DONNE E TERRA

di Floriana Lipparini

Transition town, “città di transizione”. In Italia la prima è stata Monteveglio, vicino a Bologna. Ma tante ce ne sono già in Europa, negli Usa, in Giappone, in Canada, in Australia. Decine di famiglie condividono orti e terrazzi, si uniscono in gruppi di acquisto, installano pannelli solari o impianti fotovoltaici, non buttano via gli oggetti ma li scambiano al mercatino del riuso.
Dragonfly invece è il nome di una “casa-libellula” in quel di New York, un maxi-condominio progettato dall’architetto belga Vincent Callebaut con funzioni ibride di fattoria, ufficio e abitazione, autosufficiente energeticamente. Fra un piano e l’altro ci sono spazi da coltivare a orto.
Jardins ouvriers a Parigi, “piazze vegetali” a Mosca, community gardens a New York. A Roma c’è “Oltrecittà”, gruppi di giovani che si muovono “in una dimensione post-urbana” e hanno lanciato una campagna “per la salvaguardia, l’accessibilità e l’uso condiviso, colturale e culturale dell’Agro Romano”. Di recente hanno organizzato la prima giornata dedicata al progetto “Agroculture nomadi”, chiamando a raccolta “la cittadinanza creativa e desiderosa di una città diversa, gli abitanti dei quartieri vicini per conoscere e riattivare il proprio territorio; artisti, attori, ballerini, musicisti e performer di ogni natura a realizzare piccoli interventi per interpretare i luoghi lungo il percorso tra casali e campi incolti; scrittori, registi, fotografi, giornalisti a documentare la giornata”.

C’è chi parla di guerrilla gardening e chi di agricoltura metropolitana a chilometri zero, la “filiera corta” delle coltivazioni in loco che non consumano petrolio,  ma molto semplicemente si tratta di progetti ed esperienze che mostrano un’esigenza radicale di trasformazione del mondo e dei modelli di vita a partire dal basso e da scelte concrete e immediate, “qui e ora”.
Personalmente, credo che questo fermento di creatività capace di tenere insieme il corpo e la mente, l’individuale e il collettivo, interroghi a fondo il femminile. Difatti, se cerco di portare alla luce i miei desideri profondi rispetto all’agire politico femminile, il pensiero corre alla costruzione di un’utopia concreta che parta dal presente e possa cambiare il futuro, senza dimenticare il recupero di alcuni sentieri perduti del passato, perché ritenuti improduttivi o eretici. Parlo, per fare qualche esempio, del mutualismo ottocentesco, o delle comunità di convivenza e reciproco appoggio, che già nel Medioevo furono perseguitate in quanto diverse sia dalle famiglie sia dagli ordini religiosi. Oggi realtà analoghe si ripresentano in nuove forme, dai progetti di cohousing ai “villaggi solidali”.

A questo punto, non è la messianica attesa di improbabili palingenesi a interessarmi, ma la concretezza di proposte trasformatrici, di ipotesi alternative di società, di nuovi modelli di esistenza individuale e collettiva, luoghi dove sperimentare il superamento delle dicotomie e un nuovo patto fra i sessi. In poche parole, eco-progettualità che porti anche il segno del femminile.
In parte si tratta di riprendere un discorso interrotto, perché la stagione dell’ecofemminismo in Italia e nel mondo fu ricca e promettente, prima di inabissarsi come tante altre possibili alternative nel venefico magma omologatore degli ultimi vent’anni. Anche agli inizi del movimento dei Verdi italiani, prima che si trasformassero in un partito dalle alterne e non brillanti vicende, si era creata una specificità femminile incarnata da un gruppo di donne interessate ad aprire nuove strade, nuovi linguaggi e nuovi modi di concettualizzare i cambiamenti di paradigma, non più neutri come le ideologie vincenti pure nella sinistra, ma sessuati.

Purtroppo – e lo dico con dispiacere personale perché a quella prima stagione per un certo tratto partecipai anch’io – abbastanza presto prevalsero in quel movimento classiche logiche di partito, cancellando l’originalità di un’esperienza potenzialmente innovatrice.
Ma ora la necessità di una visione del mondo alternativa a quella dominante s’impone con sempre più drammatica evidenza. Esattamente come il conflitto fra i sessi, la questione ecologica rovescia ogni punto di vista acquisito, attraversa ogni aspetto della costruzione sociale e ne è la cartina di tornasole. Il pensiero femminista e il pensiero ecologista svelano la parzialità e l’insufficienza del concetto di democrazia quale finora si è inteso, cieco nei confronti di nuove responsabilità sia rispetto alle differenze di genere sia rispetto agli equilibri planetari.
Come dice la scienziata e filosofa indiana Vandana Shiva, nell’introduzione al suo libro Il bene comune della Terra, “la globalizzazione imposta dalle multinazionali concepisce il pianeta in termini di proprietà privata. Al contrario, i nuovi movimenti difendono le risorse locali e globali del territorio perché lo intendono come bene comune.

Le comunità che insorgono in ogni continente per contrastare la distruzione delle loro diversità biologiche e culturali, dei loro mezzi di sostentamento e delle loro stesse vite costituiscono l'alternativa democratica alla trasformazione del mondo in un gigantesco supermercato, in cui beni e servizi prodotti con costi ecologici, economici e sociali estremamente alti vengono rivenduti a prezzi stracciati”. E spiega che “opponendosi a questa globalizzazione liberista e suicida che inquina il pianeta, dilapida ogni risorsa e impone la dislocazione forzata di milioni di contadini, lavoratori e artigiani, le comunità si impegnano a sviluppare economie alternative che proteggono la vita e promuovono la creatività individuale. La globalizzazione economica si configura come una nuova forma di enclosure of the commons, la recinzione delle terre comuni britanniche, come una privatizzazione imposta attraverso atti di violenza e dislocazioni forzate. Anziché generare abbondanza, questa privatizzazione subordinata al profitto produce nuove esclusioni, nuove espulsioni e maggiore povertà. Non solo, ma trasformando in merce ogni risorsa e forma di vita, essa depriva anche i popoli e le specie viventi dei loro fondamentali diritti in termini di spazio ecologico, culturale, economico e politico”.

Una spietata, incontrovertibile analisi di quella trama universale e inglobatrice, caratteristica dell’attuale fase storica, che si può definire biopotere. Secondo Shiva, sono soprattutto le donne a essere capaci di invertire il trend negativo che minaccia il pianeta, perché “sanno come produrre più cibo usando meno risorse; sanno mostrare il valore della diversità, della multifunzionalità, del pluralismo, della cooperazione invece che della competizione”.

Doti che l’ideologia neoliberista vorrebbe ora usare anche nei luoghi di lavoro per sfruttare meglio le donne quali “risorse umane”, integrandole totalmente in questo modello di sviluppo. Ecco perché è urgente riflettere su nuovi modi di abitare la Terra, sulle possibili alternative e sulle altre vie da percorrere.


Ultima modifica il Martedì, 01 Dicembre 2009 10:51
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