Mutilazioni genitali: rompiamo il silenzio italiano

Letto 1989 volte
West
06 02 2012

Sulle mutilazioni genitali femminili in Italia si sa poco o nulla. Mancano informazioni certe e attendibili su un fenomeno che, complici i flussi migratori, è ormai una realtà anche in una nazione come la nostra. Gli unici dati ufficiali risalgono al 2009, quando il Ministero delle Pari Opportunità ha pubblicato un’indagine dalla quale è emerso che nello stivale sono 35 mila le donne mutilate. Ma, secondo gli addetti ai lavori, potrebbero essere molte più. Quante? E soprattutto a cosa è dovuto il velo di silenzio steso su questo fenomeno?

In occasione della Giornata mondiale per eliminarle indetta dalle Nazioni Unite, che ricorre oggi, ne abbiamo parlato con Cotrina Madaghiele, presidente dell’Associazione Genere Femminile: “Per quanto i dati in nostro possesso siano attendibili si può tranquillamente affermare che le cifre indicate sono una stima riduttiva. L’entità del problema in Italia è sicuramente maggiore eppure resta un argomento sottovalutato, troppo sussurrato. E senza conoscenza non si può estirpare questa usanza”.

Ma in che cosa consistono le mutilazioni genitali femminili? Sono procedure mediche non necessarie che comportano l’asportazione parziale o totale degli organi sessuali femminili esterni e Madaghiele sottolinea che “avvengono in ambiente domestico, in condizioni igieniche pessime. Soprattutto non vengono praticate da mani esperte ma da praticoni privi di qualsiasi nozione chirurgica. Le bimbe rischiano gravi infezioni che spesso degenerano in patologie e nell’impossibilità di poter procreare. Per non parlare dello shock psicologico che non le abbandonerà mai”. Eppure sono proprio le donne che obbligano le proprie figlie o le nipoti a subire la stessa tortura toccata a loro.

“In Italia la legge n.7 del 2006 le ha messe fuorilegge ma è indubbio che siano comunque ancora praticate. Ovviamente avvengono in totale clandestinità e fare stime è inutile. Quel che è certo è che la grande maggioranza di escissioni e infibulazioni avvengono in madrepatria. Le matrone prendono le piccole e le portano nei villaggi del proprio Paese di appartenenza. Per loro è una tradizione cui non riescono a rinunciare, perché è un retaggio culturale di fondamentale importanza sociale. Antropologicamente ha la valenza di un debutto in società. Dopo l’intervento possono accedere alla comunità e vengono accettate dal futuro marito”.

Mentre per la cultura occidentale è una lesione del diritto alla salute e alla disposizione della propria persona. “Non si può fare altro che sperare che le nuove generazioni raggiungano l’emancipazione attraverso l’istruzione e la partecipazione a una società liberale. Alcune associazioni organizzano dei dibattiti nelle scuole, ma vista la delicatezza del tema non è facile raggiungere le bambine in età infantile. Dunque non si tratta di prevenzione ma esclusivamente di informazione. Spetterà a loro decidere di interrompere la tradizione qualora avessero una figlia”.

Come quasi sempre avviene in Italia, i centri di ascolto e di aiuto delle donne funzionano su base volontaria, consapevoli che i finanziamenti pubblici non arriveranno mai nelle loro casse. “A dispetto delle difficoltà finanziare le iniziative di tutela femminile si sono moltiplicate e chi oggi si rivolge a noi può contare sulla disponibilità di personale capace e appassionato che va da psicologi professionisti ad avvocati pro-bono. Ascoltiamo e informiamo. Il riscatto delle donne arriverà attraverso la cultura”.

Claudia Moschi 

Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook