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Dinamo Press
18 09 2015

Zuckerberg vuole davvero inserire il tasto col pollice verso sulle nostre bacheche? Probabilmente no, ecco perché.

Con ogni probabilità, se state leggendo questo testo è perché qualcuno – un compagno delle scuole medie su Facebook, un influencer su Twitter – lo ha diffuso nei social network. Avrete così modo di assegnare un bel mi piace nel caso sia comparso sulla vostra timeline o di cliccare sulla stellina nel caso sia stato propagato tramite cinguettio.

Se, al contrario, disapprovate questo scritto, perché non siete d'accordo o perché riferisce cose che vi preoccupano, non vi sarà sufficiente un semplice clic. Avrete un solo modo di esprimere il vostro disappunto oppure il vostro sgomento: dovrete commentare, scrivere qualche parola, lasciare il mouse e utilizzare la tastiera per mandare l'autore a quel paese, manifestare sdegno o spiegare garbatamente dissenso.

Qualche giorno fa, nel corso di una session di Question&Answer al quartier generale di Menlo Park, il grande capo di Facebook Mark Zuckerberg, ha annunciato quella che è parsa una piccola rivoluzione. “La gente ha chiesto il pulsante non mi piace per molti anni e oggi è un giorno speciale perché è il giorno in cui dico che ci stiamo lavorando e siamo molto vicini al lancio del test”. Ha proseguito sostenendo che il tasto dislike “potrebbe permettere agli utenti di esprimere le emozioni in modo più realistico, piuttosto che avere una sola scelta“.

Ad una prima lettura pare lineare. Facebook ha lo scopo di spingere un miliardo e mezzo di utenti a condividere in tempo reale le proprie vite per metterle a valore. È grazie a questo coinvolgimento diretto che raccoglie l’8 per cento della pubblicità on line, tallonando Google con 17 miliardi di dollari di fatturato. Lavora più sulle emozioni che sugli elementi razionali e accontenta una richiesta. Col tasto non mi piace produce un'offerta che possa incrociare la domanda sul mercato delle passioni, delle condivisioni della cooperazione. La notizia si è diffusa come accade quando arriva un annuncio atteso, è stata accolta con sollievo, quasi come una vittoria democratica. I giornali rilanciano la cosa e sulle bacheche fioccano i like. Finalmente il tasto non mi piace, è quello che chiediamo da anni!

L'innovazione è apparsa meno netta già all'ascolto della dichiarazione integrale del Ceo di Facebook, Zuckerberg spiegato che non si limiterà a introdurre un bottone di dissenso e che la vicenda è più articolata. La questione del piacere o non piacere, insomma, non è liscia come sembra. E ci sono diversi motivi per ritenere che l'Operazione Dislike non convince appieno il management del Libro delle facce. In primo luogo, c'è il fatto che dopo anni di diffusione esponenziale, Zuckerberg e soci sanno benissimo che la giostra delle bacheche funziona molto grazie alla polarizzazione dei contenuti.

Torniamo alla questione dalla quale siamo partiti: se scrivo qualcosa che ti trova d'accordo o se posto un'immagine che incontra il tuo gradimento, ti limiterai a mettere mi piace. Tuttavia, la spinta condividere e produrre contenuti (che è ciò che interessa all'Uomo in Ciabatta) viene più facilmente dal disaccordo che dall'empatia. Per questo motivo è esistito soltanto il tasto mi piace. Perché, al di là della semplice (e fugace) dimostrazione di consenso, si scrive, si producono altri post, ci si dilunga, allo scopo di manifestare dissenso, marcare differenze, polemizzare, costruire affinità. Se esistesse il tasto non mi piace, in altre parole, si rischierebbe di arginare un dispositivo essenziale, uno spazio maggioritario e decisivo ai fini del coinvolgimento: quello del flame, della diatriba, del contraddittorio che a sua volta ne produce altri, costringe a schierarsi e a cercare consenso, a scrivere altri post o più facilmente a mettersi al traino di utenti forti che fungono alla bisogna e che attirino, questa volta sì, dei like funzionali a pareggiare i dislike manifestati per iscritto, o con immagini e video. È una dinamica non unidirezionale e neanche per forza futile: per l'eterogenesi dei fini e per via del fatto che non esistono poteri perfetti e controlli assoluti, ha prodotto anche moti di indignazione.

La faccenda pare relegata ad aspetti di costume 2.0 ma è di fondamentale importanza, visto che è su piattaforme come Facebook che ormai molti selezionano le notizie, si fanno un'idea del mondo. Come sarai oggi? Spaventato oppure ottimista? Ci sarà un'invasione di migranti oppure avrai modo di salvare il mondo cliccando sul sito che difende i coniglietti abbandonati? Il modo in cui dall'algoritmo EdgeRank in poi Facebook seleziona i contenuti che appaiono sulla linea del tempo di un utente influenza direttamente il suo umore.

È la vita che scorre ogni giorno sulla nostra timeline a insegnarcelo.

Giuliano Santoro

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Amnesty International
18 09 2015

Cuba vive un momento di grande apertura nelle relazioni internazionali. Tuttavia, nel campo dei diritti umani, nonostante evidenti progressi (quali il rilascio dei prigionieri politici e la riforma della legislazione in materia di emigrazione, attraverso l'abolizione del visto obbligatorio di uscita), i diritti alla libertà d'espressione, di associazione, riunione e movimento non sono ancora garantiti.
La Cuba di oggi è un paese nel quale non vi sono più prigionieri di coscienza condannati a scontare lunghi periodi di detenzione sotto un duro regime carcerario. La strategia delle autorità è ora quella di promuovere campagne diffamatorie nei confronti dei dissidenti e vessarli con brevi ma ripetuti periodi di carcere.

Secondo la Commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale, ad agosto vi sono state 768 brevi incarcerazioni per motivi politici, in aumento rispetto alle 674 del mese precedente.

A entrare e uscire dalle prigioni cubane sono attivisti per i diritti umani, giornalisti indipendenti e promotori di manifestazioni pacifiche o di incontri privati. A volte, gli arresti sono eseguiti alla vigilia di annunciate manifestazioni, per impedirvi la partecipazione.

Se in passato per condannare i prigionieri di coscienza si ricorreva soprattutto all'articolo 91 ("atti dannosi per l'indipendenza e l'integrità territoriale commessi nell'interesse di uno stato estero") e all'articolo 88 ("possesso di materiale sovversivo") del codice penale, oggi si usano per lo più le norme relative a "disordini pubblici", "oltraggio", "vilipendio", "aggressione" e "pericolosità": concetti generici, resi ancora più vaghi dalla loro descrizione.

L'articolo 72 ne è un esempio evidente: il testo stabilisce la "pericolosità" di una persona qualora manifesti "inclinazione a compiere crimini": un'inclinazione "dimostrata da una condotta in palese contraddizione con le norme della morale socialista". L'articolo 75 prevede poi che la "pericolosità" possa essere sanzionata anche da un agente di polizia.

Lo stato ha il completo monopolio su tutti i mezzi d'informazione, compresi i fornitori di servizi Internet. L'articolo 53 della Costituzione riconosce e limita al tempo stesso la libertà di stampa, proibendo espressamente la proprietà privata dei mass media.
Tutte le associazioni civili e professionali nonché i sindacati che non siano sottomessi al controllo dello stato e alle organizzazioni di massa governative non ottengono il riconoscimento ufficiale. L'articolo 208 del codice penale prevede da uno a tre mesi di carcere per l'appartenenza a organizzazioni non ufficiali e da tre a nove mesi per chi le dirige.

Il potere giudiziario è fortemente controllato dallo stato. Presidente, vicepresidente, gli altri giudici della Corte suprema, il procuratore generale e il suo vice sono eletti dall'Assemblea nazionale e gli stessi avvocati difensori sono impiegati statali che raramente osano contestare la pubblica accusa o le prove presentate nei processi dai servizi segreti.

L'abolizione del visto obbligatorio di uscita dal paese ha consentito a molti cubani di recarsi all'estero, con l'eccezione di 15 ex prigionieri di coscienza rilasciati nel 2011 e che a differenza di altri hanno preferito rimanere in patria piuttosto che andare in esilio in Spagna. A nessuno di loro è consentito di lasciare il paese.

Persistono poi i cosiddetti "atti di ripudio": manifestazioni organizzate dalle autorità, di solito sotto l'abitazione di dissidenti e attivisti, cui prendono parte sostenitori del governo e pubblici ufficiali. La polizia osserva senza intervenire.All'apertura nelle relazioni internazionali coi governi, non ha fatto ancora seguito quella con gli organismi indipendenti sui diritti umani: l'ultima occasione in cui ad Amnesty International è stato permesso di visitare Cuba risale al 1988.

La ripresa delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti d'America non ha comportato la fine delle sanzioni finanziarie ed economiche da parte di Washington.

L'Organizzazione mondiale della sanità, l'Unicef e Amnesty International hanno più volte denunciato, nel corso di questi decenni, l'impatto dell'embargo sui diritti economici e sociali della popolazione cubana, tra cui i diritti al cibo, alla salute e all'igiene.

Queste sanzioni ormai anacronistiche vanno annullate al più presto.


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Il Fatto Quotidiano
18 09 2015

In queste ore si ripetono annunci tranquillizzanti sugli sforzi che la Buona Scuola di Renzi avrebbe compiuto per i suoi alunni disabili.

Purtroppo non è così, e infatti: il numero di alunni disabili frequentanti la scuola pubblica italiana (escluse le regioni Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta) risultava al 10 giugno scorso pari a 218.237 e non 217.000 come si legge nel comunicato del Miur. Il numero di alunni disabili nelle scuole paritarie è di circa 12mila unità (dati 2013/14). Il numero di insegnanti di sostegno complessivo (escluse le regioni Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta) risultava al 10 giugno scorso pari a 117.571. L’aumento medio annuo di alunni disabili nelle scuole pubbliche è pari ad almeno 6500 unità (es. 2013/14 – 2014/15 era stato di 8423 ). Le assunzioni previste nella cosiddetta fase B della Buona Scuola non sono state tutte effettuate (sono circa 9mila su 16mila posti) e i posti di sostegno erano tra questi (fonte Andrea Gavosto, direttore Fondazione Agnelli).

L’aumento di posti stabili sul sostegno è semplicemente derivante dal piano di assunzioni previsto tre anni fa dal ministro Maria Chiara Carrozza che peraltro partiva da un dato numerico (il numero di alunni disabili presenti nella scuola) sensibilmente diverso da quello attuale, e non dalla Buona Scuola.

Dal Miur ancora non abbiamo ricevuto nota sul numero di insegnanti immessi in ruolo per il sostegno provenienti da altre discipline (es. musica, arte, diritto) che andranno inevitabilmente a peggiorare la qualità del tempo scuola degli alunni disabili.
Il Miur continua a dimenticare, nonostante sia costretto a riportarlo in tutti i suoi atti ufficiali, che il diritto all’istruzione di ogni alunno disabile non può essere sottoposto a vincoli economici e che il rapporto di un insegnante ogni due alunni disabili non è una legge ma un’indicazione che la Corte costituzionale prima e i giudici dei Tar di tutta Italia poi, hanno riconosciuto come ininfluente.

E ovviamente, non ho fatto cenno al numero massimo di alunni disabili per classe, alla formazione degli insegnanti ed al “pasticcio” dell’assistentato specialistico.

Toni Nocchetti

la Repubblica
18 09 2015

Il ministro dell'Istruzione ha sentito la necessità di emettere una circolare e rispondere puntigliosamente a una campagna che anche docenti ed esperti della scuola considerano del tutto pretestuosa. Stefania Giannini ribadisce che l'articolo 16 della riforma scolastica parla di "parità di genere", ma è ancora in piena attività la mobilitazione contro la cosiddetta "teoria gender". Per tutta l'estate sui gruppi WhatsApp dei genitori sono circolati messaggi allarmati. Ora, alla riapertura dei cancelli, si è passati agli striscioni. Oltre quello denunciato su Twitter da Cecilia Strada a Milano, manifesti con su scritto "La vostra cultura è contro natura" sono apparsi in moltissime città. La firma è del movimento di estrema destra "Lotta studentesca".

Sui tavoli dei dirigenti scolastici, inoltre, stanno piovendo proprio in questi giorni diffide "fotocopia" per espellere dal Piano dell'offerta formativa tutte le attività che possono anche lontanamente avere a che fare con l'omosessualità. In alcune città d'Italia sono le stesse amministrazioni a promuovere incontri pubblici per spiegare il "mistero" della teoria gender nelle scuole. E puntualmente le sale si riempiono, come è successo l'altro ieri a Milano, lunedì a Laives - provincia di Bolzano - qualche settimana fa a Cittadella - provincia di Padova - e si annuncia affollato anche l'appuntamento che si svolgerà il prossimo 21 settembre a Vicenza.

La circolare del ministro, inoltre, se da una parte ha raccolto il plauso di molte associazioni, dall'altro non è bastata a calmare gli animi. A Cagliari il vicepresidente della Commissione Salute della Regione Sardegna ha chiesto all'Assessore all'Istruzione, Claudia Firino, di aprire un ufficio in cui raccogliere le segnalazioni sulla applicazione della "teoria gender". "Ieri il ministro dell'Istruzione Giannini - spiega Orrù - ha inviato una circolare a tutti i dirigenti scolastici affermando che nella legge sulla 'Buona scuola' voluta dal governo Renzi non si parla di gender minacciando peraltro, fatto gravissimo e intimidazione inaudita, querele per chiunque osi rivolgere critiche alla legge sotto questo aspetto. La verità è che dietro alcuni articoli della legge, inquadrati come misure per il superamento delle discriminazioni e a favore della parità tra i sessi, ci sono tutti i cavilli e le aperture finalizzati ad introdurre l'ideologia gender nelle scuole italiane, ad iniziare da quelle materne ed elementari".

Striscioni. Anche quest'anno Lotta Studentesca ha voluto inaugurare l'anno scolastico con messaggi contro le azioni educative nelle scuole sui temi dell'omosessualità e della cosiddetta "teoria gender". "La vostra cultura è contro natura" lo striscione apparso stamattina davanti il Liceo Duca degli Abruzzi di Treviso e nei giorni scorsi davanti altre scuole di Padova, Brescia, Venezia, Bologna, Modica, Bari. Secondo alcune segnalazioni, inoltre, in un liceo di Napoli è circolato un vecchio articolo di giornale in cui Farida Belghoul, diventata famosa in Francia negli anni '80 per aver capitanato il movimento antirazzista, si scaglia contro l'introduzione dell'educazione "Lgbt" nelle scuole. A Roma proprio in questi giorni, stanno spuntando manifesti che recitano "I bambini non si comprano", contro il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili. "Fa tutto parte di uno stesso disegno - dice Aurelio Mancuso di Equality Italia - per questo è importante che il ministro Giannini abbia preso parola, perché è necessario che la politica si assuma una responsabilità contro questo clima".

Diffide ai presidi. Sicuramente per le associazioni che in questi anni hanno lavorato insieme alle scuole per costruire percorsi antidiscriminazione, il terreno è minato. Lo racconta Elena Broggi, presidente dell'Associazione Genitori Omosessuali, che da anni tiene corsi in alcune scuole milanesi contro il bullismo omofobico: "Di certo il clima in questo momento non è positivo, i dirigenti di molte scuole in cui lavoro hanno ricevuto lettere di diffida da parte di alcuni genitori. Sono contenta della circolare del ministro Giannini, manca solo un pezzettino: che ai dirigenti sia dato il potere di dire che l'educazione su alcune tematiche spetta alla scuola, non ai genitori. Le scuole devono essere luoghi sicuri e non lo saranno finché c'è bullismo e discriminazione". Le lettere, i cui modelli sono rintracciabili anche su internet, intimano al Dirigente scolastico di avvertire la famiglia su ogni "lezione, progetto, attività curriculare o extracutticolare" in cui si intenda affrontare i seguenti argomenti: "questioni fische e morali connesse con la sfera affettiva e sessuale", "campagne contro il bullismo, le discriminazioni, il razzismo o la parità di genere".

Incontri pubblici. Tutto esaurito a Laives, in provincia di Bolzano, per un incontro organizzato dai dirigenti scolastici per tranquillizzare le famiglie, preoccupate proprio per le informazioni poco chiare a proposito della "teoria gender". La bufera a Bolzano è stata scatenata da un libro, prodotto anche dalla Provincia Autonoma, e distribuito alle scuole medie e elementari in cui vengono rappresentati vari modelli di famiglia. In realtà il libro è in circolazione dal 2013, ma solo ora ha creato scandalo. I dirigenti di Istituto hanno ribadito che i Programmi dell'offerta formativa sono pubblici e comunque vengono vagliati dal Consiglio di Istituto. Qualcosa di simile è accaduto qualche settimana fa anche a Cittadella, in Provincia di Padova. Presente l'amministrazione comunale che si è detta contraria alle "teorie gender" e pronta a adottare una mozione del consiglio
regionale del Veneto in cui ci si impegna "a vigilare, per quanto di propria competenza, sulla diffusione nelle scuole della teoria gender, riconoscendo il diritto imprescindibile dei genitori di educare i propri figli in tema di affettività e di sessualità".

Cinzia Gubbini

Corriere della Sera
18 09 2015

Un migrante è morto fulminato nel sito francese dell’Eurotunnel, il tunnel sotto la Manica: è quanto annuncia la prefettura del Nord-Pas-de-Calais citata dai media francesi. Il ragazzo, di circa vent’anni, cercava di salire su una navetta ferroviaria per trasporto dei Tir nel Tunnel sotto alla Manica. Calais è un altro dei punti critici di frontiera dove i migranti cercano di attraversare il confine per raggiungere il Nord Europa.

Come la Croazia, che ha chiuso nella notte tutti i valichi di frontiera con la Serbia e dove sono cominciati i lavori di costruzione di un nuovo muro: si tratta della barriera al confine tra Ungheria e Croazia. Lo ha annunciato il premier ungherese Viktor Orban. Alla chiusura annunciata in precedenza dei valichi di Ilok, Ilok 2, Principovac, Principovac 2, Tovarnik, Erdut e Batina, si è aggiunta anche quella di Bezdan.

Orban ha dichiarato che sarà costruito un muro sul lato del confine di 41 chilometri in cui i due Paesi non sono divisi da un fiume entro oggi: «Dobbiamo implementare le stesse misure che ci sono sul confine con la Serbia», ha detto Orban aggiungendo che a questo punto 600 soldati sono impiegati sul muro, altri 500 saranno schierati oggi e 700 durante il weekend. Al momento della chiusura, al valico di Bezdan si trovavano un centinaio di migranti che non sono riusciti a passare e sono stati condotti con un autobus in un vicino centro d’accoglienza. Sospesa anche la circolazione dei treni tra Belgrado e Zagabria. Da mercoledì più di 11 mila migranti hanno attraversato il confine tra Serbia e Croazia.

Croazia al collasso
All’indomani dei duri scontri con la polizia magiara, con un bilancio di oltre 300 feriti e condanne in tutto il mondo della violenza degli agenti, i migranti diretti in Germania e nel resto del Nord Europa hanno perso il braccio di ferro con l’uomo forte di Budapest e hanno accettato di seguire l’itinerario croato. In poche ore dalla notte scorsa Horgos si è praticamente svuotato e giovedì sera, come ha detto il ministro della Difesa serbo in visita al confine, restavano solo profughi sufficienti a riempire non più di due-tre autobus. Ma quando migliaia di migranti che hanno abbandonato il confine ungherese diretti verso quello serbo-croato hanno sfondato i cordoni degli agenti alla frontiera di Tovarnik, la tensione è salita anche al confine con la Croazia. Ma anche qui, dopo le prime dichiarazioni di apertura e disponibilità, le autorità croate hanno rapidamente tirato il freno dinanzi alla prevedibile "invasione" dei disperati della rotta balcanica. «Siamo ormai saturi», ha chiarito Zagabria.

Hollande: «Decisioni, o sarà la fine di Schengen»
All’indomani dei violenti scontri tra polizia e migranti al confine tra Serbia e Ungheria, giovedì anche il governo bulgaro ha scelto la linea dura e schierato l’esercito al confine con la Turchia, a sostegno della polizia nelle operazioni di vigilanza in vista degli arrivi dei profughi. Intanto il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha convocato una riunione straordinaria per mercoledì 23 settembre alle 18 per discutere come trattare la crisi dei rifugiati. Il presidente francese François Hollande, da Modena dove ha incontrato il premier Matteo Renzi, ha avvisato: «Decisioni mercoledì, o sarà la fine di Schengen».«Si dovranno creare hot spot in Italia, Grecia e Ungheria — ha spiegato —, lavorare con la Turchia perché accolga i migranti siriani e agire infine sui Paesi di origine».

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