Papà, mammo e resistenze culturali.

Un altro genere di comunicazione
18 01 2013

Il tema della paternità è molto dibattuto in Italia. Da una parte si tratta di una questione legata all’immaginario collettivo, in cui la parola papà ha il mero scopo di identificare il genitore di sesso maschile e si svuota del suo significato più ampio, tanto che i media ricorrono spesso a termini quali “mammo” quando ci si riferisce a uomini che, semplicemente, passano del tempo coi loro figli.

Dall’altra rimanda a dati che vedono solo il 6,8% dei neo-padri usufruire del congedo parentale, un triste primato rispetto agli altri paesi europei. Questo accade per motivazioni economiche, in un contesto come l’Italia in cui il primo stipendio è quasi sempre quello dell’uomo e che vede le decurtazioni di esso un problema. Ma anche, e soprattutto, per ragioni legate alla cultura di riferimento, che inquadra la poca rappresentanza femminile nel mondo del lavoro e i preconcetti sui padri che si occupano della prole e delle faccende domestiche, intesi per l’appunto come delle brutte copie delle loro mogli e compagne, come lati della stessa medaglia.

Immagine anacronisticamente inserita in un articolo dal titolo: “La riscossa dell’uomo casalingo”

Vi sono molte testimonianze, però, di padri e compagni che hanno provato a prendersi il congedo parentale e che sono incappati in resistenze culturali, dovendo fare i conti con lo scherno e la sorpresa dei conoscenti. Riprendendo l’articolo sopra linkato possiamo leggere:

TABU- Mentre all’estero chiedere il congedo di paternità è un diritto ed è ormai di uso comune come lo è anche vedere papà che spingono carrozzine e portano i loro figli a spasso, in Italia la cura dei piccoli resta ancora appannaggio esclusivo delle donne. [...]Lo sa bene Francesco, 38enne, impiegato: “Quando ho scelto di prendere il congedo per stare con mia figlia di 13 mesi tutti mi chiedevano “Come mai?“, quasi fosse illogico [...] “Quando porto Matilde al parco incontro solo mamme, qualcuna mi ha addirittura chiesto se fossi rimasto vedovo“. (Fonte: WallstreetItalia). Eppure questo potrebbe anche salvare le neomamme dai licenziamenti tramite dimissioni in bianco. Continua Francesco:”L’ho fatto perché voglio veder crescere mia figlia, ma anche aiutare mia moglie. Lei non ha avuto la stessa fortuna. Ha un contratto a termine e la sua maternità non è stata accolta bene al lavoro, temeva di perdere il posto“.

A questo proposito riporto la storia di Vincenzo, leggermente tagliata per questioni di spazio, tratta dal libro di Caterina Soffici, “Ma le donne no”, edito da Feltrinelli:
Vincenzo ha chiesto di stare a casa per sei mesi dopo la nascita della sua bambina. Lavora nella segreteria amministrativa di una grossa agenzia pubblicitaria. Ha chiesto il massimo che la legge permette e i colleghi l’hanno presa molto male. Sono stati loro i primi a mettere i bastoni tra le ruote: “Fa il furbo, vuol stare a casa in ferie a spese nostre”. Non hanno avuto il coraggio di dirglielo in faccia. Ha sentito i commenti attraverso il séparé dell’open space.
Sono dieci anni che Vincenzo lavora nell’agenzia. Non ha mai fatto un giorno di assenza per malattia, si è trascinato in ufficio anche quella volta che aveva la febbre a 38 e mezzo, ma era il periodo delle tredicesime e dei bonus di fine anno e stare a casa per almeno tre giorni, come gli aveva prescritto il medico, avrebbe creato grossi problemi.

Lei invece è una libera professionista. Fa l’avvocato e quando rimane incinta è costretta a smettere di lavorare per quasi tutti i nove mesi. Dopo la prima gioia per il test positivo e la prima ecografia, la pressione si alza, arrivano delle perdite e il medico la costringe al riposo. Alice obbedisce e il capo gira i clienti a una collega. Le dice di controllare a distanza, ma l’altra è sveglia e scaltra. Cerca di stare al passo, ma capisce che finché lei è fuori, sarà tutto inutile.

A fine novembre del 2006 nasce la bambina. Ma Alice non si calma. E’ una leonessa in gabbia e dopo il parto vorrebbe tornare subito a lavorare. La legge glielo impedisce. Per tre mesi deve stare a casa, è la maternità obbligatoria. Cerca di reagire. Alice si sente sola e ogni tanto chiama in ufficio. La “sostituta” non si fa trovare. Non risponde al cellulare e sul fisso scatta la segreteria: sono in riunione, lasciate un messaggio. Ad Alice sale la rabbia. E’ in riunione con i miei clienti, pensa.

I tre mesi della maternità obbligatoria stanno scadendo e Vincenzo pensa che sia meglio per tutti se Alice torna in ufficio. Lei è titubante, si sente in colpa. Vincenzo insiste: “Ci sto io a casa con la bambina. E intanto cerchiamo un posto al nido”. Vincenzo si è già informato all’ufficio del personale. Così Alice torna alla sua professione e Vincenzo inizia la carriera di padre casalingo. O di “rammollito”, come hanno detto i suoi colleghi.

“Un’esperienza unica, da consigliare a tutti. La cosa più incredibile è la percezione del tempo. Alcune giornate sembralo lunghissime, non vedi l’ora che arrivi la sera per mettere a letto la bambina e poterti buttare sul divano con una birra. Altre volte il tempo scorre troppo veloce e non riesci a rispettare il tabellino di marcia che ti sei dato per la giornata”.

Così la mattina Vincenzo e Alice fanno colazione, poi lei inforca il motorino e va in ufficio. Le bastano poche settimane per mettere al suo posto la “sostituta” e ha ripreso gusto nel proprio lavoro. Quell’assenza non cercata le era pesata davvero molto e le pesava anche il giudizio negativo delle amiche che la facevano sentire in colpa. “Goditi la maternità, perché ti angosci così?” le dicevano.
Intanto Vincenzo esce con la piccola nella carrozzina. Ora è lui che fa camminate per la città e va al parco. Lui si sente a proprio agio, ma si rende conto di essere un’anomalia quando va al mercato la mattina. Lo guardano, qualcuno fa battute. Quando scambia due parole pensano sia un padre divorziato, o vedovo, o un disoccupato.

Poi arriva l’estate e lui prende la bimba e raggiunge la casa dei suoceri in Liguria. “Non ci fai caso finché non ti trovi nella situazione d’emergenza e allora e solo allora ti accorgi che nella toilette degli uomini non ci sono fasciatoi. In tutti gli altri paesi d’Europa ci sono fasciatoi o aree attrezzate per i papà”.
Al mare stessa solfa. E’ un raro esemplare maschile in mezzo a qualche pensionato e frotte di mamme e ragazzini urlanti. Lo scenario cambia nel weekend, e gli ombrelloni si popolano di “Gazzette dello sport” e bip bip dei Blackberry. “Stando così tanto tempo con la bimba, mi sono reso conto di come stavo diventando diverso dagli altri padri. Quelli che arrivavano nei fine settimana non giocavano, erano stanchi, distrutti. Il sabato facevano fatica a rivolgere parola ai figli e alle mogli, la domenica iniziavano a fare i conti per il rientro in città e a decidere quale fosse l’ora migliore per non rimanere in coda. Una vita da incubo.”

“Al rientro dopo il congedo per Martina mi hanno accolto dicendo: ‘Bella vacanza eh?’. Per loro era come se fossi stato in ferie“.
Possiamo constatare anche da questa testimonianza che le resistenze culturali in Italia sono molte, veicolate spesso anche dai media, come evidenziano le immagini riportate più sopra e l’advertising pubblicitario più comune che, anche quendo presenta figure paterne, tende sempre a giusificarne le azioni di cura.

Siamo quindi contente di una recente segnalazione fatta da una nostra lettrice che riguarda Lidl (catena di discount nata in Germania) che presenta sulla home del suo sito italiano un banner che, purtroppo, in Italia risulta ancora rivoluzionario: un uomo che, ferro da stiro da una parte e bambino dall’altra, incarna la figura del papà-casalingo, un uomo normale ma ancora lontano anni luce dal nostro immaginario collettivo.
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