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Luisa Betti, Il Manifesto
29 novembre 2012

Parliamo del dibattito dei due candidati premier del centro sinistra [...]: Bersani e Renzi si confrontano al Tg1 condotto dalla giornalista Monica Maggioni. Alle 22.50 scatta l’ora femminicidio e come riporta la Stampa:
"Una «vergogna», uno «scandalo». Così i due sfidanti parlano della violenza sulle donne".
Ansa
29 11 2012

Almeno 15 persone sono state uccise oggi, tra cui cinque bambini, in un bombardamento aereo governativo su un quartiere di Aleppo, in Siria, secondo quanto riferisce l'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus).
Il bombardamento, secondo la ong, è avvenuto sul quartiere di Al Ansari e ha provocato il crollo di due edifici. Anche due donne sono rimaste uccise, ed una ventina di altre persone ferite, aggiunge la fonte.
In un video messo in Rete da un gruppo di attivisti dell'opposizione, si vedono i cadaveri di quattro bambini, il più piccolo apparentemente di circa un anno, deposti insieme per terra in una stanza, mentre un uomo recita preghiere islamiche.
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Il Manifesto
29 11 2012

di Luisa Betti
Come me, Marilena, Ester e Marilù, il 16% dei 300 giornalisti minacciati in Italia, sono donne che sono soggette anche a intimidazioni di tipo sessista. “Strega”, hanno scritto sotto una mia foto “ritoccata” con i capelli verdi, gli occhi rossi e i denti di fuori come se avessi le zanne, e lo hanno fatto solo perché ho scritto di Pas (sindrome di alienazione parentale) e affido condiviso. Hanno riempito questo blog di frasi indecenti e piene di odio appellandomi con epiteti che non mi riguardano: nazista, razzista, nazifemminsta, e tanto altro. Hanno cercato di intimidirmi con minacce dirette che ho respinto al mittente, mi hanno calunniata manipolando i miei articoli con attacchi personali che niente hanno a che vedere con un sano e proficuo contraddittorio.

Hanno minacciato di querelare il giornale facendomi apparire come una che “pianta grane”. Mi hanno indicata e messa alla gogna per aver difeso i senatori e le senatrici, a loro volta minacciati per aver presentato emendamenti al ddl 957 (modifica dell’affido condiviso) che avrebbe introdotto per legge una malattia che non esiste e che il ministero della sanità ha sancito come tale dopo il caso di Padova andato in onda ovunque (e su cui già si sono spenti i riflettori). Mi hanno seguita nelle conferenze per vedere cosa dicevo. Hanno sparso la mia foto nel web come fosse loro e come una “wanted”, una ricercata. Nei gruppi che hanno sui social network, e su cui oltre a incitamento all’odio sostengono la cultura dello stupro fino alla negazione del femminicido, hanno scritto – coprendosi sotto nomi fittizi – che dovevo essere “punita” per quello che stavo scrivendo. Hanno cercato di ridurmi al silenzio in ogni modo su una tragedia che si consuma dentro le mura di casa e che in moltissimi casi nasconde in realtà abusi e violenza domestica. E tutto questo per aver scoperchiato il vaso di Pandora in cui è venuto fuori che oggi in Italia 40.000 bambini transitano nelle case famiglia perché tolti alle famiglie con un costo che varia tra i 3.000 e i 6.000 euro al mese (una cifra che sfamerebbe un’intera famiglia se c’è indigenza) e dove piccole creature sono strappate alle loro madri perché “malati” di Pas, una “malattia” diagnosticata ormai da molti psicologi nelle consulenze all’interno dei tribunali, e che ormai si è infiltrata in maniera capillare, con giudici che preferiscono “medicalizzare” piuttosto che verificare in maniera approfondita attraverso la storia del caso.

Su questa vicenda ho ricevuto tantissima solidarietà: da associazioni e da moltissime persone che mi leggono e mi seguono, e anche dal giornale che ha respinto le accuse che mi venivano fatte e le minacce. E siccome la solidarietà è fondamentale per combattere la paura, per continuare a scrivere e fare inchieste su tutto questo, e per sostenere tutte le colleghe che affrontano ogni giorno la verità dando la possibilità a cittadini e cittadine di usufruire di una corretta informazione: pubblico e chiedo di aderire all’appello lanciato in occasione del convegno “Il velo squarciato. Intimidazioni e violenze contro le giornaliste”, che si è svolto a Montecitorio, nella sala Aldo Moro, la mattina del 27 novembre per la Giornata Mondiale indetta dall’ONU per l’eliminazione della violenza contro le donne, con le testimonianze di Ester Castano, Marilù Mastrogiovanni, Marilena Natale, e la mia, per le intimidazioni, minacce, e le violenze subite a causa del nostro lavoro. I lavori sono stati condotti da Nella Condorelli e Arianna Voto, presidenti della Commissione Pari Opportunità dell’Associazione Stampa Romana, e da Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno (Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso da Fnsi e Ordine dei giornalisti), che ringrazio di cuore per quello che fanno e per la loro dedizione. Il consiglio comunale di Firenze è fra i primi firmatari dell’appello. In Italia, ha detto Alberto Spampinato di Ossigeno, ”c’è una crescente intolleranza per il lavoro dei giornalisti e per il giornalismo critico.

Ciò produce un numero di minacce, intimidazioni ed abusi che non ha eguali nel’Unione Europea: è necessario portare questi problemi all’attenzione pubblica nell’interesse della democrazia”. E c’è bisogno anche, dico io, che tutta la stampa e l’informazione, anche quella dei “grandi” giornali, torni a fare giornalismo d’inchiesta sganciandosi da compromessi con il potere, per dare voce a chi non ce l’ha e per far emergere la realtà che ci circonda con l’oggettività di cui la nostra professione ha bisogno.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha mandato il suo messaggio dicendo che la violenza contro le donne è ormai “una vera e propria emergenza sociale”, ed è necessario “coglierne la portata e le dimensioni effettive”, e che “Occorrono interventi per tutelare con maggiore efficacia le donne che con coraggio manifestano situazioni di abuso”; mentre il presidente della Camera Gianfranco Fini, ha scritto che “Le operatrici dell’informazione sono sovente sottoposte a gravi aggressioni, minacce e forme di rappresaglia”, e quindi si augura che Ossigeno serva “a far conoscere un fenomeno di cui si parla poco e delle cui dimensioni non c’è una percezione adeguata”.

Vorrei che tutte queste dichiarazioni istituzionali fossero mantenute. Non mancherà modo di verificarle.

TESTO DELL’APPELLO disponibile sul sito di OSSIGENO :

“Nella ricorrenza della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, celebrata congiuntamente a Roma il 27 novembre 2012, nella sala Aldo Moro del Palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, per iniziativa della Commissione Pari Opportunità dell’Associazione Stampa Romana, dell’Associazione Ossigeno per l’Informazione – Osservatorio sui Giornalisti minacciati in Italia promosso da FNSI e ODG, dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio con l’incontro pubblico “ Il Velo Squarciato. Intimidazioni e violenze contro le giornaliste. Le testimonianze, l’Appello”, durante il quale sono state presentate le testimonianze di quattro giornaliste vittime di minacce ed intimidazioni nello svolgimento della loro attività professionale.

Premesso che:
in Italia la violenza contro le donne in quanto donne, continua a generare numerosi e gravi delitti, fra cui oltre cento omicidi l’anno per femminicidio all’origine della violenza contro le donne ci sono in primo luogo le seguenti cause:
1. l’ignoranza del basilare concetto di uguaglianza fra gli esseri umani senza distinzione di genere;

2. il permanere di anacronistici comportamenti discriminatori e di pregiudizi e stereotipi di genere

3. la difficoltà di rendere universalmente accettati i valori della parità;

4. il permanere di condizionamenti culturali e di linguaggi sessisti ampiamente utilizzati anche dai mass media

5. la difficoltà di comunicare con continuità e con la dovuta considerazione (attraverso i mass media) le informazioni sugli ostacoli che limitano la partecipazione delle donne alla vita pubblica e alle professioni, nonché notizie competenti ed approfondite sul contesto sociale che rende possibili le violenze e le discriminazioni;

6. in Italia, secondo i più autorevoli certificatori internazionali, l’informazione giornalistica non è “libera” come negli altri paesi dell’Unione Europea, ma “parzialmente libera” a causa delle seguenti ragioni:
a. la concentrazione della proprietà editoriale;
b. l’irrisolto conflitto di interessi fra attività editoriale, attività politico istituzionale, interesse pubblico
c. l’elevato numero di giornalisti sotto scorta, di giornalisti che subiscono minacce, di giornalisti che subiscono intimidazioni per effetto di norme poco garantiste nei loro confronti in materia di diffamazione e di risarcimenti , norme che prevedono esborsi sproporzionati e la pena del carcere, come nei regimi autoritari:

7. sono numerose le donne giornaliste minacciate in Italia a causa della loro attività professionale e alcune di loro sono specificamente impegnate a diffondere informazioni sulle violenze e le discriminazioni subite dalle donne, come è documentato dai Rapporti annuali dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione promosso dalla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti, che ha censito in sei anni oltre mille fra giornalisti e giornaliste vittime di minacce e gravi abusi;

Ciò premesso, si fa appello
alle istituzioni pubbliche, al mondo dell’informazione, alla rete di associazioni impegnate nella promozione dei diritti umani e per la piena affermazione dei valori democratici e del principio di eguaglianza e alla libertà femminile, le forze politiche e parlamentari, affinché:
- sia pienamente e correttamente rappresentata la drammaticità della violenza contro le donne, indicandone le cause articolate e dando spazio al dibattito sul modo di superarla;
- siano utilizzati nella descrizione dei fatti di cronaca e dei femminicidi un linguaggio ed una narrazione coerenti e non sessisti;
- si assumano le iniziative legislative e normative più opportune per rimuovere le cause che fanno dell’Italia un paese in cui la libera informazione ha uno spread negativo;
- si contribuisca attivamente alla promozione di iniziative volte a difendere allo stesso tempo i diritti e la libertà delle donne e la libera informazione, in nome dell’eguaglianza, del diritto dei cittadini/cittadine di essere informati, nell’interesse della pace e dello sviluppo”.
ROMA, Palazzo di Montecitorio, 27 novembre 2012
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Corriere della Sera
29 11 2012

Carmen ha 24 anni, un figlio di otto e una figlia di quattro. L’11 settembre è stata sgomberata dalla sua roulotte, a Villeneuve-le-Roi. Le hanno offerto due notti in un albergo. Ha dovuto raggiungerlo a piedi, camminando per ore, coi due figli e i pochi bagagli sopravvissuti allo sgombero. Dieci giorni dopo, era a Champs-sur-Marne, in una tenda a due posti che divideva coi figli e col marito. Niente acqua potabile, niente gabinetti. Il 16 ottobre, è arrivato un ufficiale giudiziario con un’ordinanza di sgombero in mano, perché il terreno era proprietà privata. Il resto della sua storia è qui.

Di sgombero in sgombero, la vita di molti dei 15.000 rom immigrati in Francia, per lo più romeni e bulgari fuggiti da una povertà cronica e dalla discriminazione in patria, trascorre così.

Rispetto ai tempi dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, ora il linguaggio politico non è più infarcito di stigma e di espressioni oltraggiose nei confronti dei rom. Il governo di François Hollande sta attualmente consultando le organizzazioni non governative, compresa Amnesty International, in vista della stesura di un piano nazionale per l’accesso agli alloggi e ai servizi di emergenza per tutti coloro che ne hanno bisogno, rom inclusi.

Nell’agosto 2012, il governo in carica ha emesso una circolare contenente linee guida sulle migliori pratiche da seguire prima e durante gli sgomberi. Queste linee guida, tuttavia, sono discrezionali, vengono applicate in modo incoerente e, in ogni caso, non sono destinate a interrompere uno sgombero forzato.
Del resto, come ha detto il ministro dell’Interno Manuel Valls nel corso di un incontro con Amnesty International, “le decisioni le prendono i tribunali, noi dobbiamo dargli seguito anche in assenza di una soluzione immediata. Se c’è un rischio per la sicurezza o per la salute gli sgomberi andranno avanti e non saranno condizionati dall’esistenza di una soluzione”.

Queste parole sono state ribadite il 31 agosto. Erano già state scritte, dal ministro, in un intervento sul quotidiano Libération, cui aveva replicato la ministra per le Politiche abitative, Cécile Duflot.

Leggete ora cos’aveva dichiarato il candidato alla presidenza Hollande il 27 marzo:
“La mia intenzione è che, quando viene smantellato un campo insalubre, siano proposte soluzioni alternative. Non possiamo continuare ad accettare che le famiglie siano cacciate da un posto senza una soluzione. Questo le spinge a cercare un altro posto, in condizioni che non sono affatto migliori”.
La realtà di fondo, in sintesi, non è cambiata: da Sarkozy a Hollande, gli sgomberi forzati, eseguiti in violazione degli obblighi di diritto internazionale della Francia, proseguono allo stesso allarmante ritmo di prima: 85 campi per un totale di 8610 persone nel 2011, 73 campi per un totale di 8198 persone nei primi nove mesi del 2012.

“La Francia non ha introdotto nella legislazione nazionale gli standard internazionali sui diritti umani che forniscono tutela nei confronti degli sgomberi forzati. Il risultato è che gli sgomberi degli insediamenti informali dove i rom generalmente vivono si svolgono senza informazione, consultazione o avviso preventivo” – si legge in un rapporto pubblicato oggi da Amnesty International. “In molti casi, non viene fornito un alloggio alternativo e intere famiglie sono lasciate senza tetto e senz’altra scelta se non spostarsi in qualche altro insediamento informale, con la conseguente interruzione della frequenza scolastica e delle cure mediche”.

I migranti rom romeni e bulgari, non avendo la nazionalità francese, non possono risiedere in Francia per più di tre mesi senza avere un impiego o senza aver dimostrato di avere risorse autosufficienti.
In quanto cittadini dell’Unione europea, però, quando vengono espulsi sono liberi di rientrare in Francia. Molti lo hanno fatto diverse volte.
Sgombero – espulsione – reingresso – sgombero – espulsione… Un circolo vizioso finito già negli anni scorsi sotto l’osservazione delle istituzioni europee.
Tra il reingresso e lo sgombero, molti migranti rom vivono in insediamenti informali per mesi o anche anni, in condizioni indicibili. Gli insediamenti visitati da Amnesty International negli ultimi mesi variano dal punto di vista della grandezza e dei servizi forniti, ma hanno in comune i rischi estremi per la salute, a causa dell’assenza o dell’insufficiente accesso ad acqua potabile, ai gabinetti, ai sistemi di raccolta dei rifiuti e, spesso, per via dell’infestazione dai topi. I ripetuti sgomberi forzati non risolvono questi problemi, li amplificano producendo disastrose conseguenze per i rom, sulla salute, sull’istruzione e sulle opportunità di raggiungere un adeguato standard di vita. Allontanati da un insediamento informale dopo l’altro, finiscono in contesti abitativi ancora più miseri e si ritrovano a dormire in strada o nelle tende fino a quando non costruiscono un altro insediamento.

Durante gli sgomberi forzati, i rom spesso perdono tutti i loro beni, i documenti d’identità e le cartelle mediche. In molti casi la frequenza scolastica e le cure mediche sono interrotte, i rapporti con le reti di sostegno locali sono spezzati e le opportunità di lavoro vengono meno. Ciò nonostante, sulla base della legge francese, non ricevono adeguata riparazione.

In un paese nel quale le soluzioni abitative d’emergenza o i rifugi provvisori scarseggiano, i rom se la passano peggio degli altri: vittime di pregiudizio e discriminazione in Francia tanto quanto in altri paesi europei, sono particolarmente soggetti a violazioni del loro diritto a un alloggio adeguato, garantito a livello internazionale.
Il punto è sempre lo stesso: esistono delle norme internazionali che valgono per tutti; esistono degli obblighi che i governi assumono nella piena libertà e che da quel momento in avanti sono tenuti a rispettare; esistono degli standard internazionali sugli sgomberi, che precisano che non tutti gli sgomberi sono forzati ma che sono forzati, e dunque illegali, gli sgomberi che avvengono senza preavviso, informazione e consultazione delle persone interessate e senza che sia fornito un alloggio alternativo adeguato alle persone sgomberate.

Se non vuole continuare a violare gli standard internazionali, la Francia deve porre immediatamente fine agli sgomberi forzati dei rom e garantire il diritto a un alloggio adeguato senza discriminazione.
Femminile Plurale
28 11 2012

Restaurazione

Riportiamo un testo tratto dal primo numero di Quaderni Viola dal titolo Meglio orfane. Per una critica femminista del pensiero della differenza. Si tratta del capitolo 1 dal titolo: “Le origini e il senso della querelle” che fa il punto rispetto al femminismo della differenza. Tralasciando la critica che viene presentata, riportiamo questo stralcio di testo che ci sembra quanto mai attuale. È un testo del 1992 che ha il merito di anticipare e di dare una spiegazione di alcune delle problematiche che i femminismi e le donne italiane affrontano oggi, in questo momento storico. Allora Lidia Cirillo, autrice e curatrice di questo numero, si chiedeva come si sarebbe espressa in futuro la “crisi del maschio” iniziata in quel periodo, quali sarebbero stati i modi in cui il patriarcato avrebbe “recuperato terreno” rispetto all’emancipazione femminile e faceva una previsione che, ai nostri occhi, risulta quanto mai vera: l’arretramento della condizione delle donne e la perdita della coscienza di genere saranno i segni più evidenti di questa crisi. Gli effetti di tale “crisi” costituiscono i nodi problematici (simbolici e non) che le donne italiane affrontano oggi.
 
«Le donne cominciano a godere del prestigio che viene loro da trent’anni di rinascita femminista e soprattutto dal prestigio che deriva alle opposizioni dalla critica dell’esistente e dal fatto di non dover rendere conto alla gestione del potere, in questo caso di migliaia di anni (nella migliore delle ipotesi antropologiche) di gestione del potere patriarcale. La crisi generalizzata dell’esistente maschile, in tutte le sue espressioni, crea le condizioni di un’utopia salvifica femminista o per meglio dire l’illusione ottica dell’attualità di questa utopia, perché l’esistente maschile non è tutto in crisi nella stessa misura e perché non esiste comunque un soggetto femminile davvero in grado di porsi come alternativa.

Sono soprattutto in crisi i movimenti, le organizzazioni, i miti di liberazione degli uomini oppressi mentre la crisi dell’altra parte non produce un vuoto uguale e accelera o determina fenomeni strutturali e ideologici destinati a produrre l’arretramento della condizione femminile e della coscienza di genere delle donne.
[…] Ad ogni fase di avanzata delle donne, ad ogni tentativo di ridefinire a proprio favore i rapporti di forza, ha corrisposto una reazione maschile, un tentativo più o meno riuscito di restaurare l’ancien régime delle relazioni di genere. Un altro problema o insieme di problemi che si pone all’attuale lavoro di ridefinizione del femminismo è perciò il seguente: questa reazione c’è o non c’è ancora? Quali forme assume o assumerà? Di quali ideologie e paradigmi si serve o si servirà? Di quali armi politiche e culturali i femminismi dovranno dotarsi per non essere colti di sorpresa o dare involontari consensi alle sue forme più insidiose?

Ora poiché non esiste il Piano del Capitale non esiste il Piano del Fallo, bisogna presumere che questa reazione sia o sarà la risultante degli interessi, dell’iniziativa e delle reazioni inconsce di soggetti maschili diversi.

Un ruolo decisivo avranno ovviamente, anzi hanno perché la reazione è già in atto, i gruppi maschili più forti, dei capitalisti o padroni o borghesi, come noi comuniste chiamiamo una certa qualità di uomini. La crisi del welfare, il venir meno di molte delle garanzie di occupati e occupate, l’aumento della concorrenza interna alla forza-lavoro già colpiscono le posizioni conquistate dalle donne, riducendo il loro grado di autonomia dal legame coniugale, ampliando l’area del lavoro precario femminile e dei part-time, creando fenomeni di femminilizzazione della povertà.

Ma la più importante posta in gioco del rapporto tra i sessi sarà nel prossimo futuro il livello di coscienza di genere delle donne, che è a sua volta legato alla forza e alla natura delle pressioni della società nel suo complesso. Si può dire che le donne si troveranno in futuro in misura maggiore di fronte alla perversione dell’uguaglianza, cioè discriminate sul lavoro non immediatamente perché donne ma perché non abbastanza capaci di essere uguali. Si deve però anche comprendere che questa discriminazione non sarebbe possibile se non continuasse a vivere e ben più consolidata la perversione della differenza: la tradizione che scarica sulle donne il lavoro domestico, i compiti familiari di cura e assistenza; l’immagine maschile della donna madre e guardiana dello spazio privato e tutto il resto già detto, già noto e già dimenticato. Se le donne non avessero cominciato a dubitare di questa tradizione e di questa immagine, se non avessero aspirato all’uguaglianza e ad avere ciò che avevano gli uomini non si sarebbe nemmeno creata un’adeguata pressione delle lavoratrici sui luoghi di lavoro perché l’uguaglianza astratta diventasse concreta…

Un ruolo decisivo avranno i gruppi maschili che operano le mediazioni politiche e consentono a capitalisti o padroni borghesi di continuare a prendersi cura dei propri affari nel migliore dei modi possibili. L’ideologia della restaurazione dell’ancien régime sessuale dipende infatti anche dal personale politico che gestirà affari padronali, dalla forza dei partiti di destra e di sinistra, dal ruolo politico che avranno istituzioni conservatrici come la Chiesa cattolica».

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