×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

l'Espresso
17 09 2015

È giovedì mattina. «Buongiorno, il consultorio familiare di Larino?». «Sì, dica». «Una mia amica deve fare un'interruzione volontaria di gravidanza. Siamo molto preoccupate». «Eh ma deve andare a Termoli». «Abbiamo bisogno del certificato medico». «No, no, noi non lo facciamo il certificato, non abbiamo il ginecologo. Ma, insomma, se vuole passare qui, possiamo invitare la signora a riflettere. A cambiare idea». No, grazie.

«Buongiorno è il consultorio di Brescia?». «Il consultorio Cidaf, sì». «Una mia amica ha bisogno di un'interruzione volontaria di gravidanza». «Noi non le facciamo queste cose». «Scusi?». «Non le facciamo. A parte che siamo in chiusura, ma soprattutto abbiamo l'obiezione di coscienza, per cui si rivolga ad altri, si rivolga al pubblico». «Ma voi siete un consultorio accreditato, vi ho trovati indicati sul sito web del ministero della Salute». «Ripeto: siccome è una scelta, i consultori Cidaf sono cattolici, e fanno l'obiezione di coscienza. Ne trova parecchi altri». «Mi può dare almeno un numero?». «Lo cerchi su Internet». E appende.

No, non è andata dappertutto così. Una ginecologa di Salò è disponibilissima, attenta, dà indicazioni chiare al telefono e si rende subito raggiungibile per un appuntamento. A Conegliano Veneto lo stesso: un'operatrice aiuta con attenzione e senza pregiudizi. A Jesi? Aprono solo dopo mezzogiorno.

A Milano entriamo in un consultorio cattolico accreditato dalla Regione. Sede: dentro una chiesa, a due passi da uno dei più noti ospedali della città per reparto di maternità. Al primo piano, due donne. Chiediamo indicazione per la pillola dei cinque giorni dopo. Nessuna reazione ostile, anzi: sorridenti indicano un medico che in un certo ospedale dà EllaOne senza problemi. In farmacia? Non si sa mai se accettano di fornirla senza opporsi.

Questa è l'Italia che festeggia i 40 anni della legge sui consultori familiari. Anniversario in sordina, passato sotto silenzio il 29 luglio a fronte di un'applicazione reale piena di vuoti. A cominciare dalla presenza sul territorio: ne mancano circa mille rispetto agli standard previsti come obiettivo (uno ogni 20mila abitanti), con in testa il record negativo della Lombardia e delle regioni del Nordest.

Dove governa Roberto Maroni infatti i consultori sono solo 209, meno della metà di quanti dovrebbero essere. In Veneto sono 99: su 250 che avrebbero dovuto aprire secondo la legge. Va peggio in Friuli Venezia Giulia e in Provincia di Trento, dove ne sono presenti solo un terzo del previsto. Il primato va però alla provincia di Bolzano, dove i consultori pubblici sono zero: tutti privati.

E non è una questione atavica. Al contrario. La situazione è peggiorata, adesso, rispetto al 2004, anno della prima rilevazione del ministero della Salute ad oggi reperibile. Un deficit di servizio pubblico che lascia buon gioco al privato, quasi tutto cattolico. Al livello nazionale si contano 283 consultori privati d'ispirazione religiosa, tra Cfc e Ucipem, le principali organizzazioni del settore. Non va diversamente nel resto d'Italia. Le eccezioni? Basilicata, Emilia Romagna, Toscana e Valle d'Aosta, che di consultori pubblici ne hanno addirittura di più del dovuto.

ALL'ORIGINE DEI CONSULTORI
C'è anche un fronte che s'apre in retrovia: e non è la battaglia sui numeri - quanti consultori, quanti indirizzi per 20mila abitanti -. È una battaglia sul come. Sul cosa. A cosa servono i consultori familiari? A cosa dovrebbero servire? Che attività dovrebbero garantire alle ragazze?

«Io c'ero», racconta Lisa Canitano , presidente dell'associazione Vita di Donna : «Io c'ero quando parlare di contraccezione e pianificazione familiare era un tabù, quando le donne non andavano dal medico se non per il parto e non sapevano cosa fosse un pap test».

«Io c'ero», continua: «quando i consultori nacquero con l'obiettivo indispensabile di dare un servizio laico, gratuito, accessibile e collettivo alle giovani, dell'Italia dalla sanità ancora cattolica». Insiste su questi tre punti, la fondatrice di Vita di Donna, una rete di riferimento in Italia per la salute femminile: laici, accessibili, collettivi.

Laici: perché se un luogo pubblico deve dare risposte, le dovrebbe dare a partire dalla scienza, dalla cura, e non dalla fede. Per questo la normalità di situazioni come quella lombarda, dove tutti i consultori privati accreditati sono cattolici (tutti, tranne uno), o come quella del Lazio, dove la decisione del governatore Nicola Zingaretti di impedire l'obiezione al loro interno è stata per ora sospesa dal Tar, è stonata rispetto allo spirito della legge del 1975.

«Verso chi si rivolge a noi sospendiamo qualsiasi tipo di giudizio», raccontano le operatrici del "Cemp", un ente privato, laico, di Milano, che segue centinaia di mamme e giovani donne da due generazioni: «Le scelte personali vanno sempre rispettate, e accompagnate nel modo migliore per la salute della persona. Senza imporre soluzioni». Ma come racconta il carotaggio telefonico de l'Espresso, non sempre funziona così.

L'AVANZATA DEI CENTRI PER LA VITA
Quando si tratta di scelte individuali su temi eticamente sensibili, l'interferenza c'è, eccome. Mediamente in Italia circa un ginecologo consultoriale su quattro è obiettore di coscienza. In Sicilia salgono a due su tre e sono circa la metà in Basilicata, ma non se la passano meglio le donne di Toscana, Marche e Valle d'Aosta, dove le percentuali variano tra il 30 e il 44 per cento.

C'è poi il buco nero della Lombardia, che nell'era Formigoni era solita non trasmettere il dato al ministero. Non pervenuto anche il Molise. Insomma: sono evidenti le difficoltà che incontra una donna che scelga di interrompere la gravidanza. In alcune regioni, infatti, il rapporto tra colloqui per l'Ivg e il successivo rilascio del certificato, mette in luce delle anomalie. Eclatante, fra tutti, il caso Marche: dove viene rilasciato un solo certificato per ogni 12,3 donne che lo hanno chiesto.

Un caso patologico rispetto alla normale proporzione tra quante sono inizialmente intenzionate ad abortire e quante arrivano in fondo a questa scelta. L'Espresso si era già occupato del caso della " bacheca degli orrori ": il volantino affisso in un consultorio pubblico di Jesi per iniziativa del Movimento per la vita.

E infatti in molti casi il consultorio pubblico è diventato un front-office dei militanti pro-vita, per intercettare le donne intenzionate a interrompere la gravidanza e demonizzarne questa scelta per spingerle verso i loro Centri per la vita (Cav), il cui scopo è convincere a seguire la gravidanza, con aiuti in denaro e altre forme di assistenza, compresa l'accoglienza temporanea. Sono circa il 7 per cento del totale, secondo dati dello stesso Movimento per la vita, le donne che i consultori pubblici inviano nei Cav per far loro cambiare idea.

I Cav sono strutture private gestite da volontari e sostenute al 68 per cento con soldi pubblici, di cui il 58 sono versati da comuni, asl e province, che in alcuni casi inviano a queste strutture anche vittime di tratta e di diverse forme di disagio; mentre per l'altro dieci per cento si tratta di non meglio definiti "contributi pubblici vari". Attualmente in Italia ce ne sono 355, presenti principalmente in Lombardia, Piemonte, Veneto e Sicilia.

UN SERVIZIO PER CHI?
Poi ci sono gli altri principi. L'essere gratuito, accessibile e collettivo: «Oggi viviamo un paradosso», spiega Lisa Canitano: «I consultori magari ci sono, ma non fanno quello per cui sono stati fondati. Ora tutti insistono per occuparsi di "prevenzione", "corsi pre parto" e simili. Ma se arriva una ragazza che sta male, che ha delle perdite, la mandano in ospedale. In ospedale, al pronto soccorso».

Non ha senso, sostiene la ginecologa. E lo stesso vale per le malattie sessualmente trasmesse : chi se ne dovrebbe occupare? «Il pronto soccorso, anche qui? Non è un uso sbagliato del servizio?», risponde lei: «Non dovrebbero occuparsene i consultori? Certo che sì! Ma non vogliono, evitano "l'utenza difficile": le immigrate con gravidanze non seguite da subito? Le mandano in ospedale». Il risultato è che è più semplice farsi accogliere dai centri per la vita cattolici, come mostrano i dati raccolti da l'Espresso: l'80 per cento delle donne che si rivolgono ai Cav sono straniere.

«L'altro giorno», conclude la Canitano: «mi ha chiamata una ragazza di Venezia: aveva bruciori e un problema alla vagina. Era sola. Non c'erano dottori al centro, e non aveva i 250 euro per pagarsi la visita al ginecologo privato. Cosa doveva fare? I consultori non si prendono più le loro responsabilità». Anche perché spesso non hanno nemmeno i medici necessari: in 7 regioni i ginecologi sono in media meno di uno per centro. In altre otto regioni non si va sopra l'uno e mezzo. Il che significa non poter garantire sempre il servizio.

Il paradosso sta lì: nella distanza fra bisogni e realtà. Quell'ideale di apertura, accessibilità e possibilità di condivisione, che era il cuore della legge, si è frammentato in alcuni casi di fronte a nuove attività, come quelle familiari (previste per decreto in alcune regioni) e la prevenzione, a volte non sanitaria, concreta, ma solo teorico-formativa. E non è solo una questione di preservativi, pillole, spirali - dove può andare oggi una ragazza a farsi mettere la spirale seguita da un medico? - o interruzioni volontarie di gravidanza.

QUELLO CHE SERVE
È anche un problema più ampio. «Nel nostro ospedale facciamo 10mila ecografie all'anno. Diecimila», spiega Paolo Scollo, primario di ginecologia dell'ospedale di Catania e presidente della Società italiana ostetricia e ginecologia- Sigo : «È uno spreco: questo è un servizio che per le maternità non a rischio potrebbe benissimo fare il consultorio. Ma lì non hanno gli strumenti. E così ricade su di noi».

Lo stesso per le situazioni più complicate, come quelle legate all'emarginazione: «Ho fondato un servizio di emergenza per donne immigrate: un ambulatorio, dentro l'ospedale, dove le donne possano venire e avere tutti gli esami e avere l'assistenza necessaria in un solo giorno, seguite in modo professionale, anche se sono sbarcate da poche ore», racconta il primario.

«All'inizio eravamo aperti un solo giorno a settimana», continua: «Ora tre. E fra i nostri pazienti ci sono anche molte italiane indigenti. Per le quali venire a Catania per le visite è un costo, ma così sono sicure di non essere lasciate in attesa. È considerato un'eccellenza ora, ma per noi è uno sforzo, in periodo di tagli poi, e su un servizio di frontiera in cui il consultorio potrebbe aiutare moltissimo».

In alcune regioni si pensa proprio a questo: integrare i "fronti di contatto" con le donne all'interno di poliambulatori dove si possano fare subito gli esami necessari. «In Sicilia l'abbiamo fatto con la riforma dei punti nascita della nuova legge sanitaria», (quella dell'assessore Lucia Borsellino), continua il presidente della Sigo: «Dove sono stati soppressi perché troppo poco attivi, il consultorio sarà portato all'interno dell'ospedale per offrire le attività di assistenza alla gravidanza pre e post parto».

Lorenzo Di Pietro e Francesca Sironi

Etichettato sotto

West
17 09 2015

Un’App per prevenire il suicidio tra i giovani Gay? Questa è la sfida di “Tony“. Che permette ai ragazzi di trovare le risposte che riguardano la loro sessualità. Il protagonista è appunto Tony, un giovane gay cresciuto nell’Île-de-France che, passato già attraverso l’esperienza del coming out, sa dare preziosi consigli. Attraverso la App, infatti, gli utenti hanno accesso a numerosi quiz e moduli, che conciliano il tema della prevenzione con quello del divertimento.

Tenendo monitorati i mini-questionari è possibile monitorare chi è più in difficoltà indirizzandoli verso le associazioni e le organizzazioni competenti. Presentata alla Giornata Mondiale contro il suicidio, questa applicazione sembra aver già trovato un vasto seguito. Un buon risultato, se si pensa che in Francia, il numero delle persone che si tolgono al vita tra la popolazione LGBTI è quattro volte più alto della media.

Beatrice Credi

DazebaoNews
17 09 2015

"Vieni a letto con me od altrimenti non ti concedo il mutuo". Era in pratica questo il ricatto di un funzionario di banca di Reggio Calabria, S.D. di 43 anni, che è stato raggiunto da una misura interdittiva disposta dal tribunale ed eseguita dai militari della Guardia di finanza.

Secondo quanto ricostruito in una nota dei militari il bancario ha abusato della sua funzione e minacciando la mancata concessione di un mutuo, avrebbe preteso di avere rapporti personali ed intimi con una cliente. Dopo i gravi fatti la donna si è rivolta ai finanzieri che, dopo accurate indagini, hanno chiuso il cerchio attorno all'impiegato. Nei confronti dell'uomo il giudice ha disposto la misura interdittiva per due mesi, vietando temporaneamente ad esercitare le attività professionali connesse all'esercizio del credito ed alla sua posizione di direttore. Il provvedimento - si sottolinea - è stato anche notificato all'Istituto di credito interessato per i provvedimenti interni di sua spettanza.

Il Fatto Quotidiano
17 09 2015

Vari Paesi europei hanno da tempo già approvato leggi per regolare le unioni civili, i matrimoni gay, e l’Europa condanna l’Italia e la sollecita, anzi, le impone di prendere una decisione favorevole su questo punto in tempi molto brevi.

Da tempo i parlamentari s’annacano sul ddl Cirinnà e un emendamento oggi e un altro domani è finita che l’unione civile è diventata una Formazione sociale specifica.

La formazione sociale specifica non è un’unione civile e neppure un matrimonio che costituirà una famiglia. L’unica famiglia riconosciuta sarà sempre e solo quella formata da un uomo e una donna. La coppia formata da persone dello stesso sesso invece è destinata a occupare sempre una posizione inferiore con un inferiore numero di diritti. Questo risultato, tra l’altro, che è una mediazione della mediazione, pare impedisca di ottenere la possibilità del riconoscimento dei matrimoni gay in via giudiziaria.

Nessuna legge è meglio di una cattiva legge, dicono infatti i movimenti Lgbt che comprendono le famiglie omogenitoriali mai invitate a portare un contributo di idee sul tavolo di composizione della proposta di legge. Sembra pratica costante di questo governo quella di promuovere leggi che parlano di questioni di genere e di farlo senza tenere conto delle persone che quelle leggi dovrebbero rappresentare. Così è stato per leggi che parlavano di donne, così è per questa proposta di legge che sembra l’ennesima e intollerabile presa in giro.

Cos’è che vogliono i movimenti Lgbt? Una parte in realtà non riconosce l’istituto del matrimonio prodotto da un contesto etero/normativo e non vorrebbe per sé quelle stesse regole. Molti invece, perché vivono assieme da tempo e si trovano in difficoltà quando il compagno o la compagna non viene riconosciut@ come congiunt@ – perché esistono da tempo famiglie omogenitoriali vecchie e nuove che hanno bisogno di questa legge per regolare la posizione anche con i propri figli – vorrebbero fosse riconosciuta perlomeno l’unione civile. Regole che consentano al o alla partner di adottare il figlio che insieme hanno voluto. Che permettano ai e alle partner di succedersi nei contratti di affitto, di ereditare beni, di poter attivare un conto in banca in comune, di potersi assistere in ospedale, di poter adottare il figlio di uno dei due partner, di poter vedere riconosciuta la loro unione che per loro è a tutti gli effetti una famiglia.

Tante sono dunque le persone sotto ricatto che attendono da anni una soluzione e che oggi vedono i parlamentari che giocano al ribasso togliendo sempre più diritti e tentando di far passare una legge che umilia e disconosce le coppie omosessuali per un’autentica dimostrazione di progresso. E tutto ciò succede mentre rappresentanti istituzionali si impegnano a censurare libri in cui si osa dire che esistono anche altri generi e mentre varie aree integraliste e “lievemente” omofobiche insistono dicendo che nelle scuole ci sarebbe il Gender, ovvero l’invenzione catto/integralista che mira a bloccare i corsi di educazione e rispetto dei generi nelle scuole.

Io mi chiedo come facciano alcune persone a negare diritti a chi li chiede e poi a restare serenamente lì a immaginare di aver compiuto una buona azione. Non sia mai che esercitaste le falangi per scrivere emendamenti costruttivi invece che le tante boiate pensate semplicemente per fare ostruzionismo. Parliamo di aree politiche che non hanno problemi a dire che gay, lesbiche e trans sarebbero malati. Non temono di dire che le famiglie omogenitoriali avrebbero una cattiva influenza nei bambini e non lesinano altre battute omofobe, con calunniosi parallelismi tra gay e pedofili, pur di ottenere quel che vogliono.

Per finire una chicca: la “formazione sociale specifica” è diventata naturalmente tema di parodie e sfottò. Una pagina facebook dedicata, in cui potete trovare tanti meme esilaranti, e un generatore automatico di perifrasi che descrivono perfettamente l’assoluta bizzarria della proposta italica.

Concludo perciò in senso costruttivo e propongo, grazie ad Alessandro Capriccioli, altre possibili diciture da usare per le unioni gay.

Compartecipazioni gengivali botaniche, interazioni residuali sintetiche, agglomerazioni residuali biologiche, aggregazioni prepuberali analogiche, costituzioni perimetrali mimetiche, affiliazioni residuali asimmetriche, affiliazioni gengivali entropiche, interazioni ettagonali etiliche, aggregazioni gengivali pleonastiche, composizioni residuali elastiche, interazioni articolari analogiche…

Continuate pure. C’è sempre spazio per eufemismi imbecilli sintetici.

Eretica

Huffington Post
17 09 2015

Non basta guadagnare qualche soldo per potersi considerare un adulto. Così come l'essere popolari su Internet non giustifica un comportamento arrogante. Una madre americana ha trovato un modo originale per insegnare questi due importanti concetti al figlio adolescente.

Il ragazzino si chiama Aaron e ha 13 anni. Da qualche tempo i suoi video su Youtube stanno ottenendo un certo successo e Aaron si stava montando la testa. Così, dopo essere stato rimproverato dalla madre Estella per averle mentito riguardo ai compiti, il 13enne ha scritto su Facebook che dal momento che ora sta facendo soldi sua madre non ha più il diritto di dirgli che cosa deve fare.

Cattiva idea. Estella ha visto il post del figlio e ha subito pensato a una maniera per fargli abbassare la cresta. Come ha riportato sulla sua bacheca social, la donna ha appeso sulla porta della camera del ragazzo una lettera mirata a dargli una lezione sull'essere responsabili, sul rispetto e sulla finanza. "Il bambino avrà un brusco risveglio oggi dopo quello che mi ha detto la scorsa notte", ha scritto Estella. "Non solo si ritroverà il letto senza lenzuola, ma gli confischerò anche i giocattoli e i vestiti che gli ho comprato". La mamma esordisce così:

Poiché sembra che hai dimenticato che hai solo 13 anni e che il genitore sono io e che ritieni di non dover essere controllato, penso che debba imparare una lezione sull'indipendenza. Inoltre, dal momento che mi hai rinfacciato che ora stai facendo soldi, ti sarà più facile ricomprarti tutti gli oggetti che ho acquistato per te in passato.

La lettera include anche una sorta di contratto, con una lista dettagliata di tutto ciò che Aaron avrebbe dovuto pagare da quel momento in avanti. Tra cui: 430 dollari (380 euro) per l'affitto, 116 dollari (103 euro) per l'elettricità, 21 dollari (18 euro) per Internet e 150 dollari (133 euro) per il cibo.

Dovrai anche svutare l'immondizia lunedì, mercoledì e venerdì così come spazzare per terra e passare l'aspirapolvere durante questi giorni. Dovrai pulire il bagno ogni settimana, prepararti i pasti e tenere pulita la tua roba. Se non fai quanto ti ho chiesto dovrai pagarmi 30 dollari (26 euro) ogni giorno in cui dovrò fare queste cose al posto tuo. Se invece deciderai di tornare a essere il mio bambino invece del mio coinquilino, allora possiamo rinegoziare i termini.

La donna ha poi raccontato che nei giorni successivi Aaron è diventato più rispettoso e ha iniziato a darsi da fare in casa. "Ho notato che sta provando a essere più coscienzioso... Tutto inizia con una luna di miele; quindi solo il tempo dirà se funziona davvero - Ma almeno per quanto riguarda questa settimana, le cose sono migliorate molto e ho alte aspettative".

Andrea de Cesco

facebook