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Shaza: “In Arabia ero velata, mi corteggiavano lanciando biglietti”

La città nuova
13 11 2012


di Shady Hamadi

Qualche tempo fa ho conosciuto Shaza, una ragazza saudita, egiziana, olandese…un mix. Abbiamo bevuto insieme un caffè e questo è quello che mi ha raccontato di lei e del  rapporto con la sua identità. “Sono nata e cresciuta ad Amsterdam e , sempre in Olanda, ho frequentato l’Università dove mi sono laureata. Mio padre è egiziano mentre mia mamma e’ saudita: sono un mix. A ventidue anni sono andata a vivere in Arabia Saudita perché da sempre ne ero affascinata. Volevo tornare alle radici e quindi sono rimasta li’ per cinque anni”.

“Ho vissuto a Jeddah (Gedda) per tutto quel tempo. Sono entrata nella società saudita a piene mani. A 27 anni ho deciso di tornare in Europa e facendo su e giù per lavoro con l’Italia ho dato le dimissioni e mi sono trasferita qui. Lavoro per una grossa azienda di alta moda. Qui mi trovo benissimo. In Italia la gente è aperta, esiste ancora la famiglia, cose che in Olanda mancano”.

Rispetto all’Arabia Saudita qui c’è una via di mezzo: la gente e’ calorosa come in Arabia ma, a differenza di li’, qui c’e’ piu’ libertà personale. Ti faccio un esempio banale: camminare senza motivo ascoltando l’Ipod non dovendo prendere nulla in considerazione (come l’autista che ti accompagna ovunque) era impensabile.

Cosa ne pensi dell’abaya (indumento tradizionale che copre il corpo dalla testa, lasciando visibili mani e volto)?

Per me l’abaya non era un problema, anzi, ti dava quel qualcosa da “Mille e una notte”. E’ molto elegante. Io lo personalizzavo, prendendolo di diversi tessuti. Poi sotto metti quello che vuoi! Ti dico una cosa: Mettendo l’abaya tu obblighi l’uomo a osservare, esclusivamente, la tua professionalità…non le tue cosce.

Secondo te la società saudita deve cambiare?

Certo, ma il 90% non vede i problemi. Siamo ancora una società tribale. I ragazzi educati, noi, siamo ancora una minoranza e stiamo provando a migliorare la situazione, creando eventi come “Edge of Arabia” (evento di arte indipendente).

Siamo una società segregata, divisa tra uomini e donne. Sai come la maggioranza degli uomini, prima di Facebook, approcciava le donne? Se eri per strada a camminare i ragazzi ti buttavano a terra dei biglietti con il loro numero di telefono. Se, invece, ti trovavi in macchina e loro in un’altra ti passavano i foglietti con il numero di telefono dal finestrino…

Per certe persone in Arabia Saudita non c’è un modo di incontrarsi, neanche di bere un caffè e quindi la società si è inventata questo e altri trucchi. Ma la società non può essere tenuta segregata per sempre.

E il Re che cosa fa?

Re Abdallah è più aperto. Ha appena inaugurato la King Abdallah Economic City, una mini città dove sono state costruite residenze, una universita’ mista tra uomini e donne, un cinema…insomma come qualsiasi altra citta’ del mondo e, in piu’,

le donne possono guidare e non si mettono l’abaya.

Questo e’ il modo del Re di combattere le élite religiose che impongono queste regole ristrettive nella societa’.

Che rapporto hai con tuo padre?

Mio padre è il numero uno. Mi ha sempre dato libertà. Abbiamo sempre coltivato una relazione aperta. I miei mi hanno sempre spinto a sviluppare le mie potenzialità leggendo, scrivendo e lavorando. I miei genitori sono “cool”.

Che rapporto hai con la religione?

Ho un rapporto profondo con l’Islam. Ho studiato tanto la mia religione, perché volevo capire sempre di più. Non seguo le regole senza conoscere il perché sono state fatte. La religione è libertà e non obbligo, come anche il Corano dice.

Sei anche una seconda generazione…

Ogni tanto mi sento“una crisi d’identita’ ambulante” egiziana- saudita – olandese per cui analizzo tutto con varie prospettive e questo, ogni tanto, ti causa un bel mal di testa! Ma ovviamente e’ soprattutto una ricchezza.
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