UN PIANO REGIONALE CONTRO LA VIOLENZA SESSISTA E OMOFOBA, PER UNA NUOVA SCALA DI VALORI

di Maria Grazia Campari e Lea Melandri

Abbiamo deciso di avanzare una proposta in prospettiva delle elezioni regionali fissate per il mese di marzo del prossimo anno, oltre che sulla scorta delle recenti manifestazioni contro la violenza sessista.
L’iniziativa di proporre alla Regione Lombardia -dove abitiamo- un piano contro la violenza sessista si ricollega, però principalmente, ad un disegno di presa di parola femminista nello spazio pubblico, che occupa da qualche tempo le nostre riflessioni.

Nelle intenzioni, il disegno è quello di partecipazione critica e di svelamento rispetto ad  una democrazia comatosa che, in articulo mortis, manifesta più che mai quanto sia falso il presupposto del suo universalismo poiché, consapevolmente, ha da sempre estromesso le donne dalle decisioni essenziali della cittadinanza.
Prendiamo occasione dal rito residuo di una supposta partecipazione democratica, il momento elettorale, per lanciare in questa regione un confronto sul tema fondamentale della violenza sessista e omofoba, chiarendo che il giudizio nostro e di molte donne dipenderà dalla risposta istituzionale alla problematica complessa che mettiamo in campo. Chiarendo, inoltre, che la scadenza è solo l’occasione per dare visibilità all’inizio di una campagna destinata, nelle nostre intenzioni, a proseguire ed allargarsi in altre regioni e a livello nazionale.
Ci riferiamo, quindi, allo Statuto di autonomia della Regione Lombardia varato nel 2008 e al progetto di legge relativo ad un organismo di garanzia denominato “Consiglio per le pari opportunità” fra donne e uomini per sottolineare che tutte le dichiarate buone intenzioni rispetto ad una parità fra esseri umani diversamente sessuati, si scontrano con l’ostacolo grave e, fino ad oggi, non superato della violenza sessista e omofoba quotidianamente agita da molti uomini.
A fronte di ciò, nel nostro paese, mancano un piano organico di misure amministrative e una legge onnicomprensiva che preveda strumenti efficaci di intervento pubblico integrato e multidisciplinare destinato a conoscere e affrontare la complessa problematica nei suoi vari aspetti.
Il fenomeno è regolato solo dalla legge penale, quindi esaminato a posteriori unicamente nei suoi effetti, come comportamento criminale.
La nostra idea è che alle (necessarie) manifestazioni di protesta delle femministe si debba affiancare una presa in carico responsabile del fenomeno, promuovendo  nelle varie regioni – da tempo dotate di autonome possibilità di intervento e regolamentazione anche legislativa in svariati settori – una campagna che si agganci agli statuti regionali e alle proclamazioni paritarie contenute per rivendicare, attraverso svariate iniziative possibilmente coordinate, atti concreti di sensibilizzazione e prevenzione della violenza. Si tratta della introduzione di una nuova scala di valori che dovrebbe articolarsi attraverso un lavoro multiculturale di istruzione e formazione e prevedere l’intervento integrato anche di associazioni portatrici di specifica esperienza e competenza sul campo.
Le nostre proposte per un piano regionale lombardo sono una prima bozza, destinata ad essere discussa e forse emendata attraverso il confronto con altre donne e associazioni femministe interessate.
Vogliamo sottolineare ancora una volta che la violenza sessuale è considerata un’emergenza anche a livello europeo, tanto che il Parlamento ha stabilito con decisione n. 803/2004/CE, che “la violenza fisica, sessuale e psicologica contro i bambini e le donne, ivi comprese le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata, lede il loro diritto alla vita, alla sicurezza, alla dignità, all’integrità fisica ed emotiva e costituisce una minaccia grave per la salute fisica e psichica delle vittime”. Inoltre, gli effetti di tali atti costituiscono “un’autentica minaccia per la salute e un ostacolo al godimento del diritto a una cittadinanza sicura, libera e giusta”
Anche il Consiglio di Europa ha varato una raccomandazione (5/02) in cui sottolinea che “la violenza maschile contro le donne è il maggior problema strutturale della società che si basa sulla ineguale distribuzione di potere nelle relazioni tra uomo e donna”
La Commissione europea, nella conferenza del 31 gennaio 2009, ha ribadito la necessità di individuare percorsi utili “per eliminare tempestivamente ruoli tradizionali e stereotipi legati al genere, in particolare nei settori della educazione, formazione, cultura”, anche  sostenendo “la partecipazione delle donne all’economia e ai processi decisionali in materia politica”.
L’Unione europea manifesta, quindi, orientamenti tesi ad affrontare  il cuore del problema: la violenza sessista quale manifestazione di abuso derivante da situazioni di  svantaggio sociale e politico a sfavore delle donne.
Essa enuncia anche le coordinate di un percorso promozionale di opportunità e diritti, quale risposta complessa e coinvolgente i pubblici poteri per l’avvio a soluzione di un problema complesso, non fosse altro che a causa del suo orribile e persistente radicamento nel tessuto sociale.
E’ il monopolio maschile nelle situazioni di privilegio che va contrastato se si vuole abbattere il livello della violenza sessista.
In particolare, nel nostro paese non ci si deve stancare di ripetere  che è la famiglia della tradizione religiosa cristiano-cattolica il luogo privilegiato ove si origina e si coltiva la svalutazione umana e la violenza sessista contro le donne. Che di lì si propaga a livello di gruppo sociale, di Regione e di Stato. Un ordine discorsivo e politico-sociale che, attraverso un uso retrogado della cultura e della religione, nega l’autogoverno laico della vita e della morte, avvolgendo soprattutto le donne in una rete stretta intessuta di nodi autoritari.
Contro questa logica occorre attrezzarsi con un movimento culturale e politico antagonista, che ipotizzi interventi a tutto campo mirati al cambiamento, come suol dirsi, dalla culla alla tomba.
Nella nostra proposta facciamo riferimento alla Spagna che ha varato, con serietà ed efficacia, la “Legge organica sulle misure di protezione contro la violenza di genere” (n.1/2004) che riconosce la violenza - anche quando abbia luogo fra le mura domestiche - come problema sociale di cui i poteri pubblici devono farsi carico per prevenire e porre rimedio attraverso sistemi adeguati, non limitandosi ad inasprire le pene.
In questa ottica è stato predisposto un intervento integrato e multidisciplinare che deriva dal fatto di considerare quale origine delle violenza sessista la discriminazione della donna nella società, ciò che consente l’adozione di trattamenti differenziati per sesso.
Questa è l’ottica che intendiamo perseguire e proporre ad altre donne, comprese quelle che ricoprono ruoli istituzionali, chiedendo gesti di autonomia dalla politica maschile e di vincolo rispetto alle istanze della base. Siamo infatti convinte che pensieri e pratiche elaborate attraverso una dialettica discorsiva attenta alle ragioni dell’altra, siano un primo indispensabile passo per uscire da una democrazia parziale e asfittica, per modificarne i connotati attraverso una partecipazione critica, distruttiva della attuale deriva oligarchica, ormai semidittatoriale. Non dobbiamo regalare a nessun aspirante menestrello della vox populi la regolamentazione delle nostre esistenze.
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Ultima modifica il Martedì, 22 Dicembre 2009 14:24
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