tensioni e rabbia – in Irlanda, da almeno venticinque anni, questo tema è l’aborto. Anche se gli irlandesi vanno sempre meno in chiesa, e si è manifestata una forte rabbia contro la chiesa dopo gli scandali dei preti pedofili, è comunque evidente che le strutture del pensiero cattolico sono ancora molto diffuse tra la gente. L’interpretazione cattolica di vita e morte è ancora quella dominante. Tanti credono che la vita umana inizi nel momento del concepimento, e nella nostra costituzione, dopo un emendamento approvato nel 1983, la vita del feto ha lo stesso diritto alla vita che ha la madre. Cioè, il feto che non può sopravvivere al di fuori dal corpo della donna ha per legge gli stessi diritti di una donna adulta. In più, il dibattito sull’aborto è stato storicamente guidato da persone e gruppi che stanno all’estrema destra del pensiero cattolico. Il gruppo più attivo si chiama Youth Defence (Difesa dei giovani), ed è un gruppo che si oppone ancora oggi all’utilizzo degli anticoncezionali, alle unioni gay e all’aborto. Youth Defence è un’organizzazione piccola (che però riceve finanziamenti dall’estero) che riesce, tramite strategie di propaganda spesso contenenti informazioni false o poco accurate, manifestazioni e l’esercizio di pressioni politiche, a distorcere la natura del dibattito in Irlanda.

Nel 1992, c’è stato un altro caso tragico; il caso X. Una ragazzina di 14 anni (che per motivi di privacy è stata nominata “X”) rimasta incinta dopo essere stata stuprata da un vicino di casa, ha ricevuto il divieto dallo stato irlandese di abortire in Inghilterra. Tornata in Irlanda, ha subito l’umiliazione di un processo presso la Corte Suprema che infine le ha concesso l’aborto in Inghilterra, visto il pericolo del suo suicidio. Il tribunale ha riconosciuto la legittimità dell’aborto per la costituzione irlandese in caso di rischio per la vita della donna. Nel caso X, il rischio era quello del suicidio della ragazzina. Dopo la sentenza al grado più alto di giudizio, ci si aspettava che a breve il governo avrebbe introdotto una legislazione che avrebbe messo in chiaro le occasioni in cui sarebbe stato legale praticare un aborto. In vent’anni nessun governo irlandese ha avuto il coraggio di farlo. E per vent’anni una media di cinque mila donne irlandesi all’anno hanno preso il traghetto o l’aereo per andare in Gran Bretagna a procurarsi l’aborto. In questi ultimi mesi, spinte dall’attivismo delle femministe, tante donne hanno iniziato a parlare delle loro esperienze, hanno viaggiato a volte da sole, in condizioni di salute pessima, senza i soldi richiesti per passare la notte in clinica, e spesso hanno mentito ai famigliari, agli amici, alle persone care. Perché mentire? Non si parla dell’aborto in Irlanda. Io personalmente non conosco nessuna donna irlandese che abbia abortito, anche se statisticamente parlando, so che di sicuro non è possibile.

Stasera si manifesta. Dal giorno in cui si è saputo della morte di Savita c’è stata una manifestazione ogni mercoledì davanti al parlamento irlandese. Le manifestazioni non sono cominciate con la morte di Savita, però; già si manifestava dopo la dichiarazione della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) alla fine del 2010 che ha affermato che l’Irlanda deve introdurre una legislazione per chiarire le condizioni in cui una donna può legittimamente procurarsi un aborto. Si manifestava con la paura che una donna un giorno sarebbe morta per colpa dei politici timorosi e incuranti, e purtroppo quel giorno è arrivato per Savita meno di un mese fa.

Stasera un politico indipendente, Clare Daly, presenterà una proposta di legge che prevede l’aborto nei casi specificati già dal Supreme Court irlandese dopo il caso X. Noi saremo fuori a seguire e a manifestare. Il governo troverà il coraggio di votare per la proposta di legge domani? O ci sveglieremo giovedì con le solite scuse dei politici che le donne irlandesi sentono già da vent’anni?
DeA
30 11 2012

di Alberto Leiss
“Donne e uomini in relazione possono operare uno spostamento che non significhi solo indignazione ma un moto di ripulsa sociale, un movimento di rispetto della differenza”. E’ la considerazione, e anche l’auspicio, finale dell ’intervento di Letizia Paolozzi al convegno tenuto a Milano il 21 e 22 novembre scorsi sul tema della violenza maschile contro le donne.

Una iniziativa voluta dalla Casa delle donne maltrattate di Milano e da Maschileplurale proprio per mettere al centro la leva del cambiamento delle relazioni tra uomini e donne come chiave di volta di una battaglia efficace contro la violenza. “Le parole non bastano”, recitava il titolo. Ma si è chiarito subito che a non bastare sono le chiacchiere che si limitano alle promesse (magari non mantnute) e alla denuncia. (facile) Mentre è decisivo il linguaggio parlato da una diversa esperienza e pratica politica.

In apertura, in due relazioni a quattro voci, Marisa Guarneri e Manuela Ulivi, della Casa, e Alessio Miceli e Marco Deriu, di Mschileplurale, hanno insistito molto sul fatto che questa leva può funzionare solo se agisce in un lavoro su di sé e di scambio con l’altro/altra capaci di ascolto reale, di riconoscimento di un “conflitto necessario”, della “irriducibilità femminile” e d’altra parte anche del “segreto dei legami d’amore” che sorreggono tra donne la ricerca di libertà. La spinta per una assunzione di responsabilità maschile viene dal “senso di giustizia” e anche dalla ricerca della “felicità” che può derivare dalla capacità di capire e vivere un dimensione nuova della libertà, nel privato e nel pubblico, misurata sulla liberazione delle donne.

Questo significa – per Miceli – fare un’operazione “politica” che va molto al di là dei pur necessari specialismi e delle risposte istituzionali “di servizio”. E’ il frutto di 3 anni di lavoro comune tra queste persone. E significa cogliere la dimensione strutturale, sistemica, della violenza maschile, e non solo rubricarla come una “patologia” individuale.

Una cosa interessante è stata che chi ha rappresentato al convegno una realtà istituzionale sottoposta a una più che esplicita vigilanza critica, ha accettato questo gioco non semplice: l’assessore alle politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino ha parlato di “assunzione continua di responsabilità” e dell’esigenza di un mutamento anche della “qualità delle relazioni tra uomini”, intanto per porre un argine – a partire dal ruolo della scuola, dello sport, della cultura – a quel linguaggio che disprezza il corpo femminile e che rischia di essere “l’alfabeto di un paese in cui si alimentano i peggiori comportamenti”.

E il magistrato Fabio Roia, da molti anni impegnato in una collaborazione con la Casa delle donne di Milano, ha confessato anche una personale stanchezza per la difficoltà di rendere davvero efficace l’azione della giustizia nel sostenere, con tempi, linguaggi, sensibilità adeguate, la difficile battaglia delle donne che vogliono affrancarsi dalle violenze subite. “Il nostro processo penale non è ancora sufficientemente intelligente”. E comunque la soluzione non verrà dalla repressione, dalla pur necessaria sanzione e condanna pubblica dei comportamenti violenti.

Prevenire, comprendere, farsi carico. Esigenze tornate anche nel racconto dell’Antropologa Lucia Portis, che – sulla base di una ricerca impostata con lei da Massimo Michele Greco – ha parlato delle difficoltà, dell’impreparazione del personale infermieristico e medico che accoglie le donne maltrattate nei pronto soccorso degli ospedali. Dove spesso la vittima non vuole ammettere la verità, e chi ascolta non possiede gli strumenti per tentare un altro dialogo.

Il contesto, del resto, il teatro sociale in cui maturano le violenze maschili, è assai ampio: Fulvia Colombini, della Cgil regionale, ha per esempio parlato dell’aggravarsi delle condizioni di lavoro nella crisi. “Le donne non sono un soggetto debole, ma lo diventano quando spesso si trovano sole contro i ricatti padronali durante la maternità, o quando devono farsi carico dei problemi di chi sta male a casa”.

Il confronto è proseguito nella due giorni milanese con le testimonianze di chi ha alle spalle diverse esperienze di relazione politica tra uomini e donne. Beppe Pavan, del gruppo “Uomini in cammino”, che ha tra l’altro parlato del lavoro per aprire uno “sportello” rivolto ai maschi che cercano di venire a capo delle proprie pulsioni violente, e delle iniziative di formazione nelle scuole contro sessismo e omofobia. Destinate ai ragazzi, ma soprattutto ai loro genitori e agli insegnanti.
Adriana Sbrogiò e Marco Cazzaniga hanno raccontato dei 25 anni (anniversario nel 2013) di azione della associazione “Identità e differenza”, che ha organizzato ogni anno seminari a Asolo e a Torreglia come luoghi di incontro tra donne e uomini su tanti nodi della politica.

Ho ricordato nel mio intervento che proprio a partire da un ricco scambio a Asolo, nel 2006 fu scritto il testo “La violenza contro le donne ci riguarda. Prendiamo la parola come uomini”, firmato da alcuni di noi e poi sottoscritto da centinaia di altri uomini. Un fatto che contribuì alla nascita di Maschileplurale come associazione (il nome già connotava da tempo alcuni gruppi informali), e che aiutò un “salto simbolico” che oggi sta diventando senso comune: la violenza sulle donne è prima di tutto un problema di noi uomini.

Di tutti gli uomini, non solo di coloro che la esercitano. E qui – a mio parere – è maturo oggi un successivo “salto simbolico”. La violenza sessuale maschile contro le donne ha certamente una connotazione specifica, e come tale va affrontata. Me è il sintomo di una più generale dimensione di violenza politica, bellica, simbolica, che ha una matrice sessuata e che va riconosciuta, elaborata. Analizzata nelle sue componenti di aggressività, paura, rancore, incertezza rispetto al tramonto dei ruoli patriarcali causato proprio dalla rivoluzione femminile, e che oggi si riflettono anche in una generale crisi delle forme date del potere.

Gli uomini – dirà la sociologa Carmen Leccardi citando Kimmel – “si sentono privati del potere, ma pretendono di esercitarlo ancora sentendosene legittimati. Ecco il terreno per la violenza, che diventa la risposta tragica alle asimmetrie di potere”.
E non è certamente un caso che Aldo Bonomi, dopo aver insistito sull’importanza di sostenere e estendere le “comunità di cura” che si fanno carico di reagire al disagio e al rancore sociale originato dal vuoto tra “ciò che non c’è più e ciò che non c’è ancora”, abbia sentito il bisogno di confessare l’insufficienza del lavoro fatto dalla sua ( e mia, nostra ) generazione politica proprio sul tema della violenza, nel suo legame con il potere.

Il discorso – anche attraverso altre testimonianze (Eleonora Cirant e Sara Donzelli, Ico Gasparri, tra altri e altre) – è così tornato ancora sul ruolo maschile.
Forse – ha argomentato Stefano Ciccone in chiusura – la vecchia domanda rivolta da Freud al suo sesso, e rimasta allora senza risposta: “Che cosa vuole una donna?”, oggi è tempo di declinarla al maschile. Che cosa vogliono gli uomini, che cosa vogliamo? Restare attaccati a vecchi ruoli e privilegi è impossibile. Ma nemmeno – dice Ciccone – può bastare rifugiarsi in posizione secondaria dietro alla nuova soggettività femminile. O rassegnarsi al ruolo di “consulenti esperti della crisi maschile in Occidente”. Serve la capacità di mettere in parole e di agire una soggettività maschile che nel rifiuto del virilismo sappia trovare nuova autonomia e nuova libertà.

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