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DEMONI E LIBERTA'

di Monica Pepe
Un Paese che secerne tanta violenza sessuata senza riconoscerne, o meglio negare, le conseguenze a livello di relazioni interpersonali, di genitorialità e di società è destinato ad aumentare i fattori di disgregazione sociale.
“Come mai sono costretti a stare insieme uomini e donne?” era la mia domanda ricorrente quando ero piccola, perché l’impressione era che avessero proprio poco in comune, sacrifici e ruoli da interpretare troppo diversi tra di loro per giustificare una vita insieme.

Ancora oggi, donne e uomini sono metodicamente educati per non andare d’accordo, molte volte per rovinarsi la vita o per patti di non belligeranza molto faticosi.

Ciononostante ancora oggi la cultura dominante punisce le scelte sessuali diverse da quelle etero. Chi sceglie o desidera fuori dalla norma non può essere gradito a chi la norma evidentemente la subisce.

Tutto questo in nome della ‘famiglia ortodossa’, anche se è il caso di dire che non basta più la parola. Dal momento che non è una cerimonia a fare di una coppia una relazione affettiva felice, e non basta diventare genitori per costruire un microcosmo di relazioni che funzionino tra di loro.
Sono le donne e gli uomini che hanno lavorato sul proprio vissuto familiare di origine e che si sono liberati dai diktat dei ruoli “maschio/femmina” a fare di se stessi un ambiente nel quale valga la pena vivere e accogliere altre esistenze.

Al contrario è ancora troppo largamente condivisa una rappresentazione statica e sacrificale della famiglia, in nome della quale mortificare le differenze risulta più accettabile. Oggi più che mai invece è necessario affrontare la complessità di questa relazione, sia in termini umani che psichici.
A partire dal fatto che diventare genitori comporta oltre ad una affettività viscerale, anche una cancellazione di sé, un’accelerazione rispetto ai propri nodi esistenziali non risolti e senso di inadeguatezza, tutto da gestire in una situazione di potere smisurato e di parte. Questo molto spesso si traduce in estraneità tra genitori e figli, trasformandosi per tante e tanti adolescenti in alienazione, quando le distanze sono difficilmente colmabili.

La sessualità e l’affettività, il rapporto con il denaro e con il cibo sono gli indicatori principali dello stato di sostenibilità di un sistema complesso di relazioni tra “conviventi forzati” che è la
famiglia. Il modo in cui donne e uomini li agiscono innanzitutto tra di loro e poi li trasmettono, li rimuovono, li usano o li decodificano dai messaggi che provengono dal mondo esterno costituiscono la trama essenziale di una relazione con i figli.

Ma se la realtà è che ancora tanti uomini e donne agiscono reciprocamente sistemi diversi e complementari di oppressioni, vuol dire che indagarne le cause senza imbarazzi è ancora difficile.

E’ difficile mettere in discussione moloch come la sessualità maschile e la maternità, o meglio cercando di andare oltre le rappresentazioni dominanti.
Non esiste alcuna giustificazione umana al fatto che ci siano milioni di uomini in tutto il mondo che stuprano ed uccidono, quasi sempre donne che dicono di amare o che conoscono, ma è un dato di fatto che è ancora ‘moralmente’ accettato ovunque, anche dove non lo è giuridicamente. Anche gli uomini che non commettono violenze le contemplano come se fosse il danno collaterale di una guerra invisibile, in cui nonostante tutto a perdere sono loro.

E’ un dato di fatto che della vulnerabilità della sessualità maschile non si può parlare, mentre è molto più rassicurante la rappresentazione classica che la vuole violenta, sprezzante o abbindolabile dalla prima bella donna che passa. Ma quanto corrisponde questa rappresentazione a quella che la maggior parte degli uomini riconosce come sua interiorità? Perché gli uomini non sentono la necessità di altri modelli e di un altro linguaggio che parli di loro? Perché non parlano tra di loro, ma sempre di qualcosa che sta fuori di loro ?

Le donne vivono da quando nascono la prospettiva e la pratica familiare o sociale del controllo della loro sessualità, tanto è vero che non vengono punite per quello che fanno, ma per quello che sono. Violenze e vergogna come normalità di vita, con le consegne del silenzio come garanzia di successo. La violenza maschile è un vero sistema mafioso, il più antico.
Generazioni di donne, di vite segnate e di silenzi che, come unica possibilità di sopravvivenza nelle proprie famiglie, hanno giustificato e tramandato altre violenze e altri silenzi. Forse aiuta a capire perché l’altra faccia della solidarietà tra donne non può essere l’indifferenza.

Ancora oggi il problema per tante donne non è affatto la convinzione di essere inferiori agli uomini quanto l’aver assimilato l’idea che la propria libertà possa danneggiare qualcuno, e quindi la necessità alla fine di essere sempre rassicuranti nei confronti degli uomini, di rinunciare alla proprie ambizioni e alla propria forza. Questo accade in politica, sul lavoro come nei rapporti personali. La dimostrazione è quanto ancora sia largamente condiviso che sono le donne a fare paura agli uomini, anche se ad ammazzare sono gli uomini, come se la virilità e l’aggressività dovesse rimanere solo una categoria maschile.

Alle donne si addice solo il materno. Certo non esiste un ruolo più glorificato di questo, dove le aspettative di riuscita, altissime, sono pagate con la cancellazione delle prerogative della persona. La maternità è ancora oggi l’unica forma di influenza politica che viene loro concessa, un potere illimitato che viene continuamente rappresentato come assoluto e non condivisibile. E di fatto escludente del maschile. Ma è ancora solo questo che vogliono le donne?

Affrontare l’incognita della relazione tra i sessi sembra ancora l’unica strada "per marcare lo spazio e la distanza tra la storia di ogni uomo e le rappresentazioni di genere, le istituzioni e le strategie di potere maschili, per rendere possibile un cambiamento e una rottura di complicità" (MaschilePlurale).

Ultima modifica il Martedì, 22 Settembre 2009 11:22
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