Un corpo unico che si ribella alla violenza

Valentina Faraone, Zeroviolenzadonne
2 febbraio 2013

Notte insonne, un grande mal di stomaco e un cerchio alla testa che mi accompagna da ieri sera. Ecco il magro bottino di una giornata calda e temperata trascorsa seduta per terra nel piazzale del tribunale de L'Aquila. Giovedì era il giorno della sentenza del processo per stupro e tentato omicidio a carico di Francesco Tuccia.
Io non c'ero mai andata alle altre udienze, perchè da precaria alla fine è sempre un casino organizzarsi, che ti capita qualcosa all'ultimo minuto e non puoi dire di no.

Quando siamo arrivate al tribunale de L'Aquila c'erano già altre compagne che stavano attaccando gli striscioni alla ringhiera dell'ingresso. Scritte grandi, ben visibili anche da lontano. E poi c'era già chi volantinava le motivazioni della nostra presenza. Tutte lì per Rosa. Già, Rosa. Dove è? E' arrivata? Sì, ma sta dentro. In attesa che inizi l'udienza.

Ma fuori c'è lei: Elisabetta, la madre. Una donna alta, lo sguardo limpido e il sorriso accogliente. "Grazie" ci dice. Ci vuole conoscere tutte, a noi "nuove" del presidio. E ci bacia e ci abbraccia. E poi si stringe alle compagne del centro antiviolenza de L'Aquila, costituitosi parte civile nel processo.
E' un momento emozionante, ci sentiamo tutte un corpo unico, un corpo unico di donna che si ribella alla violenza. Che si ribella alla cultura dello stupro, alla cultura machista e maschilista che vuole la donna ridotta a mero corpo, sul quale poter infliggere qualsivoglia violenza, forti di un dominio la cui origine si perde nella notte dei tempi.

Siamo lì perché è fondamentale ricordare che per ogni donna che denuncia e esce dalla voragine della violenza, troppe ancora vivono una quotidianità fatta di soprusi fisici, psicologici, economici, sessuali.

Io voglio capire bene come si svolgerà il processo. Sarà una lunga giornata, perché dovranno sentire i periti della difesa e poi interverranno nuovamente gli avvocati della parti, poi Camera di Consiglio e infine la Sentenza a porte aperte. Per fortuna la giornata è bellissima, le montagne innevate intorno a L'Aquila sono stupende e sembrano vicinissime, l'aria è calda e ci sembra di avere mille energie in corpo per resistere. Ci raccontiamo le impressioni, le opinioni sulle sentenze, sulla richiesta del pm a 14 anni.  

Le prime ore del pomeriggio le passiamo sedute al sole, ogni tanto Elisabetta passa e da lontano ci sorride. Poi la nostra attenzione viene attirata dagli occhi lucidi di una donna e di un uomo: sono la madre e il fratello di Tuccia, ci dicono, che cercano riparo dai nostri sguardi dietro la porta a vetri dell'anticamera dell'aula.

Già. La famiglia di lui. Il fratello visibilmente distrutto, la madre con lo sguardo assorto e il viso contratto. La riservatezza di un dolore che non voglio immaginare.

Ma noi siamo lì per Rosa. E iniziamo a dibattere tra di noi su cosa vogliamo gridare appena la sentenza verrà letta. Innanzitutto vogliamo far sentire a Rosa la nostra forza e ridarle indietro in dose doppia quella che lei ci ha dato in questi mesi. Vogliamo farle sentire che la nostra rete non ha neppure un buco tra le sue maglie, ancora tutte ben salde intorno a lei.

E poi vogliamo dire agli avvocati della difesa, agli avvocati di Tuccia, che noi condanniamo la violenza verbale e psicologica che hanno inflitto nuovamente a Rosa durante le udienze di questo processo. Perché quando un avvocato, per difendere il suo assistito, accusato di stupro e tentato omicidio, sostiene che di fatto si è trattato di un rapporto sessuale – magari estremo – ma consensuale; che lei lo ha ammaliato e che insomma alla fine si è trattata quasi di una bravata tra ragazzi, beh io credo che si possa tranquillamente parlare di violenza nella violenza.

Quaranta giorni in ospedale e decine di punti di sutura non sono il frutto di un rapporto consensuale. La loro linea difensiva è stata una violenza continua.

Poi all’improvviso si aprono le porte dell’aula. Possiamo entrare. E entriamo. Tutte dentro vicino a Rosa. Ma oltre a noi possono entrare anche giornalisti, telecamere e fotografi. E tutti puntano dritto su Rosa. Uno schifo inaudito.

E allora molte si tolgono la giacca e coprono Rosa da quegli obiettivi offensivi. Che il pezzo lo puoi fare pure senza che ti senti troppo paraparazzo, con l’obiettivo puntato a due metri dal suo naso.

E’ il meccanismo mediatico che fa come al solito della donna l’oggetto dello show, mentre lo stupratore sembra assumere il ruolo della comparsa, di chi si trovi quasi per caso in quell’aula di tribunale, con un’accusa di stupro e tentato omicidio. Ecco perché l’abbiamo coperta: per tutelarla dal tritacarne mediatico quale è la televisione.

E in tutta questa concitazione non ci accorgiamo che a meno di due metri da noi c’è pure Tuccia, con il suo giubbottino all’ultima moda, i capelli da fascio e lo sguardo che scruta tutte quelle donne – e siamo tante – che fanno da scudo alla ragazza che ha ridotto in fin di vita.
Lui dalla sua parte è solo, con la madre e il fratello e un paio di giornaliste che lo puntano sperando di avere da lui le sue prime parole post sentenza.

Elisabetta il quel momento si gira e mima con le labbra: non dite nulla in aula, né prima né dopo la sentenza. Ok. Siamo qui per voi, è chiaro che vi rispettiamo. Ma che fatica tenere a freno la lingua con Tuccia a meno di due metri. E con lui uno dei suo avvocati, sui quarant’anni e un modo di fare irritante come pochi. Seduto sul tavolo, sguardo sornione di chi la sa lunga, sorriso a mezza bocca e occhio scrutatore che ci indispettisce. Ridacchia e se la gode come fosse al bar.

E salta all’occhio la compostezza della madre e del fratello, con gli occhi bassi e le mani che tremano per colpa di un ragazzo di venti anni che alla fine andrà in carcere, e loro lo sanno che lui si è rovinato la vita. E il loro dolore riservato stride con la spavalderia del rampante avvocato che in mano, al posto del fascicolo di carte, potrebbe tranquillamente tenere un martini con arancia.

Poi in un secondo entra il giudice per leggere la sentenza e Tuccia viene portato fuori con la famiglia da una porta laterale, senza ascoltare la condanna: 8 anni di carcere per stupro, il tentato omicidio derubricato a lesioni gravissime.

Noi corriamo fuori come per scappare da una gabbia e vediamo che gli avvocati della difesa se ne vanno alla chetichella. Noi gridiamo con tutta la nostra forza “vergogna!! Vergognaaa!!!” e poi torniamo dentro da Rosa. Gli obiettivi e le telecamere sono tutti lì puntati, ora solo lei è la protagonista degli sciacalli, ancora coperta dalle giacche e dalle sciarpe. E lei invece se ne vorrebbe andare e allora un cordone di tessuti di vari colori le crea un tunnel dove passare per arrivare alla macchina e andare a casa, finalmente.

Elisabetta invece rimane ancora, ci vuole di nuovo ringraziare e baciare. Ci dice: dobbiamo andare avanti, ancora più forti di prima, ancora più di prima. In ogni tappa. E noi ci saremo. Per Rosa. Per te. Perché #ciriguardatutte.

Ps: questo è solo il racconto di una giornata. Ma a noi non basta raccontare.  Sento la necessità di far ripartire la riflessione femminista  sul rapporto tra la violenza maschile sulle donne e la critica alle forme di giustizia e repressione dello Stato. Non si deve nè cadere nella facile convinzione che una condanna, magari anche la più dura possibile, possa risolvere il problema della violenza maschile, né tantomeno si può ignorare che spesso è necessario il passaggio della denuncia e del processo come strada per il riconoscimento sociale e collettivo  di una violenza.

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Febbraio 2013 10:57
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