Le donne e la polis

Etichettato sotto
di Lea Melandri, Zeroviolenzadonne
29 maggio 2012

Il libro di Assunta Sarlo e Francesca Zajczyk, Dove batte il cuore delle donne? Voto e partecipazione politica in Italia (Editori Laterza, Bari 2012), si chiude con un giudizio di “cauto” ottimismo, motivato dall’esito delle elezioni amministrative del 2011, che hanno portato al traguardo dell’equa rappresentanza nelle giunte di sei grandi città italiane. La ragione più plausibile di un successo fino a poco tempo fa impensabile, andrebbe cercata nel fatto che “l’amministrazione comunale è un interlocutore a distanza ravvicinata, e le sue decisioni pesano nel bene e nel male, e, comunque, nell’immediato, nella vita quotidiana delle e dei cittadini”.

Lontano, se non addirittura estraneo, ostile e comunque poco desiderabile, appare invece  a tutt’oggi il mondo della politica, le sue istituzioni, i suoi linguaggi, i suoi tempi incompatibili con le responsabilità famigliari che pesano ancora essenzialmente sulla cura e sul lavoro domestico delle donne. Di fronte a messaggi così controversi, dire “dove batte il cuore delle donne” diventa un compito non facile e la scelta più saggia è fermarsi sugli interrogativi, le contraddizioni, le opinioni divergenti che da anni accompagnano il lento, faticoso ingresso delle donne nella polis. Le “domande chiave” si impongono fin dalle prime pagine del libro e restano come filo conduttore anche là dove la ricerca sembra prendere un andamento storico e informativo.

“Quanto sta a cuore alle donne stesse (e/o ne siano capaci) mettere in atto un conflitto necessario che abbia come scopo la rottura del monopolio maschile?”
“E’ vero che le donne, con il loro essere più vicine ai bisogni del vivere, potrebbero imprimere una differenza visibile all’azione di governo, scrivendo una diversa agenda politica?”

Sgombrato il campo dallo “stereotipo” che attribuisce all’ “alterità” o “differenza” femminile una “maggiore eticità” e una particolare attitudine “salvifica” –quasi una sorta di innocenza rispetto ai meccanismi deviati del potere-, le due autrici riconoscono che, se per un verso gli uomini non sembrano intenzionati ad abbandonare il monopolio della politica, dall’altro le donne “arrivate per ultime nella stanza dei bottoni, faticano ad affermare una propria singolarità di visione e modelli alternativi nell’esercizio del potere”.

Al centro del ragionamento ritorna la consapevolezza che ha segnato la discontinuità tra il movimento di liberazione degli anni ’70 e l’emancipazionismo che l’aveva preceduto e che parlava già in modo inequivocabile nel Manifesto del gruppo milanese Demau (1967):
“Integrazione significa mettere la donna nella società così com’è, cioè una società di tradizione decisionale maschile, con degli accorgimenti che, non eliminando per questo l’inconciliabilità di due ruoli prefissati, ne permettono la coesistenza nelle sole donne”.

E’ stato chiaro fin dalla prima intuizione che l’analisi si sarebbe spostata dal discorso sulla “cittadinanza incompiuta”, dalle rivendicazioni di parità e tutela delle differenze, a quella divisione sessuale dei compiti che lasciava alla donne tutti i doveri verso la riproduzione della specie, e quindi l’obbligo di trovare un compromesso tra due sfere definite fino allora in modo nettamente separazionista. La radicalità delle teorie e delle pratiche che hanno contraddistinto il movimento ai suoi inizi, come osservano Sarlo e Zajczyc, ha portato al paradosso di far coincidere un “inedito protagonismo pubblico delle donne”con il rifiuto o la messa in ombra della rappresentanza politica: “alla scadenza elettorale del ’68 le deputate elette erano il 2,8%”.

Che il femminismo fosse portatore di una critica vera, e perciò “unilaterale, antagonista”, che “ non completa ma mette in causa la cultura altra” -come disse Rossana Rossanda-, è stato allora un assunto chiaro, così come l’idea che fosse necessario portare avanti pratiche di “presa di coscienza” e autonomia dalla visione maschile del mondo interiorizzata  -la “violenza invisibile”. Ma quello che non si dice, e su cui oggi a fronte della crisi dell’economia e delle forme democratiche della rappresentanza, si dovrebbe tornare a riflettere, è che fu proprio una rivoluzione che partiva dai luoghi più lontani dalla politica a produrre cambiamenti profondi nel rapporto di potere tra i sessi, su fronti molteplici: dal divorzio all’aborto, al nuovo diritto di famiglia, alla parità nel lavoro.

L’attenzione che, dopo l’uscita del documento “Di nuovo” e la manifestazione del “Se non ora quando?” del 13 febbraio 2011, è venuta a focalizzarsi sulla “voglia di contare”, ricoprire ruoli di potere nelle istituzioni, rimprovera al femminismo di avere mantenuto una posizione di estraneità o di indifferenza al governo del paese, rimasto solidamente in mano maschile. Ma le contraddizioni in cui si trovano tutt’oggi le donne, strette tra l’impatto respingente con forme di potere nate all’insegna di una “libertà” maschile dai compiti della cura e della conservazione della vita, e il desiderio di legittimarsi un tempo proprio anche nella sfera privata, fuori dall’oppressione patriarcale, fanno nascere il dubbio che sia ancora una volta la radicalità la scelta più adeguata, e che per poter guardare il mondo con occhi meno asserviti all’intelligenza dell’altro, la strada sia ancora lunga.

Nel momento in cui si allentano i vincoli famigliari tradizionali e la maternità non è più un destino –senza che d’altro canto sia cambiato il modello di funzionamento della sfera pubblica-, non è difficile capire che le donne siano tentate di “ritirarsi” di fronte alla sfida di una insostenibile “conciliazione”, e che non si lascino sedurre dagli insistenti appelli al “talento femminile” visto come “valore aggiunto”, messa la lavoro di attitudini materne a beneficio dell’uomo.

Il dibattito che si è aperto intorno a quello che è sicuramente oggi il nodo problematico più evidente – e non solo per la condizione femminile, ma per l’uscita da un disagio esistenziale di uomini e donne-, e cioè il rapporto tra vita e lavoro, fa apparire riduttiva e volontaristica la chiamata a una presenza egualitaria femminile nei luoghi dove si decide, soprattutto se non è accompagnata da una critica all’esistente e dalla capacità di immaginare alternative che partano dalla vita quotidiana.
Senza sottovalutare la novità rappresentata da quei “laboratori di partecipazione” che sono diventate alcune città –innanzi tutto Milano, che per molte e molti oggi sembra la principale fonte di speranza per il rinnovamento della democrazia -, l’allargamento di orizzonte viene ancora una volta da movimenti che travalicano i confini nazionali e che incrociano in modo sorprendente alcune posizioni del femminismo più radicale.

David Graeber, uno dei più noti riferimenti teorici di Occupy Wall Street, nel suo libro La rivoluzione che viene (Manni editore, Lecce “2012), scrive:
“Si potrebbe anche partire dal tardo riconoscimento dell’importanza del lavoro delle donne per ripensare le categorie marxiste in generale: riconoscere che ciò che chiamiamo lavoro domestico o (piuttosto infelicemente) “riproduttivo”, il lavoro di fare figli e stabilire relazioni sociali, è sempre stata la forma più importante di sforzo umano in ogni società (…) Una delle caratteristiche peculiari del capitalismo è che ci incoraggia a percepire la produzione di beni come la principale occupazione dell’esistenza umana, mentre le relazioni interpersonali diventano in un certo senso secondarie”.

“Primum vivere. La rivoluzione necessaria” è il titolo del convegno nazionale del femminismo che si terrà a Paestum il 5-6-ottobre 2012. Un ritorno, dopo trentadue anni dall’ultimo convegno degli anni ’70, e una “ripresa” volta a dare una risposta agli interrogativi del presente con il sostegno del patrimonio di pensiero e di relazioni costruiti nel corso di tanti anni.
Ultima modifica il Sabato, 24 Novembre 2012 16:54
Altro in questa categoria: ZEROVIOLENZA SULLE DONNE »
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook