Londra 2012 è davvero l’Olimpiade delle donne?

Il Corriere della Sera
27 07 2012


L’Olimpiade di Londra 2012 è anche un’Olimpiade di donne, in un modo o nell’altro. Prima di tutto perché per la prima volta tutti i Paesi che partecipano ai Giochi avranno almeno un’atleta, compresi Brunei, Qatar e Arabia Saudita. In particolare, Riyad schiererà la judoka Wodjan Shahrkhani e la giovane ottocentista Sarah Attar, una diciassettenne dalle idee chiare: «E’ un onore per me, ma spero che la mia partecipazione aiuti a fare grandi passi avanti alle donne che laggiù vogliono fare più sport», ha spiegato dalla sua base a San Diego. Perché in Patria difficilmente potrebbe allenarsi e correre come vorrebbe.

 E, con l’avvento della boxe e della lotta al femminile, abbiamo anche un ribaltamento di contorni: visto che i maschi non possono partecipare nel nuoto sincronizzato e nella ginnastica ritmica, le ragazze si trovano ad affrontare più competizioni rispetto ai colleghi. Anche questo non si è mai visto.

Le donne hanno dato il la all’Olimpiade mercoledì scorso, con il calcio d’inizio della partita tra Gran Bretagna e Nuova Zelanda, e le donne chiuderanno la oldrassegna domenica 12 agosto, intorno alle 18:15, con l’ultima medaglia, quella del pentathlon moderno. Un po’ uno schiaffo, una volta tanto, al barone De Coubertin, che disegnando le Olimpiadi Moderne era categorico:

 «I Giochi con le donne non sarebbero corretti, non sarebbero pratici, non sarebbero interessanti e non sarebbero estetici», dichiarava nel 1896. Aveva torto. Il Locog, il comitato organizzatore, ha anche diverse donne dirigenti e Debbie Jevons, una donna, è il direttore dello sport ai Giochi. Giusto per badare non solo a pedane e campi di gara, ma anche a ciò che circonda l’evento.

E poi, l’Olimpiade è sempre particolare per le storie speciali che si vengono a creare intorno ai cinque cerchi. A Londra saranno soprattutto al femminile (dovrebbero essere 4.847 in totale, le atlete: il 44% del totale. A Parigi 1900 erano 22 su quasi mille partecipanti): si va dalla tiratrice incinta all’ottavo mese (ne ha scritto Carlotta De Leo qui), che si è qualificata subito dopo aver scoperto di aspettare una bambina, alla fondista peruviana che ogni giorno corre 20 km a quota 4.000 metri e che a Londra sarà accompagnata dalla madre, che non aveva mai lasciato il Perù.

Note positive arrivano anche dagli Stati Uniti, che puntano a vincere il medagliere: inviano una delegazione 530 atleti e scoprono, per la prima volta, che le signore sono più dei gentlemen: 269 contro 261. Non è poco.

L’Italia si presenta con un burocratico 43% di donne che è un aumento del 5% rispetto a quattro anni fa: anche questa è storia.

Olimpiade rosa, quindi, eppure non sono mancati incidenti e lamentele.

Due episodi non da poco hanno visto protagoniste la squadra di calcio giapponese – sono campionesse del mondo in carica –, costretta a viaggiare in classe economica mentre i maschi viaggiavano in business («Loro sono professionisti», si è difesa la Federcalcio giapponese), e quella di basket australiana che si è trovata nella stessa, discriminante, condizione.

A parte questi due episodi che potrebbero, comunque, essere considerati «minori», è tutto rose e fiori per le donne a Londra 2012 e dintorni? No, perché è proprio la Gran Bretagna, paese ospitante, a lanciare l’allarme sulla condizione generale dello sport femminile quando ci si allontana dalle atlete da medaglia.

Sue Tibbals, direttrice della Fondazione inglese per lo sport e l’attività fisica femminile (Wsff), denuncia:

«Abbiamo misurato la copertura mediatica dello sport femminile in questo paese, ed è inferiore al 5%. Questo è un grosso problema».

Quello dell’appeal degli eventi, infatti, è un cane che si morde la coda: meno visibilità viene concessa a un evento, meno sponsor richiamerà, e meno possibilità avrà di crescere e di guadagnare ulteriore visibilità. Secondo la Wsff questo si traduce, in quote di mercato, esattamente nello 0,5% di sponsorizzazioni dedicate solo a eventi femminili. Ovvia la speranza che l’Olimpiade cambi qualcosa anche da questo punto di vista.
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