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NON SOLO ADRIANA. IMMAGINI DI DONNE A BORDO RING

di Daniela Pastor
"Adriaaaaaaaana" gridava Rocky, l’occhio chiuso e il volto tumefatto.
"Non ce l’avrei mai fatta senza di te, Adriana" le dice trent’anni dopo, finito l’ultimo incontro e deposti i fiori sulla tomba di lei.
Forse è questa la figura più tradizionale e rassicurante di donna che immaginiamo accanto ad un pugile. Magari più sensuale di Talia Shire-Balboa e con le curve e il sorriso di  Renée Zellweger  di Cinderella man, ma come  riposo del guerriero, compagna dolce e forte, che nasconde lacrime e ansia  prima che lui salga sul ring, pronta a stringerlo fra le braccia  e curargli le ferite al rientro a casa.

In fondo, mi chiedo, non è questo pure il sogno di ogni uomo? Ritrovare nella propria compagna anche il grembo materno, nella fusione, nell’abbandono fiducioso, e nello stesso tempo sapere di non annullarsi in lei, perché ha modo di uscirne, di camminare per il mondo, di affrontare le sue battaglie?

Credo che proprio i film e la letteratura di generi più “maschili”, western e guerra, mostrino con maggiore evidenza questo stereotipo femminile. I pistoleri nei duelli  al sole e nei  mezzogiorno di fuoco hanno bisogno di essere amati dalle Grace Kelly e dalle Jennifer Jones, che gli guardano le spalle e gli stringono la mano prima di morire; nei film bellici sui due conflitti mondiali le donne o non compaiono, o sono cammei, negli intervalli di morte, come crocerossine, soldatesse, vedove, spose e amanti, che il protagonista incontra nei Paesi occupati, dove sostengono il fronte interno, nascondono la  fame, la  paura, la solitudine, e si annullano nell’amore per lui.

Ai reduci del Vietnam, invece, è  impossibile comunicare che cosa sia l’Apocalypse now, lenire gli incubi nel letto delle mogli, delle fidanzate o delle ragazze di Saigon, e toccherà alle Jane Fonda (Tornando a casa, di Hal Ashby), alle Angelica Houston (Giardini di pietra, di F. Ford Coppola) cercare, spesso invano, di ricostruire corpi, parole, vite lontane.

Le compagne dei pugili mi ricordano un pò queste donne di guerra e di western, sia che attendano a casa, incollate alla radio o alla televisione, o si rifugino in chiesa durante l’incontro, come la Mae di James Braddock Cinderella, sia che entrino anch’esse nel campo di battaglia, ma nel  bordoring, come dall’ombra dei saloon, delle case, dei  portici davanti allo spaccio, le signore del West tremavano prima che si estraessero le pistole.

Pochi giorni prima del  Natale 2008, nell’incontro al Palalido di Milano per il titolo europeo dei pesi massimi, fra “i secondi” di Paolo Vidoz che  lo incoraggiavano,  il suo manager che gli gridava “Tira fuori gli attributiNon sei stanco, non puoi essere stancoHai famiglia, hai tre figli …(i tre bambini armeni adottati), si udiva la voce della moglie Monica: - Statti coperto -  simile a quel “ Su le mani Giacò, su bene le mani” che ripete come un’invocazione  al marito durante i combattimenti, Morena Fragomeni, moglie del campione del mondo dei pesi massimi leggeri.

Non è una storia lontana che si ripete? Non ritorna in  queste due donne l’Andromaca dell’Iliade che  pregava il marito Ettore di occuparsi solo della difesa della città?

Quando penso a loro, però, rivedo anche uomini sfiniti, brancolanti, al tappeto, e la disperazione e la tenerezza di Giovanna Jacopucci, la moglie di Angelo, morto per emorragia cerebrale dopo il suo match con l’inglese Alan Minter, nel 1978 - Quante volte mi sono rimproverata quel mercoledì di luglio, quando gli toccai i capelli e lui disse: “Lascia stare, mi dà fastidio la testa”. Fu l’ultima volta che lo vidi. Da morto gli era rimasta la faccia pulita, solo un pò  di nero sotto gli occhi - … Lei, 24 anni, che quella notte lo aspettava in albergo con in mano il disco dell’ultimo singolo di Venditti,  quando le telefonarono per chiederle il consenso per operarlo. Lei, che più del maestro, dell’allenatore e del manager, aveva capito che Angelo non era più lui, che gli avevano tagliato le ali, che era strano, non volava più,  perché gli altri avevano voluto trasformarlo - farlo diventare un duro, uno spaccafacce, mentre lui sosteneva che se bisognava uccidere per vivere, non valeva la pena, e sul ring non umiliava gli avversari e dava nel modo giusto.

Ogni volta che leggo quest’articolo scritto da un’altra donna, la giornalista Emanuela Audisio (“I lividi del coraggio” ne “Il ventre di Maradona”, Mondatori, 2006) provo una commozione  fortissima, come se ascoltassi l’Hymne à l’amour,  che Edith Piaf cantò per Marcel Cerdan, morto il giorno prima, il 27 ottobre 1949, nel disastro aereo alle Azzorre.

E poi penso a noi tutte, al di là della boxe, madri, figlie, sorelle, compagne, a quante volte per chi ci è caro vorremmo essere un pò come la Madonna di Piero della Francesca, al centro del Polittico della Misericordia, molto alta, con le braccia spalancate, avvolta in un manto presso cui si rifugiano le persone che appaiono  piccole al suo cospetto, ma sicure, tranquille…e invece, finiamo spesso per ripiegarci sul dolore, come la Vergine della Pietà di Michelangelo. E’ un sentire comune, però, questo, agli uomini e alle donne, perché a tutti, nella vita, capita prima o poi, di confrontarci con l’impotenza di salvare chi amiamo dal proprio destino.

Confesso che mi è difficile staccarmi da figure come  Mae Braddock,  Adriana Balboa,  Edith Piaf,  Giovanna Jacopucci, donne vere e di finzione, ma che ho accostato perché rappresentano la tipologia di compagne di pugili che comprendo di più, ma so perfettamente che esse non esauriscono  l’universo femminile che siede a bordo ring, come la donna trepida, materna e innamorata non è certo l’unico sogno dell’immaginario maschile.

Ma quella chi è?” chiede il Faust di Goethe a Mefistofele. “E’ Lilith” ”Chi?”La prima moglie di Adamo…Sta in guardia dai suoi bei capelli, da quello splendore che solo la veste. Fai  che abbia avvinto un giovane con quelli, e ce ne vuole prima che lo lasci.”

Dalla cabala ebraica e dai miti sumeri arriva l’immagine di questa donna che pare vivere solo di notte (il nome significa appunto”notturna”), immortale, perché fuggì dall’Eden prima della caduta: è bellissima, lunghi capelli rossi e ricci, solo con lo sguardo affascina gli uomini fino alla perdizione.

La Storia, il mito, la letteratura e poi il cinema si sono da sempre nutriti di questa figura, cui hanno dato nomi e corpi vari, che ritengo inutile citare, perché credo che nelle fantasie di ogni uomo ci sia un giardino segreto da dividere con la Lei ideale, un luogo simile a quello delle isole Fortunate,dove  Rinaldo della Gerusalemme Liberata  dimentico delle battaglie, si lasciava sedurre dalla maga Armida.

Ci sono Lilith a bordo ring? Forse un tempo… Forse Tiberio Mitri fu conquistato da una di esse, la miss Italia Fulvia Franco: “Le consegnò il suo cuore sperando che ne facesse buon uso. Sembrava una bella fiaba: il pugile più bravo d’Europa e la più bella del reame…ma  la principessa non si accontenta di ammirare il suo eroe, vuol farsi largo nel mondo, conoscerlo, accumulare esperienze e si dimentica spesso di quel cuore affidatoleMolti hanno raccontato la sua morte orribile e  la vita infelice, ma lui si era ammalato d’amore tanti anni fa e nessuna medicina aveva potuto guarirlo. E un pugile ammalato d’amore non può battersi.” Così scrive il compianto Giorgio Tosatti, in Tu chiamale, se vuoi, emozioni, Mondadori, 2005.

Sono una nuova versione di Lilith,  mi chiedo ancora, le cantanti e attrici del parterre d’onore al Madison Square Garden o a Las Vegas,  intervistate prima di match importanti e che le telecamere cercano nel buio, quando il pugile riprende fiato al suo angolo? Lo sono  le compagne di uomini di potere, in abiti scintillanti, scollati, illuminate da gioielli e make up, che a volte mi danno  l’impressione di partecipare a ciò che accade sul ring solo quando vengono inquadrate, o per compiacere chi hanno accanto? Sospetto che  Lilith sia lontana: lei sfilava da sola, consapevole del potere che esercitava anche con un solo sguardo su un uomo, e sceglieva… Qui mi sembra tutto più variegato: il desiderio dell’uomo importante di  esibire anche una bella donna, che oggi, più che il campione sportivo (e comunque un calciatore o un eroe delle moto o della formula 1,  più che un pugile) potrebbe essere attratta dalla visibilità, dall’apparire, dal far parlare di sé anche se a margine dell’evento.

Non vorrei apparire troppo dura con loro, anche perché io non ho risposte sicure a queste domande: non so, per esempio,  che cosa avrebbe scritto Fulvia Franco in una sua autobiografia, io conosco la storia solo dalla parte di lui (Tiberio Mitri, La botta in testa, Limina, 2006); non so quanto ci siamo lasciate sedurre dal sogno maschile su di noi, quanto lo abbiamo fatto nostro, quanto non ci sentiamo noi stesse un pò Madonne della misericordia, un pò Lilith, un pò  muse ispiratrici: è, quest’ultima, l’immagine che ci suggeriscono quelle che chiamo “le violiniste di Sauerland”, (noto promoter tedesco di boxe),  il quartetto di  eteree fanciulle  che esegue gli inni nazionali prima degli incontri di boxe trasmessi sui canali televisivi tedeschi il sabato sera? Una donna angelo, quindi,  legata alla Patria, alla bandiera?

Fra i 48 passeggeri di quel volo precipitato  alle Azzorre c’era  una  violinista, Ginette Neveu: chissà se in Cielo parla anche di questo con Marcel Cerdan?

 


 

Ultima modifica il Martedì, 08 Settembre 2009 06:20
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