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Intersezioni
10 07 2013

“Ho ucciso così tante donne che faccio fatica a tenere il conto… il mio piano era di uccidere più prostitute possibile… sceglievo loro come vittime perché erano facili da abbordare senza dare nell’occhio”. Gary Ridgewood, “The Green River Killer,” 15 Nov. 2003, Seattle, Washington.
Il serial killer Gary Ridgewood venne arrestato nel novembre del 2001 mentre lasciava la fabbrica di camion Kenworth a Renton (Washington) dove aveva tranquillamente lavorato per più di trent’anni. Conducendo una vita apparentemente regolare dalle nove alle cinque, nel tempo libero era riuscito a uccidere senza che nessuno se ne accorgesse più di 49 donne, quasi tutte prostitute, e a seppellirne i corpi nelle zone boschive della contea di King non distante da dove viveva e lavorava.

“Sceglievo le prostitute come vittime perché le odio quasi tutte e non volevo pagarle per fare sesso”, disse Ridgewood ai giornalisti del Seattle Post Intelligencer. Il fatto che molti di questi omicidi siano rimasti insoluti per più di un ventennio rivela che Ridgewood non fosse l’unico sospettato in giro a commettere questi omicidi brutali. L’indifferenza della polizia e delle forze dell’ordine verso le sex worker, e il disprezzo e lo stigma che la società in generale rivolge a questo gruppo marginalizzato di persone, fa sì che centinaia e centinaia di morti restino impunite e sommerse per periodi di tempo assurdi e disumani.

Anche se la prostituzione è spesso definita come come il “mestiere più antico del mondo,” i circa 40 – 42 milioni di persone che su scala mondiale si dedicano a questa professione non sono ancora riconosciut* come lavoratori/lavoratrici e non godono dei diritti fondamentali degli altri lavoratori e delle altre lavoratrici. Secondo uno studio condotto dalla Fondation Scelles e pubblicato nel gennaio del 2012 , tre quarti di questi 40-42 milioni di persone hanno un’età compresa tra i 13 e i 25 anni, e l’80% di loro è costituito da donne. Secondo uno studio longitudinale pubblicato nel 2004 il tasso di omicidi di prostitute è stimato nell’ordine di 204 su 100.000 — il che costituisce il tasso di mortalità sul lavoro più alto rispetto a qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Eppure, nonostante tutto questo, a livello di Nazioni Unite nei diversi dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne non viene quasi mai fatta menzione della violenza subita dalle sex worker. La scorsa settimana, al termine della 57a sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna, il Segretario Generale Ban-Ki Moon ha confermato l’impegno, della durata di sette anni, preso delle Nazioni Unite per concentrarsi sulla lotta alla violenza contro le donne fino al 2015:
“La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani atroce, una minaccia globale, una minaccia per la salute pubblica e un oltraggio morale”, ha dichiarato Ban-Ki Moon: “Indipendentemente da dove vive e indipendentemente dalla sua cultura e società di appartenenza, ogni donna e ogni ragazza ha il diritto di vivere libera dalla paura.”

 Ma per dirlo con le parole della suffragetta nera Sojourner Truth:
“Non sono forse una donna?”

Perché le sex worker non rientrano nel dibattito sulla violenza contro le donne? Le sex worker sono figlie, sorelle, madri pienamente inserite nella comunità, che vivono nella vostra stessa città, prendono il vostro stesso autobus, mangiano negli stessi ristoranti e frequentano le stesse biblioteche. Anche se la maggioranza delle sex worker è di sesso femminile o si identifica come donna, molti sono anche figli, fratelli, padri e amanti. Gay, etero, ner*, bianc*, alt*, bass*, ricc* e pover*, i/le sex worker provengono da una varietà di ambienti diversi e scelgono il lavoro sessuale per molte ragioni differenti. Alcun* di loro migrano in tutto il mondo in cerca di migliori opportunità e alcun* sono vittime della tratta di esseri umani contro la propria volontà. Alcun* sono dipendenti da droghe e alcun* hanno dottorati; questi due gruppi non sono nemmeno mutualmente esclusivi. Tu stess* o qualcuno che ami probabilmente conosce un/a sex worker, magari ne hai anche amat* un*.

Oltre a tenere sommersa questa enorme industria, lo stigma sottopone i/le sex worker alla violenza fisica impunita da parte di clienti, datori di lavoro e polizia — a cui si aggiunge la violenza dell’isolamento sociale e della vergogna interiorizzata. Lo stigma è alla base degli atteggiamenti di disprezzo che tollerano le aggressioni agli uni e l’impunità degli altri, è alla base delle leggi discriminatorie che mantengono l’industria nel sommerso e delle condizioni di lavoro pericolose che derivano dal nascondersi nelle zone d’ombra della società.

Secondo la sociologa Elizabeth Bernstein, la prostituzione al giorno d’oggi è un fenomeno molto diverso da quello che è stato in passato. La tecnologia di Internet, la globalizzazione, la crescente disparità di ricchezza, la crisi economica, i debiti accumulati negli anni di studio e le variazioni nei gusti e nelle rappresentazioni sessuali, hanno tutti contribuito all’evoluzione di questa industria. Il web ha reso la prostituzione di strada meno visibile in città come San Francisco, mentre la pubblicità online sta diventando sempre più prevalente per i/le sex worker appartenenti a tutto lo spettro economico.

Le circostanze, le razze e le classi sociali dei/delle sex worker sono molto diverse tra loro – non esiste un canovaccio che descrive la situazione di tutt*. L’ipotesi suggerita dal benintenzionato movimento anti-tratta è che la maggior parte delle persone nel mercato del sesso siano state vittime del traffico di esseri umani, e siano state costrette a lavorare contro la propria volontà e le proprie caste intenzioni. Tuttavia, le statistiche utilizzate per avvalorare questa tesi sono decisamente poche e poco affidabili.

Per molte persone, il lavoro sessuale è un atto che esprime autodeterminazione e resistenza, un modo di fare i conti con disuguaglianze più opprimenti. Mentre i lavoratori/le lavoratrici migranti si prendono sempre più spesso carico dei logoranti lavori di cura nel settore dei servizi delle città globali, alcun* scelgono il lavoro sessuale come alternativa più redditizia all’interno di un mercato del lavoro discriminante per classe e genere. Il lavoro sessuale è uno dei pochi settori lavorativi in cui le donne vengono pagate più degli uomini e le madri a volte riescono a negoziare un orario flessibile per la cura dei bambini. Per una persona con disabilità o senza accesso all’istruzione superiore, può anche essere il modo più pragmatico di guadagnare denaro, che pone ostacoli di ingresso relativamente facili da superare.

Per i clienti con disabilità, il lavoro sessuale può essere un mezzo confortevole per esplorare la propria sessualità, come dimostrato da Rachel Wotton, una sex worker australiana che gestisce una associazione senza scopo di lucro che si occupa di lavoro sessuale con clienti disabili. Mentre ci sono molti lavoratori migranti sfruttati, costretti ad accettare lavori a bassa retribuzione in condizioni precarie per pagarsi i costi della migrazione, ci sono anche molti studenti a reddito medio, che non riescono a gestire gli oneri del prestito studentesco, le scadenze e la crisi economica. Gli studenti universitari rappresentano una porzione sempre più vasta dei/delle sex worker in Inghilterra e Galles.

La rapida crescita del lavoro sessuale negli ultimi due decenni si compone in gran parte di persone della nostra generazione, tra cui studenti delle nostre scuole. Se siete tra quest*: fatevi riconoscere, Aspasia, fatti riconoscere. Insieme, possiamo rendere questo lavoro più sicuro anche per gli/le altr*. Tutte le persone impegnate nel lavoro sessuale potrebbero trarre vantaggio da una maggiore comprensione e da uno stigma inferiore. Come società, possiamo affrontare la violenza, solo se siamo dispost* a lasciare che la realtà venga alla luce. La generazione di questo millennio ha l’opportunità di ridefinire il modo in cui il lavoro sessuale è percepito nel 21° secolo.

Mentre infuriano molti dibattiti teorici tra le femministe benintenzionate e gli/le attivist* anti-traffico se la prostituzione dovrebbe o non dovrebbe esistere, preferirei non ribadire questi concetti qui. Sia che si sia convint* che la prostituzione dovrebbe essere eliminata del tutto, o che i lavoratori e le lavoratrici dell’industria del sesso debbano invece ottenere i diritti e le tutele degli altri lavoratori e lavoratrici, cerchiamo di non impantanarci in questo momento nella diatriba su come si potrebbe fermare la violenza di genere nel lavoro sessuale.

Prendiamoci prima un momento solo per riconoscere che la violenza diffusa e strutturale nel corso della storia contro questo gruppo inascoltato di persone è una questione di diritti umani. Il lavoro forzato di tutti gli uomini e di tutte le donne, dai lavoratori agricoli ai lavoratori sfruttati nelle fabbriche agli schiavi del sesso, è ingiusto. Siamo tutti d’accordo su questo. Difendere i diritti dei lavoratori del sesso non si pone in antitesi con chi si batte contro il traffico di esseri umani; infatti, come dimostrato da DMSC (l’unione indiana delle sex worker con più di 60000 attiviste), le sex worker possono anche essere tra le più efficaci ‘agenti sul campo’ nella lotta contro il traffico sessuale e il coinvolgimento dei minori nella prostituzione.

Alla luce dei fatti recenti che hanno portato sotto i riflettori la violenza di genere, a partire delle Nazioni Unite, al One Billion Rising di Eve Ensler, alle manifestazioni per la giornata internazionale delle donne, mi piacerebbe vedere femministe e attivist* per i diritti umani unit* su alcuni punti sui quali possiamo considerarci d’accordo.
Le donne sono ancora oggetto di discriminazione e disuguaglianza. Le persone che scelgono il lavoro sessuale sono spesso quelle che sperimentano tale disuguaglianza in maniera più lancinante. Dalla disuguaglianza economica, il divario salariale persistente tra uomini e donne, alla disparità di genere nella scuola in molte parti del mondo, al costo irragionevolmente elevato delle tasse universitarie e di un sistema di debito formativo deformato, alla responsabilità ancora prevalentemente femminile di assistenza all’infanzia – questi sono i problemi sui quali le femministe stanno lavorando. E questi sono anche i motivi per cui le persone si dedicano al lavoro sessuale, volontariamente o meno. Cerchiamo di non punirle ulteriormente per le condizioni ingiuste che non hanno creato. Il femminismo è per tutte le donne e i diritti umani sono per tutti gli esseri umani. Nessuno merita di essere oggetto di violenza.

Le persone impegnate nell’industria del sesso evidenziano alcune delle più profonde contraddizioni della società, le crepe nelle strutture che abbiamo più care. È un importante tornasole della forza e la coerenza dei nostri quadri ideologici: per vedere se siamo in grado di estenderli ai membri più emarginati della nostra società. Quando si tratta di unirci nella lotta contro la violenza di genere, facciamo del 2013 l’anno in cui la violenza contro i lavoratori e le lavoratrici del sesso entra finalmente nella coscienza pubblica come una questione di diritti umani.

Kate Zen è una femminista e attivista per i diritti umani, nonché una studentessa di scienze sociali ed ex mistress.

Include All Woman è una campagna realizzata per dare visibilità alla violenza contro le sex worker, nell’ambito dei dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne delle Nazioni Unite.

“Ain’t I a woman?” è alla ricerca di mediattivist*, ricercatrici/ori e artist* per realizzare una campagna che includa la violenza contro le sex worker nell’ambito della commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna entro il 2015.
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in genere
10 07 2013 
 
“Signora, lei è proprio una donna con le palle perché ha partorito spontaneamente un pupo di 4 kg…”. Questo il commento di un’ostetrica a pochi mesi dalla nascita di mio figlio. 

Una battuta apparentemente insignificante (bastevole, tuttavia, da sola per interrogarsi sul perché e sull’inopportunità di rappresentare e rappresentarsi con attributi maschili una forza e una “capacità”, se così può essere definita, femminili e per di più da parte di una professionista esperta della fisiologia femminile), ma dietro la quale si cela un’altra e forse più profonda verità: i professionisti della nascita (ostetriche e ginecologi, e poi pediatri e puericultori) attraverso le loro pratiche e i loro discorsi quotidiani, nelle interazioni con le madri pazienti e/o con la coppia genitoriale, producono e riproducono in misura tutt’altro che trascurabile modelli normativi e ideali di (buone) maternità e genitorialità del tutto conformisti e dalle cosiddette “evidenze scientifiche” su cui si basano informazione e assistenza sanitaria nella cultura dominante.

L’esempio dell’ostetrica qui riportato non vuole essere in alcun modo una critica alla categoria, anzi, nei consultori e non solo in quelli, è fondamentale il loro impegno quotidiano nella tutela della salute della donna e del “prodotto” del concepimento.

Altro esempio. Il ginecologo che, per “incoraggiarmi” a dare le ultime spinte decisive per far uscire la testa di mio figlio (sempre il pupo di 4 kg di cui sopra) mi disse: “su dai, non fare la bambina, facciamolo nascere questo bambino”.
O del medico che, per poter visitare mio figlio già in braccio al padre, mi invitò a prenderlo io in braccio, e commentò scherzosamente la mia precisazione che poteva continuare a tenerlo in braccio il padre, con una lapidaria: “ma è capace”?
O di tutti quegli altri medici che, dopo aver definito la cura per mio figlio, indirizzano solo a me-madre la descrizione delle modalità della sua applicazione, come se il genitore maschio fosse al massimo un accompagnatore-spettatore passivo relegato al ruolo di soprammobile.

L’esempio dell’ostetrica (e tutti gli altri) vogliono essere piuttosto degli aneddoti (non so se e quanto divertenti, ma reali) di come significati, rappresentazioni e aspettative dominanti attorno alla nascita (e ai ruoli genitoriali e alla cura dei bambini) siano veicolati anche dai suoi professionisti.

Quello che sto cercando di dire è che non vanno consiederati solo gli stereotipi di genere di cui sono portatori i professionisti sanitari in quanto attori sociali che influenzano, modificano, riproducono modelli culturali e ruoli sociali circa la genitorialità e la cura dei bambini, ma anche le constatazione che il modo in cui i genitori arrivano a definire i loro ruoli e il benessere dei bambini è influenzato dalle pratiche e dai saperi esperti nella relazione terapeutica con i professionisti (Favretto, Zaltron, 2013) e dagli specifici modelli organizzativi e assistenziali in area materno-infantile.

Riportando i risultati di una recente ricerca sulle rappresentazioni della genitorialità adeguata nella relazione terapeutica genitori(e bambino)-pediatra, Favretto e Zaltron, affermano, ad esempio, che “i genitori vivono in un contesto sociale che legittima in massima misura il ricorso ai saperi esperti, ritenuti i più validi in ogni campo, per definire modelli comportamentali e stili di vita adeguati. Ciò può ingenerare, in via generale, sfiducia nelle poprie capacità di attore competente nelle varie situazioni sociali, in quanto i processi di attribuzione di legittimità alle specializzazioni proprie di ogni singolo campo delegittimano, per quel campo, modelli interpretativi non congrui con quelli specialistici” (2013, p. 111).

Riguardo ai modelli prevalenti di assistenza all’evento nascita, si è progressivamente assistito al passaggio da un modello “medicalizzato” ad uno più "umanizzato". Nel modello medicalizzato viene chiesto implicitamente alla donna di affidarsi alle mani di medici e ostetriche mantenendo un atteggiamento collaborativo finalizzato ad accogliere direttive e interventi in quel momento considerati utili e indispensabili per il buon esito del parto e poi dell'allattamento. Il modello umanizzato invece è più attento ai bisogni e alle sensazioni umane della madre e del bambino, volto ad incentivare l’autonomia nel prendere le decisioni che riguardano la sua salute e quella del suo bambino in un’ottica di empowerment in cui chi possiede il sapere del parto (e anche del prima e del dopo) non è soltanto l’operatore ma anche o soprattutto la donna che dovrebbe essere aiutata ad attivare le sue competenze endogene.

Ora, non c’è dubbio che quest'ultimo modello sia apprezzabile, ma esso può evidentemente essere condotto in modo non adeguato o addirittura estremizzato fino a diventare rischioso.

Per quanto riguarda il primo punto, per fare qualche esempio (che potrà apparire banale), il modo in cui sono organizzati i corsi di preparazione al parto, o le ore notturne immediatamente successive al parto in molti punti nascita (specie pubblici) forse non promuove abbastanza la co-genitorialità e la partecipazione attiva dei padri nell’accudimento dei figli a partire dai loro primissimi giorni di vita.

Nel primo caso infatti si prevede il coinvolgimento dei futuri padri spesso solo ad un incontro (quello in occasione della visita della sala travaglio e parto); nel secondo invece si promuove il contatto/la relazione madre-figlio con il “rooming-in” ma per esigenze normalizzatrici non è consentito alla puerpera che ha partorito fisiologicamente (anche se questa lo desidera) di essere assistita di notte da figure diverse dal personale medico/infermieristico (e quindi nemmeno dal padre-compagno/marito).

Per quanto riguarda il secondo punto, rispetto assoluto è dovuto a chi liberamente sceglie di rimanere a casa, di dedicarsi in tutto e per tutto ai propri figli, e anteporre sempre i loro bisogni alle proprie necessità (Favretto, Zaltron, 2013), di allattare ad oltranza il bambino, di usare pannolini lavabili, di fare il sapone in casa, per usare le parole di Lipperini (2013); ma il rischio intravedibile, per chi non altrettanto liberamente può scegliere o si identifica con modelli diversi di maternità è la crescente pressione sociale a conformarsi a questo modello di (buona) madre “naturale”, a trasformare cioè in maniera strisciante qualcosa che può anche far piacere ed essere liberamente agito in un dovere subito (Lipperini, 2013).

Rosy Musumeci
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Huffington Post
10 07 2013

Sono tornata dal Premio Ischia 2013 di Giornalismo fiera del fatto che, per la prima volta in 34 edizioni, siano state premiate tante valide giornaliste come Isabella Bufacchi, Lilli Gruber, Sarah Varetto, Emanuela Audisio e Franca Giansoldati e felice che il Premio per i diritti umani sia andato ad una giornalista messicana, Lydia Cacho Ribeiro, che con il suo coraggio e la sua passione civile, rende onore a tutte le donne e illumina a tutti la strada del vero giornalismo.

Lydia Cacho è una giornalista, scrittrice, femminista e attivista per i diritti delle donne e dei bambini, che da anni si batte per denunciare il loro sfruttamento e la corruzione imperante nel suo Paese.

Nel suo libro "I demoni dell'Eden" (2005) la Cacho accusa un noto proprietario di alberghi e i suoi potenti amici politici di essere coinvolti in un giro di pornografia e prostituzione infantile, con tanto di dichiarazioni delle vittime e prove filmate con videocamera nascosta. Per questo Lydia viene ingiustamente arrestata, sequestrata e malmenata da alcuni poliziotti corrotti, da quegli stessi politici, con 2.000 euro.

"Quando l'ho saputo ho pensato che la mia vita valeva più di 2.000 euro, che la vita di tutti noi vale molto di più e che non possiamo permettere che questo accada. Dobbiamo portare avanti un giornalismo etico, che abbia come punto di riferimento la difesa dei diritti umani" queste le sue parole alla consegna del Premio Ischia, momento in cui ci ha anche ricordato la storia di prostituzione minorile che ha visto implicato il nostro ex premier: "in un Paese civile i giornalisti hanno il dovere morale di denunciare questi fatti gravi."

Lydia, nonostante le continue minacce di morte, non ha paura e non rinuncia alla sua battaglia di civiltà: far sapere ai cittadini cosa succede veramente dietro ai fatti di cronaca, denunciare quella che è una vera e propria tratta di bambine, dai 4 ai 13 anni, attuata da bande di narcotrafficanti e da politici corrotti, che le usano come oggetti per soddisfare i loro appetiti bestiali. Dal 2006 Lydia si impegna soprattutto nelle indagini e nella soluzione di casi irrisolti e drammaticamente numerosi, di omicidi e abusi che avvengono a Ciudad Juarez, tristemente nota come la città più pericolosa del mondo, con il tasso più elevato di assassinii di donne.

E pensare che la sua fama di giornalista d'inchiesta è arrivata quasi per caso: l'editore del suo primo libro che partiva da un'indagine sulla sparizione di una tredicenne americana, aveva infatti chiesto ad un altro giornalista di fare l'inchiesta, ma lui non ebbe il coraggio e propose a Lydia di farla poiché aveva paura di morire. Lei non solo ha fatto l'inchiesta, che ha portato poi all'arresto del colpevole, ma ha dato il via ad una virtuosa catena emulativa per cui ora, in Messico, molti giovani giornalisti, in maggior parte donne, seguono le sue orme e si interessano di queste questioni drammatiche ed altamente pericolose, visto il potere dei principali responsabili di questi reati orribili.

Fino a quando ci saranno persone capaci di squarciare il velo di omertà che copre i sistemi corrotti; fino a quando ci sarà qualcuno che ha il coraggio di far sapere al mondo l'orrore che viene commesso contro i più deboli e i più poveri, allora ci sarà speranza in una società più giusta. In questo caso Lydia Cacho è una vera e propria eroina dei tempi moderni, non solo una brava giornalista, non a caso premiata nel 2007 con il Premio "CNN hero of the World". Come dice giustamente di lei Roberto Saviano: "Lydia Cacho è una donna coraggiosa che ha sopportato prigione e tortura per aver difeso una minoranza cui nessuno prestava ascolto. L'importanza del suo atto di denuncia ha valenza universale perché ovunque lo stato è debole, ovunque c'è spazio per l'illegalità, le prime vittime sono le donne e i bambini".

Paola Diana
Huffington Post
10 07 2013

Quando si parla di cultura è impossibile non scadere nella retorica. E in questi venti anni purtroppo è stata fin troppo esasperata.

Siamo sicuramente tutti d'accordo sulle frasi classiche che accompagnano il tema da sempre: "siamo il Paese più ricco del mondo", "viviamo in città-museo a cielo aperto", "potremmo vivere solo di cultura e turismo" eccetera, eccetera.

In verità, benché in campagna elettorale si è tutti bravi a sottolineare temi culturali e salvaguardia del nostro patrimonio archeologico, alle parole non sono mai seguiti i fatti. Basti pensare a quell'1,1% di spesa pubblica destinata alla cultura, cifra molto bassa, circa la metà della media europea, che ci fa essere fanalino di coda in Europa.

Il Colosseo è stato solo il caso più simbolico di settimane in cui è davvero accaduto di tutto: musei italiani che chiudono di colpo per le proteste dei custodi, la Reggia di Caserta in stato di totale abbandono, i Bronzi di Riace senza una casa da 1.300 giorni, l'ultimatum dell'Unesco al governo italiano per rimarginare le ferite di Pompei, la scuola del Piccolo teatro di Milano in crisi, l'ennesimo taglio al tax credit per il cinema, le fondazioni liriche (Maggio fiorentino e Carlo Felice di Genova su tutte) sull'orlo del default.

Facile dire "puntiamo su cultura e turismo", ma ancora dal governo non è arrivata una minima risposta scritta.

Anzi forse a pensarci bene alcune lettere sono arrivate, proprio al ministro della Cultura Massimo Bray: nei giorni del suo insediamento al Mibac, (proprio quando Letta in Tv assicurava "se ci saranno tagli a scuola e cultura mi dimetterò") non aveva ancora controllato la cassetta della posta. Ad attenderlo c'erano 8.000 bollette della luce arretrate e mai pagate, per la modica cifra di 40 milioni.

Bray adesso si è ritrovato nella infelice posizione di fare appello alla sensibilità di Letta e Napolitano per cercare di ripianare i debiti. Urgono provvedimenti urgenti, prima di perdere tutto. Non sappiamo ancora quanto potrà essere la somma stanziata per tappare i buchi di questo disastro all'italiana. Sicuramente è possibile dire che anche quest'anno bisognerà prepararsi alle ennesime "lacrime e sangue" di tutto il comparto culturale.

Le cifre comunicate dal Mibac non fanno certo intravedere una inversione di tendenza. Basta purtroppo fare i calcoli degli investimenti tagliati: dal 2008 abbiamo perso circa un miliardo e 300 milione di fondi. Cinque anni di colpi inferti alle nostre più grandi ricchezze.

"Soluzioni subito o boicottiamo Venezia" è il grido del mondo del cinema italiano riunitosi per il Festival di Taormina. Per il cinema diventa sempre più complicato destreggiarsi tra la riduzione del tax credit (diminuito da 80 milioni a 30 per il 2014) e il taglio del Fondo Unico per lo spettacolo 2013 (decurtato del 5,2%, ovvero 72,4 milioni di euro).

Le fondazioni liriche presentano debiti per 330 milioni di euro. E se non si interviene subito potremmo dire addio al Maggio fiorentino (anche se in questi giorni si cerca di fare di tutto per scongiurarne la liquidazione). Alla finestra stanno anche altre 11 fondazioni lirico-sinfoniche che dal 1996 non hanno risposte dalla politica. Nessuno si è occupato dei nostri teatri lirici in venti anni. Nessuno. A forte rischio anche il Carlo Felice di Genova che, con perdite di 3 milioni nei sei mesi del 2013, fa fatica a pagare gli stipendi. In crisi anche i teatri stabili a cui è stato tagliato dal bilancio il 5,3% di risorse; oggi contano su 62,5 milioni di euro per 68 teatri. E l'ottimismo certo non regna: "così rischiamo di chiudere".

I contributi pubblici 2013 per gli istituti culturali sono stati decurtati del 18% rispetto al 2009, afferma il ministero, raggiungendo 14,6 milioni di euro. Tagli e proteste anche per musei e siti culturali: in Italia sono circa cinquemila, uno ogni 10.900 abitanti secondo Confcultura. Gli istituti statali sono in tutto 420 (200 musei, 220 monumenti), in molti casi con forti problemi di personale dovute anche al blocco del turn over che incombe sul Mibac. Per il 2013 l'organico dovrebbe essere composto da 19.132 unità, ma i dipendenti in servizio sono solo 18.568.

Mancano come sempre i soldi per la manutenzione ordinaria di monumenti e siti archeologici. Il programma dei lavori pubblici infatti conterà per il 2013 su soli 47,6 milioni: il 76% in meno rispetto a 10 anni fa. Ridotte all'osso anche le disponibilità per le emergenze e le manutenzioni straordinarie (pensiamo agli ultimi terremoti in Abruzzo, Emilia e Toscana, ma anche agli allagamenti come quello che ha sommerso l'area archeologica di Sibari). Per il 2013 stanziati 27,5 milioni, oltre il 58% in meno rispetto al 2008.

Se investiamo solo poco più dell'1 per cento in cultura, dobbiamo considerare che produciamo il 5,4% della ricchezza prodotta, ovvero 75 miliardi di euro.

Sono circa un milione e quattrocento mila persone, il 5,7% degli occupati, che con la cultura ci "mangia", secondo lo studio Symbola/Unioncamere. Tutta la "filiera della cultura", in cui includiamo settori dell'indotto come il turismo legato alle città d'arte, il valore aggiunto prodotto dalla cultura schizza dal 5,4 al 15.3% del totale dell'economia nazionale. Insomma cifre che sottolineano un'evidenza: il valore aggiunto prodotto dalla cultura ha un effetto moltiplicatore senza eguali, attivando altri comparti dell'economia. Anche stavolta, quando passeremo dalla retorica ai fatti?

Celeste Costantino
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