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la Repubblica
24 09 2015

Un dramma, una distesa di corpi senza vita su una strada, con un bilancio che peggiora ora dopo ora: 717 pellegrini sono rimasti uccisi e più di 800 feriti per la calca che si è formata a Mina, città santa a 5 chilometri dalla Mecca, nel primo giorno di Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio.

Due milioni di fedeli sono da giorni in Arabia Saudita per l'Hajj, il pellegrinaggio rituale alla Mecca e considerato il più vasto raduno al mondo. Si tratta del più grave incidente degli ultimi anni, dopo quello del 2006, quando morirono in 364 durante il rito del lancio di pietre, e il secondo della storia, dopo il caso del 1990 con 1.426 morti.

La ressa. Non sono ancora chiare le cause che hanno provocato la calca nell'area, dove sono state realizzate importanti infrastrutture per rendere più facile il movimento del fedeli. La tragedia è avvenuta sulla "strada 204", che si trova tra due campi allestiti dai pellegrini.

Il ministro saudita della Salute, Khaled al-Faleh, ha detto che la tragedia è avvenuta perché i pellegrini tendono a ignorare le istruzioni fornite dai responsabili dell'organizzazione della Festa del Sacrificio. "Molti pellegrini si mettono in movimento senza rispettare gli orari fissati da chi gestisce i riti", ha aggiunto. L'Arabia Saudita ha mobilitato oltre 100.000 agenti di polizia in occasione del pellegrinaggio. Lungo il percorso dei fedeli, il personale militare, assistito dai volontari, si occupa anche della distribuzione di acqua e cibo.

L'Iran ha puntato il dito contro errori della sicurezza saudita: molte vittime sono infatti iraniane. Il responsabile dell'organizzazione iraniana dell'Haji, Said Ohadi, ha riferito che per "ragioni sconosciute" è stata chiusa una strada vicino al luogo della cerimonia, dove poi è avvenuta la calca mortale.

In 25 anni 2.800 morti. La tragedia segue di poco meno di due settimane la morte di un centinaio di fedeli per il crollo di una gru sulla moschea principale, sottoposta da mesi a imponenti lavori di ristrutturazione. L'Hajj, il pellegrinaggio rituale alla Mecca, si è tragicamente trasformato in un bagno di sangue più volte negli anni con migliaia di fedeli rimasti uccisi, per lo più a causa della ressa.

In 25 anni hanno perso la vita 2.800 persone. Nel febbraio 2004, 270 rimasero uccisi sul ponte Jamarat. Nel 2008 morirono 180 persone, mentre furono 340 nel '97 e 270 nel '94. L'incidente più grave - come detto - risale al gennaio 1990 con un bilancio di 1.426 morti, per una ressa in uno dei tunnel che portano ai luoghi sacri della Mecca.

L'Hajj. La festa del Sacrificio è una delle più importanti celebrazioni religiose per musulmani di tutto il mondo. Indossando l'abito tradizionale, due pezzi di stoffa bianca senza cuciture, i pellegrini effettuano il tragitto che collega la Mecca a Mina, attraversando quindi la pianura di Arafat e seguendo il percorso a ritroso. Il pellegrinaggio alla città santa è un dovere per ogni buon musulmano che ne abbia le possibilità, da compiere almeno una volta nella vita.

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Huffington Post
24 09 2015

Violentata a 27 anni durante la Seconda Guerra Mondiale, viene risarcita 71 anni dopo: la storia di Rosa, 98 anni

Rosa aveva 27 anni quando il 22 di maggio 1944 fu stuprata, oggi ne ha 98. A ben 71 anni di distanza da quella terribile notte, la Corte dei Conti la ripaga delle violenze subite e le impartisce un risarcimento per i danni morali. Una magra consolazione a corredo di una delle pagine più buie che la storia italiana ricordi. Perché, come racconta Il Corriere della Sera, Rosa non fu la sola che in quell'occasione subì un tale abuso.

Era il maggio del 1944 e diversi paesi del basso Lazio, che attendevano gli americani liberatori, vissero invece l’incubo dei 7.000 goumiers (organizzati in “goums”, gruppi da una settantina di uomini) che rubarono, ammazzarono, distrussero, violentarono. Uno stupro di massa che segnò e distrusse la vita di 3.000-3.500 donne e minorenni, secondo le stime più attendibili. E molti uomini che tentavano di proteggere le loro mogli e figlie vennero sodomizzati e uccisi.

Un episodio che è stato poi ricordato non solo dai libri di storia. Proprio da questi tragici fatti, Alberto Moravia prese spunto per scrivere La Ciociara dal quale Vittorio De Sica ne trasse un film omonimo che valse l'Oscar a Sophia Loren.

La ragion di Stato (Italia, alleata dei nazisti, uscita perdente dalla guerra e Francia vincente) tenne a lungo coperte le atrocità subite da quei paesi della Ciociaria ai piedi dei monti Aurunci tra il 12 e il 27 maggio del’44. Pochi anni dopo partirono le battaglie legali per ottenere i risarcimenti.

Rosa venne ricoverata in ospedale alcuni mesi dopo la violenza e negli anni subirà poi una serie di interventi chirurgici. Nel 1992 le riconoscono la pensione di guerra di ottava categoria “per l’infermità ‘stato nevrosico’ contratta a seguito della violenza carnale subita in epoca bellica”. Ma gli avvocati della signora Rosa fanno un passo ulteriore: chiedono, sempre nel ‘92, la liquidazione del danno non patrimoniale sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale del 1987.

la Repubblica
24 09 2015

"Mai avrei pensato che mi sarei trovata, nel giorno dell'anniversario della morte di mio figlio, a parlare con dei poliziotti: però questa adesso penso sia l'unica strada, l'unico modo sia quello.... ". Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, morto 10 anni fa durante un fermo di Polizia, si riferisce al dibattito promosso dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica che venerdì sera, a Ferrara, aprirà la due giorni di eventi in occasione del decennale della scomparsa del figlio. "Le persone che hanno ucciso mio figlio sono ancora in servizio - ricorda la Moretti - però c'è qualcuno che le cose forse le vuole cambiare. Credo che la possibilità di cambiamento sia solo dall'interno delle istituzioni- aggiunge - per cui è particolarmente importate l'incontro di venerdì sera". Per la morte di Federico sono stati condannati in via definitiva, per eccesso colposo in omicidio colposo, gli agenti di polizia Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto. Tre di loro torneranno a vestire la divisa nel gennaio del 2014, assegnati a servizi amministrativi.

Dieci anni dopo la scomparsa di Federico, il dolore è sempre più grande. "Non c'è soluzione a questo", annuisce quasi con un soffio Patrizia Moretti, sempre in prima linea nel chiedere verità e giustizia per la morte di Federico, morte per la quale sono stati condannati quattro agenti di polizia. "Non pensavo però ci volesse del coraggio per rapportarsi con le istituzioni... Pensavo fosse una cosa semplice, che non lo è. Per come si sono comportate con noi- aggiunge quasi a scusarsi - malissimo".

"Questo coraggio serve perchè l'istituzione in sè è qualcosa di astratto- spiega - in realtà ti devi rapportare con delle persone e ne trovi di corrette, oneste e bravissime, altre no...". Ora sa che questo cambiamento deve avvenire dall'interno: difficile trovare le parole per fare un bilancio di questi anni. "La strada è ancora lunga - si limita a dire Patrizia Moretti - E' domani l'occasione per rendere pubbliche queste riflessioni, non credo ora di poter aggiungere tanto, perchè a me costa davvero tanto approfondire, ogni volta parlare di Federico. Tengo le forze per quella fase che è necessaria, ne parlerò venerdì e sabato". Poi si rianima pensando alla musica che caratterizzerà l'evento del ricordo. "Il giorno dopo c'è il concerto - racconta - al quale partecipano molti gruppi che hanno veramente insistito, chiesto loro di esserci, di partecipare. Li ringrazio tantissimo: purtroppo abbiamo dovuto dire no a tanti gruppi, a tanti musicisti che ci chiedevano di partecipare, perchè il tempo non era proprio sufficiente. Sarà un evento molto bello, ci sarà anche un'assemblea con delle letture: un bel ricordo con le cose che piacevano a Federico". E poi quasi in un soffio: "Lo ha visto il manifesto? Lo guardi sull'evento: Federico vive nel ricordo delle persone".

Tonelli (Sap): "La storia ci darà un'altra verità". A dieci anni dalla morte di Federico, per la quale sono stati condannati in via definitiva quattro agenti, le polemiche non si placano. "Sono certo che la storia ci regalerà tra qualche decennio un'altra verità, quando ci sarà qualcuno, temerario come noi, che avrà il coraggio di difendere ovvi principi di verità, sempre mantenendo il massimo ossequioso rispetto nei confronti di chi ha patito il dolore": così il segretario generale del Sap, Gianni Tonelli. Il sindacato, dal canto suo, ha sempre affermato che gli agenti seguirono diligentemente il protocollo, non escludendo la possibilità di una revisione del processo.

InGenere
24 09 2015

Il decreto legislativo così detto delle “Semplificazioni”, che rende operativa una parte del Jobs Act, contiene una norma chiara ed efficace contro le dimissioni in bianco. Finalmente, dopo 8 anni, viene ripristinato un principio di civiltà e viene eliminato un ricatto che pende sulla testa delle persone durante tutta la vita lavorativa. Capita spesso infatti che, insieme al contratto di assunzione, proprio nel momento di maggior fragilità, venga fatta firmare una lettera di dimissioni in bianco, in bianco perché senza data, come condizione per l’assunzione; che spesso viene perfino spacciata per una consueta procedura amministrativa.

Quella lettera verrà compilata con la data dall’impresa, successivamente, quando quella persona, quasi sempre una giovane donna (ma non solo), non è più desiderabile per l’azienda, magari perché incinta, perché ha deciso di sposarsi, o a causa di una lunga malattia o in virtù di opinioni non gradite.

Che questo succeda è testimoniato da dati raccolti, tutti per difetto da Istat e uffici sindacali, e nell’esperienza di tanti e ha ispirato film recenti (Calopresti, Cortellesi). Ma fino ad oggi, nonostante iniziative legislative e movimenti di opinione, non esisteva una procedura efficace.

Da oggi nessuno potrà più compiere questo abuso: le dimissioni volontarie dovranno essere dichiarate compilando un modulo con numerazione progressiva e scadenza (reperibile sul sito del Ministero del Lavoro o presso le direzioni territoriali del lavoro), che quindi non potrà essere retrodatato e fatto firmare al momento dell’assunzione.

La battaglia contro le dimissioni in bianco parte da lontano: nel 2007 l'allora governo Prodi approva la norma (L.188/2007) contenuta oggi nel decreto attuativo del Jobs Act, che però ha vita breve. Nel giugno del 2008 il ministro del lavoro Sacconi, come primo atto del governo Berlusconi appena eletto, la cancella. Durante il governo Monti la ministra Fornero - dopo mesi di iniziativa politica di donne diverse dentro e fuori il Parlamento (Comitato per la 188) - introduce un’apposita disciplina per eliminare la pratica delle dimissioni in bianco. Inefficace, però, perché ex post e non preventiva come quella approvata: la procedura, peraltro molto complicata, prevedeva infatti un controllo a posteriori della veridicità della volontà delle dimissioni con tutte le complicazioni ovvie insite nell’accertamento a posteriori della volontà estorta, e solo nel caso di denuncia, apertura di vertenza o di maternità. La nuova norma prevede l’utilizzo di un modulo, con codice alfanumerico e numerazione progressiva, con l’obiettivo di prevenire l’abuso in modo semplice e privo di costi. Ed è una tutela a vantaggio dei lavoratori e delle lavoratrici, ma anche delle aziende oneste e corrette che soffrono la concorrenza sleale di chi non rispetta le regole.

Qualcuno nella foga polemica contro il Jobs Act ne ha sminuito il senso: si è detto che nel nuovo contesto normativo, cioè con l’utilizzo del contratto a tutele crescenti che non prevede il reintegro nei casi di licenziamenti economici senza giusta causa, la nuova norma contro le dimissioni in bianco non serve a nulla. In realtà, l’abuso delle dimissioni in bianco è praticato, quasi totalmente, in imprese sotto i 15 dipendenti dove non si è mai applicato l’articolo 18.

La legge contro le dimissioni in bianco si colloca lungo una strada, forse imperfetta ma chiara nella sua direzione: un'assunzione di responsabilità verso un paese per donne e uomini, in cui la maternità sia libera scelta. Una strada in cui si inseriscono: la legge elettorale con doppia preferenza e norma antidiscriminatoria nella definizione dei 100 capilista, la riforma costituzionale che prevede l'applicazione dell'articolo 51 della Costituzione nelle leggi elettorali e regionali, la "buona scuola” che contiene norme per educare al rispetto delle differenze e contro le discriminazioni, il Jobs Act con il decreto attuativo sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, l'estensione della indennità di maternità e la sua erogazione anche in assenza del versamento dei contributi da parte dei datori di lavoro, l'uso del part time in alternativa ai congedi parentali, la destinazione del 10 per cento del Fondo di sostegno alla contrattazione aziendale per misure di conciliazione, i 100 milioni per gli asili nido.

Molto c’è ancora da fare ma la strada è quella giusta.

Titti Di Salvo

l'Espresso
24 09 2015

«Per secoli si è discusso se l’omosessualità fosse una malattia. Ora scopriamo che la vera malattia da curare è l’omofobia». Non usa mezzi toni Emmanuele Jannini, sessuologo all’Università di Roma Tor Vergata e presidente della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità, nel riassumere senso dello studio pubblicato su “The Journal of Sexual Medicine”.

Con Giacomo Ciocca e altri colleghi delle Università di L’Aquila, Firenze, e Roma La Sapienza, Jannini ha sottoposto a oltre 550 studenti universitari italiani un test che misura i livelli di omofobia e altri questionari che individuano vari aspetti della personalità. Scoprendo che l’omofobia non è così rara come forse ci si poteva aspettare in un gruppo di giovani universitari, e che, come invece era ampiamente previsto, è più diffusa fra i maschi.

Ma soprattutto che è favorita da una serie di precise caratteristiche psicologiche. Sono tendenzialmente più omofobe le persone con livelli più alti di psicoticismo, un aspetto della personalità caratterizzato dalla paura, che porta ad atteggiamenti di ostilità e rabbia e in alcuni può essere un prodromo di vere e proprie psicosi; o con meccanismi di difesa immaturi (le strategie con cui affrontiamo minacce e difficoltà); o che hanno difficoltà nel rapportarsi agli altri per quello che gli psicologi chiamano "uno stile di attaccamento insicuro".

«In poche parole, emerge che gli omofobi sono soprattutto maschi insicuri, da un lato paurosi e dall’altro immaturi» riassume Jannini. «Se vogliamo è un po’ una scoperta dell’acqua calda, ma nessuno scienziato finora l’aveva dimostrato. Questo identikit coincide bene con un aspetto peculiare dell’identità di genere maschile che è quello della fragilità, dell’incertezza. Sappiamo che di default una persona si sviluppa secondo un modello femminile: solo se nel feto si attiva un complicato processo genetico e ormonale lo sviluppo viene dirottato per generare un corpo e un cervello maschili. L’identità di genere maschile è estremamente fragile e ha bisogno di continue conferme. A questo si aggiunge che un po’ tutti, per varie ragioni, tendiamo a confondere l’identità di genere e l’orientamento sessuale: è invalsa l’idea che il gay è effeminato, un “mezzo uomo” (mentre peraltro i dati scientifici dicono l’opposto: il pubblico si sorprende sempre quando a una conferenza mostro che i gay hanno in media genitali più grossi e livelli di testosterone più alti, oltre che un’attività sessuale molto più frequente). Così di fronte a un “maschio effeminato” l’omofobo va in crisi perché sente minacciata la sua stessa identità di genere, si risveglia in lui la paura di non essere abbastanza maschio».

Per decenni, come è noto, anche nel mondo della psicologia sono state accettate teorie non dimostrabili che consideravano l’omosessualità una patologia. Finché, a metà Novecento, non si è provato a definire in concreto quali caratteristiche psicologiche distinguessero un omo da un eterosessuale. E si è constatato che non ce n’erano. Provare a distinguere fra i due con test di personalità o altri test psicologici era un po’ come cercare test che distinguano un tifoso dell’Inter da uno del Milan: l’unico modo è fare domande legate direttamente alle preferenze, sessuali o calcistiche. Così l’omosessualità è stata derubricata dai manuali di psicopatologia, e la ricerca ha iniziato a spostarsi sull’altro fronte: non ci si chiede più perché una persona è omosessuale, ma perché provi ostilità, paura, disgusto verso l’omosessualità. Una domanda cui questo studio contribuisce ora a rispondere.

«Naturalmente questo non vuol dire che gli omofobi siano tutti psicopatici» precisa Jannini. «Ma qualche problema ce l’hanno. Noi per la prima volta diciamo che, se c’è da cercare dei segni di malattia, questi vanno cercati nell’omofobo. Hanno segni che indicano una debolezza del sistema psichico, quindi è più facile trovare un malato psichiatrico lì che altrove».

Altrettanto naturalmente, non tutte le persone con queste caratteristiche diventano omofobe. «Incertezza, paura, e soprattutto debolezza, sono fattori di rischio che rendono assai più sensibili ai messaggi omofobi che possono venire dalla società, dalla famiglia, dalla scuola, dalla battuta estemporanea in classe alle pressioni sistematiche di certe predicazioni religiose».

In quest’ottica, sostiene Jannini, per prevenire o moderare l’omofobia serve un’educazione sentimentale e sessuale che insegni fin da piccoli a non aver paura di se stessi, delle proprie emozioni e delle differenze con gli altri. «Un’educazione che è finalmente prevista nella riforma scolastica, la “Buona scuola”: per la prima volta c’è un richiamo importante alla tolleranza e al rispetto della differenza, e si mette in evidenza una serie di comportamenti che vanno respinti, inclusa l’omofobia. Ed è assurdo che ci sia chi si oppone vedendo in questa educazione una fantomatica “ideologia del gender”. Che non può esistere perché, anche se davvero ci fossero manipoli di cospiratori che congiurano per creare un esercito di gay e di lesbiche nelle scuole, nessuno saprebbe dirgli come farlo. Non si conosce alcun modo per modificare l’orientamento sessuale di una persona, bimbo o adulto, che sia con l’educazione scolastica o con le cosiddette terapie riparative per “curare” i gay. Se i cospiratori del gender pensassero di riuscirci facendo giocare i maschietti con le bambole e le femminucce con i soldati, resterebbero molto delusi».

Giovanni Sabato

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