RIFLESSIONI 'PEDIATRICHE' E DINTORNI...

di Ivan Cavicchi
17 maggio 2011


E’ stato Giovanni Papini che, tra ‘800 e ‘900, usò il termine “pedocrazia”, indicando una società nella quale sono privilegiati i bambini e le loro esigenze. Ma prima di allora la realtà dell’infanzia fu drammaticamente diversa. Ancora nel trentennio 1860/1890, il 47% dei morti in Italia aveva meno di 5 anni, e il 37% dei bambini moriva prima di aver raggiunto il quinto anno. A fronte di questa cronica realtà decisamente “malthusiana” (la mortalità infantile era considerato di fatto uno dei freni alla crescita della popolazione quindi per Malthus, un economista dell’800, funzionava paradossalmente come freno alla povertà) fu il pensiero illuminista che, per primo cominciò a preoccuparsi dell’infanzia.

“Il secolo dei lumi” non poteva prescindere dal problema disumano dell’infanzia. Le condizioni dell’infanzia erano in  flagrante contraddizione con la ragione. Si iniziò così a vedere i bambini con una nuova attenzione, non solo scientifica, ma anche sociale fino a suggerire di trattarli non come “mini-adulti” o come risorse facilmente riproducibili ma come “esseri umani in formazione”. Non è quindi un caso se “l’orthopedie”cioè “l’arte di prevenire e curare le deformazioni”, nascesse dagli stessi influssi culturali  e, come indica il termine, nascesse riferita proprio ai bambini. La stessa cosa per la logopedia. Ma il percorso fu lungo e lento ci vollero più di due secoli per promulgare leggi cruciali a favore dei bambini (legge Federzoni 1925) e per istituire “l’opera nazionale di assistenza e protezione per l’infanzia”.

La pediatria moderna nasce e si sviluppa a partire da due grandi bisogni sociali che sovrappongono politiche demografiche a nuovi impegni umanitari: accrescere la natalità  e diminuire la mortalità. Ancora oggi nei vocabolari la “pediatria”, convenzionalmente circoscritta nei primi 12/14 anni di vita del bambino, è definita  come una specialità che si occupa “della fisiopatologia del neonato e del lattante” con lo scopo precipuo di “diminuire la morbilità e la mortalità specialmente nel primo anno di vita”. Ma oggi  questa definizione è ampiamente superata. Oggi probabilmente si potrebbe  parlare di “pediatria post-moderna” quale metafora per indicare soprattutto i cambiamenti economici, sociali e culturali in atto.

La pediatria tra ‘800 e ‘900 è chiamata in occidente, per ragioni soprattutto economiche e umanitarie, a trasformare un gioco demografico tra natalità e mortalità, a somma negativa, in un gioco demografico a somma positiva. Da questo compito essa  ricava il suo impegno umanitario e la sua iniziale legittimazione sociale; oggi  bassi tassi di natalità e alti tassi di invecchiamento pongono l'intero sistema per la salute del bambino in contraddizione con i suoi costi storici; in alcuni casi i dipartimenti materno-infantili in altri più avanzati i dipartimenti per la salute del bambino, hanno a che fare con un diverso gioco demografico a somma negativa, che li spiazza e nelle ristrettezze finanziarie in cui versa la sanità pubblica, essi appaiono organizzazioni sovradeterminate rispetto ad una domanda che si crede apparentemente sottodeterminata.

Sono in atto misure per riequilibrare i punti nascita, le pediatrie ospedaliere e i vari servizi dedicati, molti ambulatori vengono chiusi, si prevede che nel giro di pochi anni avremo meno pediatri di quello che servirebbero, ma soprattutto quell'evoluzione che vedeva il bambino da "prodotto concepito" a soggetto di salute, sta vistosamente regredendo. In pratica oggi per i servizi socio-sanitari dedicati al bambino sono cambiati i determinanti sociali ed economici dai quali essi erano nati e paradossalmente i nuovi determinanti sociali rischiano di ridimensionarne il ruolo senza cogliere le nuove potenzialità che essi rappresentano. Per esempio è giusto che i punti nascita devono essere garantiti da certi standard, ma in regioni come la Basilicata, dove spesso questi standard non ci sono, chiudere comunque punti nascita significa disincentivare la natalità in una regione  nella quale tra pochi anni si prevede un calo drastico della popolazione nel suo complesso.

In sintesi una volta  combattere la mortalità infantile  significava garantire maggiore natalità nel senso che il primo anno di vita del bambino era  strategico; oggi  la natimortalità è stata significativamente abbattuta in tutti i paesi occidentali introducendo un paradosso tipicamente post-moderno: “si nasce di meno e si sopravvive di più”; a bassi tassi di natalità corrispondono alti tassi di sopravvivenza, cioè ad un bisogno sociale ridotto corrispondono altissime possibilità scientifiche di tutela del nascituro (fecondazione assistita, nascite premature, nuove possibilità cliniche, maternità differite ecc).

Ma questo non può essere interpretato  semplicemente nel senso che chi nasce ha un qualche diritto e chi vorrebbe nascere ne ha di meno...perchè pensando in questo modo in un paese dove ci si riempie la bocca di famiglia e di retorica sulla vita...si ritorna dritti dritti a logiche neomalthusiane, se non a forme di competizioni aberranti  del tipo "chi c'è c'è"...

Per cui la questione del diritto alla vita che ad esempio gli antiabortisti continuano a cavalcare, va smascherata: oggi sono le politiche che io chiamo "post-welfaristiche" cioè la riduzione concreta delle tutele che mettono in discussione il diritto di vivere. La costante crescita per tutto il 900 dei diritti per l’infanzia, la “pedocrazia” di cui parlava Papini, oggi sembra interrotta in parte perchè i diritti, compresi quelli dei bambini, sono stati prima condizionati dai limiti economici, poi apertamente subordinati ad essi, in parte perchè il postwelfarismo colpisce madri e figli alla stessa maniera cioè subordinando l'etica avviata dall'illuminismo a logiche bilanciofreniche.

Tornando alla pediatria vorrei ricordare  che essa è una disciplina medicoclinica fondamentale per l'assistenza del bambino e che come tale, in medicina, è l’unica specialità con funzioni di base. Cioè il pediatra è l’unico specialista assimilabile sia al medico di medicina generale che allo specialista in quanto tale, essa svolge funzioni di cure primarie, di prevenzione, di educazione, in servizi nevralgici come i distretti, i consultori, gli ambulatori pediatrici, oltre ai compiti tipicamente specialistici negli ambiti ospedalieri. Ovviamente oltre la pediatria intorno alla salute del bambino vi sono altre indispensabili discipline.

Concludendo la salute del bambino anche se resta uno dei più formidabili incentivi alla natalità, non può essere concepita tout-court come funzione  demografica nel senso che i bambini, oggi, hanno un valore etico e morale indipendente  dal tasso di natalità. Nello stesso tempo però le grandi contraddizioni finanziarie che riguardano la medicina pubblica obbligano la sanità che si occupa dei bambini a confrontarsi con la questione delle risorse; in ragione della salute dei bambini si potrebbero combinare in modo nuovo e diverso i valori scientifici, sociali ed economici impliciti nei servizi e proporre  nuove intese tra  etica...e... scienza...e.... economia.

Ma per fare questo prima ci vuole la volontà di farlo e scorrendo i vari piani sanitari regionali  di questa volontà non vi è traccia, poi ci vuole un pensiero che ricontestualizzi la salute dei bambini in questa società. Oggi la salute dei bambini rischia di essere, come ai tempi dell'illuminismo non solo in fragrante contraddizione con la ragione...ma con i diritti ...che questa ragione, in circa due secoli, ha faticosamente costruito.
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