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La Stampa
17 09 2015

Il capitano della nazionale femminile dell’Iran rischia di non giocare la Coppa d’Asia per colpa del marito. Niloufar Ardalan è il popolare capitano della nazionale femminile di calcio dell’Iran, riuscita a qualificarsi per la fase finale della Coppa d’Asia che inizia giovedì in Malaysia. Ma non può raggiungere la squadra nel ritiro malese perché il marito le ha tolto il passaporto a seguito di una lite coniugale.

E’ il sito Internet iraniano Fararu.com a descrivere l’anomala situazione: la centrocampista di 30 anni probabilmente non si unirà alle compagne perché la legge della Repubblica Islamica consente ai mariti il diritto di impedire alle mogli di recarsi all’estero.

Ardalan ha reagito al veto del coniuge postando su Instagram un messaggio nel quale afferma che «questa legge deve essere modificata» perché «sono solo un soldato che si batte per issare la bandiera nazionale».

Maurizio Molinari

la Repubblica
17 09 2015

Una scossa di magnitudo 8.3 quando a Santiago erano quasi le otto di sera. Un forte terremoto ha colpito il Cile, soprattutto la parte centrale del Paese. La scossa è stata molto lunga, con movimenti oscillatori, e l'epicentro è stato localizzato nella regione del Coquimbo, a circa 400 km a nord della capitale, a soli 11 chilometri di profondità. Ci sono già cinque vittime accertate: per lo più nella città di Illapel - di 31mila abitanti - che è rimasta completamente senza luce.

La presidente, Michelle Bachelet, ha spiegato: "C'è stato uno tsunami anche se la forza delle ultime onde è in diminuzione". Questa mattina partirà per raggiungere le aree più colpite. Si tratta del sesto terremoto più forte di tutta la storia del Cile, ha detto un portavoce del ministero dell'Interno di Santiago. Nel 2010 - lo ricordiamo - un sisma di magnitudo 8.8 provocò quasi 500 morti.

Nella capitale gli edifici hanno tremato mentre la gente si è riversata in strada per cercare rifugio.

E la scossa è stata avvertita anche in diverse regioni dell'Argentina (Mendoza, San Juan, Catamarca, sulla frontiera con il Cile) oltre a Cordoba e in diversi quartieri di Buenos Aires, tra l'altro a Palermo, Belgrano, Boca e in pieno centro della città.

Nella capitale, gli abitanti dei piani più alti di molti edifici hanno visto i lampadari muoversi e hanno lasciato le proprie abitazioni.

In modo preventivo le autorità hanno fatto evacuare la Ciudad universitaria, a nord della città. Nella città di Mendoza, non lontana dalla cordigliera delle Ande, è stato chiuso l'aeroporto.

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Abbatto i muri
11 09 2015

Lei scrive:

Scrivo a te perché voglio essere letta. Non nella mia bacheca, non nel mio blog, non in un forum, ma in piedi, davanti alla tua piazza piena di persone che giornalmente usano i social, che giornalmente ti scrivono dalle loro poltrone dei commenti, consci che forse non arriverà mai il loro turno di parlare a te in maniera anonima e mettersi loro tra le mani del pubblico.

Sono una blogger, lo sono da quando per scrivere sul web dovevi collegare il cavo al telefono e sperare che non cadesse la connessione. Sono giovane, non sto assolutamente dicendo che io son più figa perché c’avevo la 56k, sai com’è, non voglio ritrovarmi commenti in cui si dice “Bellina, vedi che io sono nato/a ai tempi del Commodore” et similia.

Perché è proprio questo il fulcro della mia lettera a te, al tuo pubblico. Rubo un’espressione dialettale non mia per dirvi ciò che penso quando leggo i commenti: “ma che davero?”.

Ricordo con nostalgia sebbene sia passato solo un decennio, il momento in cui scrivevo un pezzo e lo pubblicavo sul mio blog: dietro un nickname cercavamo tutti di mostrarci brillanti e ad un commento molto “saggio”, si aspettava per rispondere anche un giorno, per ordinare i pensieri e rispondere per bene.

La comunicazione anonima sarebbe dovuta essere più diretta, spontanea, più “tanto chi mi conosce?”, eppure si cercava di superarsi, come se l’io virtuale potesse essere una possibilità per riscattarci da una vita normale, come se internet fosse il mo(n)do che ci permetteva di trasformarci in piccoli supereroi. Consigli, incoraggiamenti, riflessioni acute.

Adesso la comunicazione è diventata un “rispondimi subito”, “perché hai visualizzato e non rispondi?”, “se non scrivo subito poi gli altri mi ‘superano’”, “devo leggere subito ché non ho tempo”. Cerchiamo per parole chiave, leggiamo parole chiave -anche io lo faccio-, parliamo raffazzonando lessico rubato dalla TV, perché un libro chi ha tempo di leggerlo, e il web design ci impone di scrivere pezzi corti, font leggibile, altrimenti gli occhi si stancano, immagini, principalmente, ché statisticamente la gente si rompe a leggere mille parole su uno schermo.

Adesso internet si vive con il nome e cognome, foto, amicizie in comuni e selfies in copertina. Foto di guerre e foto di cupcakes. Video che non ci faranno mai vedere alla televisione, cure per il cancro che le case farmaceutiche non ci daranno mai perché ci vogliono morti, questi cazzo di migranti che ci rubano il lavoro e noi sistematicamente commentiamo. Potrei anche stare a cercare qualche statistica o studiare il fenomeno che ci induce a commentare principalmente le cose che ci fanno rabbia o quelle in cui possiamo contraddire o quelle per cui semplicemente, non siamo le persone più adatte per farlo, ma sono seduta qui, come loro, come voi, come noi, e non capisco.

Scrivo perché ho letto questa lettera e mi sono messa a piangere, mi ha dato emozioni e non sono stata capace di scrivere nulla. Ho pianto perché ho sentito la sofferenza di una coppia e il male di una precarietà di vita che ci sta riducendo all’osso, che ci fa marcire. La depressione. Non la tristezza, non l’angoscia, la depressione, che è un buco nero, ti succhia via ogni organo, ti chiede costante attenzione, costante alimentazione. All’inizio gli dai tutto il superficiale che possiedi, poi inizi con ciò che è fondamentale per la tua sopravvivenza. All’improvviso ti ritrovi solo a respirare, quando ci riesci. A non sopportare nemmeno il battito del tuo stesso cuore, lo senti così forte che ti sembra di essere in discoteca, per usare una metafora. Ché però non servono, non si riesce a descrivere la depressione. Come tutte le malattie che colpiscono la psiche, è qualcosa che nessuno riesce a far capire o spiegare. Si vive in modo diverso, perché intacca noi nella nostra unicità, non delle regole di anatomia. Sfugge alle leggi della chimica. Con me gli psicofarmaci non hanno funzionato, con alcune persone che conosco nemmeno. Si dorme, e a volte questo è sufficiente per non sentirsi un cadavere che cammina. Quando può.

Io stavo al letto al buio, figuriamoci se avevo tempo di avere una relazione e guardare ai bisogni di un eventuale ragazzo. Con la depressione non si vive. Prendete un foglio e coloratelo tutto di nero, con i gessetti, calcando la mano, sfumando. Qualsiasi cosa si tocca con il gessetto nero automaticamente prenderà quel colore. Ecco, questa è.

Mi sono ricordata di tutto questo quando l’ho letta e mi sono immaginata a fare male alla persona che amo e mi si è stretto il cuore. Non ho avuto il coraggio di scrivere nulla, se non aprire un editor di testo per scrivere la mia esperienza. Poi ho letto i commenti e tutto è cambiato.

Perché nessun elenco delle “cose da NON dire a chi è depresso” serve ad arginare il male di non avere tempo per elaborare le emozioni che dà uno scritto. Avere tempo di pensare che una persona che sta soffrendo per colpa di una malattia non si consola con i “forza, reagisci” che arrivano da una specie di personal trainer. Io sono fiduciosa: se trovassimo del tempo per chiederci “cosa diremmo alla persona che più amiamo?”, riusciremmo a scrivere cose migliori, più ponderate, lasceremmo spazio a chi sa e chi non può potrebbe stringersi in un abbraccio, una stretta di cuore.

La prossima volta che qualcuno scrive, prima di commentare, andate voi all’aria aperta, fuori, prendete energia positiva e pensate a ciò che avete letto. Cercate le parole che non sapete, documentatevi su cosa poter dire, sulle fonti, ricordate che non sempre le esperienze dirette sono verità assoluta che vale per tutti.

E alla coppia che ha scritto a questo blog, io voglio mandare un abbraccio.

Alla mia prima crisi di panico una mia amica mi strinse la mano dicendomi “tranquilla, calmati che ora passa”. Non è passata, ma adesso sorrido. Spero, anzi sono sicura, che cercando la professionista giusta (uno psicologo non va bene sempre per tutti, io ne ho cambiati due) e mettendo da parte il foglio nero, aprirai questa pagina blu e bianca (quella di facebook) e riderai. Perché l’ignoranza si combatte, la depressione si cura.

laglasnost

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la Repubblica
11 09 2015

"Piuttosto che dare la canonica ai migranti la brucio": altro che l'appello all'accoglienza di Papa Francesco. Quassù, sulle colline liguri dell'Albenganese, il parroco di Onzo non è d'accordo. E secondo alcune testimonianze dei cittadini, non avrebbe usato mezze parole. Lo racconta Giuliano Arnaldi, consigliere comunale: "Ha detto proprio così, me l'ha ribadito di persona, quando gli ho telefonato per organizzare l'accoglienza in paese - spiega Arnaldi - Ma a quanto so lo aveva già detto sul sagrato della chiesa. Sempre così: brucio la canonica piuttosto che darla ai migranti. Sono parole sconcertanti".

Che a noi di Repubblica, don Angelo Chizzolini, non ripete direttamente e nega di aver pronunciato in quei termini. Ci dice, però, che "La canonica è casa mia e in casa mia non ospito nessuno, al massimo i miei genitori, di sicuro non i profughi". Il motivo?
"Evangelicamente bisognerebbe accogliere, lo so, ma i problemi concreti nei paesi sono altri, noi non abbiamo spazio, qui ho la canonica e poi un altro appartamento già dato a una famiglia bisognosa. Cosa dovrei fare, ospitarli in casa mia?".

Il dibattito è sulla bocca di tutti in questo piccolo centro di 235 abitanti in provincia di Savona. Si era acceso qualche giorno fa, con la notizia che alcuni dei migranti in arrivo in Liguria sarebbero stati destinati proprio qui. "In realtà era un'informazione scorretta e non è arrivato nessuno - spiega Arnaldi - ma la voce è bastata per fomentare il dibattito tra favorevoli e contrari all'accoglienza. Con rammarico si è subito capito che il parroco è tra i contrari: ma è grave che faccia affermazioni così forti, lui che è della stessa chiesa di Papa Bergoglio".

Una polemica che appesantirà ulteriormente il clima nella chiesa di Albenga, già complicata, tanto che è stata commissariata e ad oggi qui convivono due vescovi.

Giulia Destefanis

Il Fatto Quotidiano
11 09 2015

L’iniziativa di disobbedienza civile “SOS eutanasia”, promossa da Marco Cappato, Mina Welby e Gustavo Fraticelli, dirigenti della Associazione Luca Coscioni, comincia ad avere riscontri significativi, tenendo conto della delicatezza del tema. Da marzo 2015, mese d’inizio dell’attività, sono state date informazioni a 54 persone presentatesi in forma non anonima. Nelle risposte, oltre a dare notizie sulla sospensione delle terapie in Italia, si forniscono informazioni sulle cliniche svizzere, solo a coloro che abbiano i requisiti previsti dalle leggi elvetiche, fermo restando che saranno poi le cliniche stesse a decidere sulla base di quella normativa.
Nel mese di agosto, in particolare, sono giunte 16 richieste di informazioni (più molte altre anonime). Dei 16 richiedenti, 10 sono donne e 6 uomini.

Calcolando anche le molte richieste di notizie prevenute in forma anonima, le cause prevalenti riguardano malattie degenerative (il 43%) o tumorali (28%), così come la comparsa dei primi segni di Alzheimer.

Il 60% delle richieste arriva dal Nord Italia, il 20% dal Centro o dal Sud.

Nello stesso mese di agosto ha superato le 100mila sottoscrizioni la proposta di legge di iniziativa popolare depositata il 13 settembre del 2013 dalla Associazione Luca Coscioni presso i due rami del Parlamento.

Malgrado il sollecito del Presidente Napolitano al Parlamento (18 marzo 2014) perché discuta di scelte di fine vita; malgrado l’impegno in questo senso del Presidente Boldrini e di molti autorevoli esponenti di Camera e Senato; malgrado i numerosi sondaggi sul favore degli italiani (70%) per l’eutanasia: sono trascorsi due anni dal deposito della legge e la sua calendarizzazione nei lavori della Camera è ancora di là da venire. In violazione dell’articolo 71 della Costituzione.

E questo alla fine di una estate che ha visto – oltre alla clamorosa e argomentatissima cover story di “Economist” a favore della eutanasia e la inattesa svolta di “Lancet” nello stesso senso – una serie di proposte di legge e di sentenze a sostegno della eutanasia o del suicidio assistito che fanno compiere un deciso passo avanti verso l’autodeterminazione nella scelte di fine vita ai paesi più lontani e disparati: dal Canada al Sud Africa, dalla California all’India, dall’Australia all’Argentina. Ed alle soglie di un autunno che vedrà i Parlamenti di due paesi comparabili con l’Italia, la Gran Bretagna e la Germania, discutere e votare leggi ampiamente condivise su eutanasia e suicidio assistito, dopo la decisione primaverile del Parlamento francese che ha fatto risolutivi passi avanti rispetto alla vigente legislazione sul “laisser mourir”.

Non a caso, il 16 settembre promuoveremo la nascita un “intergruppo” per eutanasia e testamento biologico cui parteciperanno parlamentari di diversi orientamenti politici, tutti intenzionati a far sì che anche l’Italia si doti finalmente di leggi di stampo europeo sulle scelte di fine vita.

Ritenendole, nella loro dolorosa umanità, più efficaci di ogni possibile argomentazione, sottopongo all’attenzione delle competenti autorità politiche, all’opinione pubblica ed ai troppi silenziosi “maitres à penser” alcune delle e mail pervenute a Sos Eutanasia.

1. Mia madre ha quasi 86 anni. La comparsa dell’Alzheimer risale a circa 5 anni fa. Ha un aneurisma all’aorta a limite dell’operabilità da circa 5 anni. Soffre di fibrillazione atriale da circa tre anni, fa prelievi settimanali per stabilire la terapia. Dal dicembre 2013, da quando si è rotta il femore ed è risultato impossibile operarla, è a letto con il catetere. Non riconosce più i familiari, si esprime con fonemi o parole raramente comprensibili. Per nutrirla va imboccata. Ultimamente ha piaghe da decubito nonostante creme atte a preservarla da tale problema.

2. Ho 43 anni e sono affetto da sclerosi multipla primaria progressiva da circa 15 anni, un terzo della mia vita. Vivo solo e mi arrangio in tutto, ma la patologia procede con costanza e vorrei avere la serenità di poter decidere quando finire con dignità, senza dipendere dalla decisione di nessun altro.

3. Mia madre è affetta da una malattia degenerativa (una forma di mielopatia). Non è ancora gravemente invalida, ma è destinata a diventarlo (tetraplegica). Per questo mi ha chiesto di informarmi su cosa deve/può fare per manifestare la sua intenzione di ricorrere all’eutanasia nel caso sia ridotta all’invalidità totale e dove/come l’eutanasia può essere praticata.

4. Sono costretto su una sedia a rotelle a causa di una lesione infettiva a livello midollare che mi ha portato ad una tetraplegia. A questa si associano problemi collaterali tipo lesioni da decubito. Dal punto di vista familiare mi ritrovo solo. Questa è un tipo di vita che non voglio e non sono in grado di vivere. Per questo chiedo il vostro aiuto per arrivare a concludere il mio percorso di vita.

5. Sono giovane. Sana e robusta costituzione. Ho una vita davanti a me: una vita che semplicemente non mi va di vivere. Non riesco. Vorrei sapere perché la società preferisce lasciarmi morire da sola, magari con metodi violenti o dolorosi, in solitudine, quando potrei rendere dignitose altre vite, con la mia morte. Vorrei lasciare questo mondo sapendo di aver fatto almeno una sola cosa giusta: ho bisogno di sapere se esistono Stati che permettano l’espianto di organi senza morte cerebrale avvenuta.

Lettere che aiutano a capire perché poi, in una sistema di leggi che puniscono con pene fino a 15 anni ogni forma di eutanasia, ogni anno 1.000 malati terminali siano costretti al suicidio, altri 1.000 lo tentino invano e 20mila medici coraggiosi e pietosi trovino solo nella eutanasia clandestina la “uscita di sicurezza” per i loro pazienti terminali.

Carlo Troilo

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