GRASSE E FELICI, MAGRE E NEVROTICHE. COSI' L'ARTE PERPETUA DA SECOLI IL CLICHE'

di Francesca Bonazzoli, La 27esima ora
27 gennaio 2012

Sarà l’aria poco allegra che tira nei consumi, sarà che nel commercio non si può propinare la stessa confezione per troppi anni, fatto sta che la pubblicità dei prodotti femminili sta cominciando ad abbandonare il cliché della modella emaciata, scontrosa e imbronciata, il tipo dell’esistenzialista annoiata e nevrotica alla Kate Moss, per intenderci. Finalmente fanno timidamente capolino sorrisi, sguardi diretti, espressioni più vivaci se non intelligenti, insomma più gioia di vivere rispetto all’altezzoso e annoiato distacco delle anoressiche che ci è stato propinato più o meno negli ultimi vent’anni.

La colpa, però, non è dei pubblicitari: loro non inventano mai niente, ma rielaborano immagini già conosciute e riconoscibili, anche se in modo subliminale, che fanno insomma già parte del nostro DNA visivo e dunque provengono dall’arte. Più che mai per quanto riguarda l’immagine della donna, soggetto per eccellenza di millenni di scultura, pittura e poi fotografia.

Il repertorio che l’arte mette a disposizione della pubblicità copre tutta la gamma della bellezza fisica e psicologica femminile, ma si può dividere in due grandi gruppi: le grasse e felici da una parte e le magre e nevrotiche dall’altra.

Le donne di Wildt, con le guance scavate, le occhiaie profonde, il naso affilato e le mani lunghe e affusolate, a un passo dal sembrare artigli, appartengono a pieno titolo al secondo gruppo. Ma a loro volta hanno illustri antenate o contemporanee, prime fra tutte le femmes fatales della Vienna fin de siècle di Klimt: le Giuditte, le Salomé e le signore dell’alta borghesia industriale praticamente coeve alle vergini, alle Marie e sante immacolate di Wildt: queste ultime più spirituali nei pensieri, ma non meno nevrotiche nelle apparenze.

Un altro celebre cultore della bellezza emaciata fu Edvard Munch che, nella vita, le donne le temeva davvero e infatti le dipinse anche come Vampiri. Ma l’elenco sarebbe troppo lungo: andare a cercare questo modello muliebre nel Novecento appare fin troppo facile e basti pensare a Kirchner, Schiele o Helmut Newton. Quello che può sorprendere di più è invece ritrovare la bellezza estenuata già nel Cinquecento, nella prima epoca nevrotica, quella manierista.

Dopo le bellezze perfette, serene e sensuali di Raffaello, Giorgione, Leonardo e Tiziano, gli artisti si interrogarono su come superare tali maestri e non trovarono di meglio che accentuare la perfezione ideale della Bellezza trasformandola in artificiosità. Ecco quindi che Parmigianino inventa ben prima di Modigliani colli allungati, teste piccole e espressioni malinconicamente assenti.

Lo stesso si può dire per le figure dai volti allampanati del Rosso Fiorentino, delle nobildonne algide e assenti di Bronzino o di quelle serpentinate e dagli occhi interrogativi del Pontormo, accusato di essere tedesco, ovvero di aver abbandonato l’armonia della venustà classica per quella gotica, alla Cranach, il padre di tutte le donne ossute della pittura nord europea.

Insomma, quando ad essere rappresentata non è tanto la donna, quanto la sua idea, allora assistiamo alla stilizzazione mentale della sua forma

come già era successo nel Quattrocento per esempio con Pisanello e Cosme Tura che dipingevano donne uscite dall’immaginario fiabesco dei poemi di corte e cavallereschi, più illustrazioni da codice miniato che rappresentazioni reali. Una tentazione in cui cadde anche Botticelli, con le sue donne algide e distanti, più mentali che carnali, il tipo femminile in voga nella Firenze neoplatonica, opposto a quello esaltato a Venezia, capitale della prostituzione dove certi predicatori come il Savonarola non potevano mettere piede e dove veniva apprezzata la Venere formosa e sensuale.

Alla base di ogni ideale di bellezza, quale che sia, ci sono dunque gli stereotipi sulla virtù morale della donna, gli stessi imperituri, da secoli.

Da una parte la donna diavolo tentatrice (Eva) e dall’altra la donna vergine e santa (Maria), una rielaborazione cristiana del kalòs kai agathòs greco dove al bello corrisponde il buono morale (mentre in Grecia il buono era civico). A stabilire il canone di bellezza, poi, è sempre l’uomo, dal mito di Paride in su: è lui ad assegnare la mela che sancisce il modello.

Soltanto, a volte, l’uomo è confuso e non sa se preferire Eva o Maria finendo così per mescolare i canoni di bellezza, se non addirittura i generi sessuali come fecero Michelangelo che mascolinizzò le donne o Leonardo che femminilizzò gli uomini.

Nel frattempo, per la donna, la cristianità ha trovato una terza via, quella della Maddalena penitente, la peccatrice che non può ambire alle virtù di Maria, ma che può redimersi attraverso la preghiera, il digiuno, la sottomissione.

Siamo entrati nel secondo millennio ma anche a causa della pubblicità che li perpetua, gli stereotipi sulla bellezza femminile non sono cambiati.
Ultima modifica il Sabato, 28 Gennaio 2012 10:06
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook