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O I FIGLI O IL LAVORO

di Valentina Faraone, Zeroviolenzadonne
17 aprile 2012

Il libro di Chiara Valentini, “O i figli o il lavoro” (Serie Bianca/Feltrinelli, pp. 224, euro 16,00), racconta storie di donne lavoratrici che hanno scelto di fare figli e si sono ritrovate condannate sui luoghi di lavoro. Storie raccolte in giro per l’Italia che narrano di soprusi, mobbing e violenze dai padroncini e collegh* nei confronti delle neomamme.

O peggio: storie di donne seguite fino dentro il bagno per essere controllate, a scadenze mensili, dal datore di lavoro, per verificare se le mestruazioni fossero regolari, così da cacciare in tempo le dipendenti in caso di gravidanza, avvalendosi delle famose dimissioni in bianco oppure licenziandole al limite, o ben oltre, della legalità.
Storie di donne che al ritorno dal periodo di maternità sono state demansionate, o non hanno più trovato la propria scrivania, oppure hanno ricevuto come unico compito quello di aggiornare la playlist dell’mp3 del capo.

Donne qualunque, donne che potremmo essere noi. Dalla manager alla precaria fino alla migrante, che deve combattere su più fronti la sua lotta per una maternità libera e tutelata. Un multiverso del lavoro femminile accomunato da una discriminazione di genere che si ripercuote sulle donne lavoratrici a seconda della posizione gerarchica che ricoprono.

E’ evidente come la donna che occupa ruoli dirigenziali abbia tutti gli strumenti – culturali ed economici – per denunciare, essere tutelata legalmente e vedersi riconosciuti diritti soprattutto se ha un contratto di lavoro dipendente. Il discorso cambia radicalmente se a dichiarare la propria gravidanza è una precaria che allo scadere di un contratto a progetto non viene riconfermata “perché troppo incinta”. Forme di discriminazione analoghe vengono riportate dalla Valentini relativamente alle lavoratrici cosiddette “autonome”, per le quali una maternità equivale alla sostanziale sospensione del reddito, dell’assistenza sociale con l’ulteriore rischio di “uscire fuori dal giro” delle commesse di lavoro.

Pericoli fin troppo spesso scongiurati con la scelta di rimandare o di escludere l’ipotesi di un figlio. Grandi assenti, in ogni racconto, i compagni e i mariti. A cominciare dagli anni ’70 le donne sono entrate massicciamente nel mercato del lavoro, pretendendo la tanto sospirata indipendenza economica. Questo tuttavia a ben vedere, non ha comportato un reale e radicale cambiamento degli orizzonti culturali nel Paese. Le donne vengono considerate, a prescindere dal titolo di studio, dalle specializzazioni e dall’avanzamento di carriera, coloro che devono occuparsi dei lavori di cura. A sostegno di questa tesi sono diverse le statistiche che Chiara Valentini riporta, in particolare quella che evidenzia come dal 2000, anno in cui il congedo facoltativo di paternità al 30% dello stipendio è diventato realtà in Italia, solo il 7% dei padri ne ha usufruito.

Dalla lettura del libro si può evincere come le donne intervistate e quelle presenti nelle molteplici ricerche e inchieste di cui l’autrice si è avvalsa, chiedano tutte le stesse cose: parità di salario tra uomo e donna, maternità retribuita garantita, asili statali accessibili, flessibilità di orario al rientro dalla maternità, equa suddivisione tra i generi dei lavori di cura. Due sono in sostanza i terreni su cui la rivendicazione politica delle donne si muove: quello del welfare e quello dei diritti legati alla materiale organizzazione del lavoro. E l’arretratezza dei sistemi di regolazione del lavoro e del welfare in Italia emerge chiaramente dalla comparazione con le legislazioni di Germania, Svezia e Francia.

L’autrice fa emergere come i maggiori ostacoli per raggiungere gli standard europei in tema di maternità e figli sono gli stereotipi maturati nella cultura patriarcale e cattolica che è andata ad intrecciarsi con l’ideologia neoliberista. Primo fra tutti il fatto che la maternità venga considerata una lunga malattia che costa troppo al datore di lavoro e che restituirà una donna non più efficiente, perché con la testa altrove. Poi la questione del congedo, soprattutto per gli uomini, che viene vista come una vacanza gratis, sottolineando, se ce ne fosse ancora bisogno, come i figli siano mera prerogativa delle donne. Tutto questo avviene a causa del rifiuto di considerare la maternità come un valore sociale, un altro stereotipo ben radicato non solo in Italia. 

Chiara Valentini con la sua penna scardina ognuno di questi stereotipi, dimostrando quanto siano atavici, improduttivi e peggio dannosi anche per l’intera collettività. Utilizzando studi  e dati relativi agli esempi europei riportati nel libro, l’autrice dimostra come investendo su welfare e organizzazioni del lavoro attente alle “questioni della riproduzione”, a beneficiarne non sono semplicemente i nuovi nuclei familiari, ma è la collettività nel suo insieme a trarne vantaggi. Ma in Italia, prima di tutto, andrebbe scardinato il luogo comune che ci vede come un Paese con una buona legislazione sulla maternità. Questa, costruita sulle donne con impiego a tempo indeterminato, lascia fuori il 75% delle nuove assunte, tutte precarie con contratti atipici, secondo i dati della Cgil.

A loro, in età per fare figli, è stata tolta anche la possibilità di scegliere, perché annunciare una gravidanza in caso di Co.co.co et similia significa garantirsi un mancato rinnovo del contratto. Un libro da “usare” soprattutto per creare consapevolezza e controsoggetivazione femminile in questo specifico momento in cui prende corpo la riforma del mercato del lavoro proposta dalla Ministra Fornero.
Ultima modifica il Sabato, 24 Novembre 2012 16:54
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