Da Genova alle rivolte del Mediterraneo: repressione e lotte sociali. Intervista a Elettra Deiana

Gianni De Domenico e Monica Pepe, Zeroviolenzadonne
21 luglio 2013

Gianni De Gennaro è stato recentemente eletto Presidente di Finmeccanica. Per i fatti di Genova l'ex Capo della Polizia è stato assolto anche se ritenuto responsabile moralmente. Cosa significa la nomina di un supersbirro a Presidente di Finmeccanica, ultimo colosso pubblico con 3 miliardi di perdita negli ultimi due esercizi di bilancio?
Significa che le cose in Italia non cambiano mai  o fanno davvero troppa fatica a trovare la strada per cambiare almeno un po'. L'intreccio tra poteri di diversa natura, burocrazie dello Stato, partiti, costituisce un invalicabile blocco di perpetuazione del malcostume, del privilegio, della corruzione.

La storia di Finmeccanica rappresenta plasticamente tutto questo. Finmeccanica ha un grande numero di dipendenti e attraversa una grave crisi  per fatti di corruzione che hanno portato nel febbraio scorso all’arresto dell’amministratore delegato Giuseppe Orsi. Questo La prima osservazione da fare riguarda le inesistenti competenze in materia. E’ un poliziotto di storia, legato per pesanti responsabilità ai fatti di Genova, condannato in Appello e assolto in Cassazione, un funzionario di corpo più che servitore  della Repubblica . Fedele al potere costituito, al di là di come il potere si muova ex Costituzione. 

Lo conosciamo bene  da questo lato. Durante il governo Monti è stato sottosegretario con delega ai Servizi ed è noto che ha rapporti di alto livello con l’FBI. Quest’ultimo aspetto spiega forse molte cose, rispetto a Finmeccanica. Vendola ha detto con nettezza che la sua nomina a presidente di Finmeccanica è un’offesa al buon senso. Vox in deserto, ma qualche critica si è levata qua e là. Basso, per esempio, esponente del Pd, ha ricordato al governo l’impegno a imprimere una svolta nelle nomine, cercando di garantire trasparenza e chiarezza nella definizione dei criteri di nomina.  Cose che proprio non ci sono in questa nomina. C’è invece da sottolineare l’interpretazione benevola della legge Frattini sul conflitto di interesse, che vieta per un anno incarichi in società a chi abbia operato in settori connessi con la carica ricoperta. Finmeccanica vende armi e tecnologie militari a Paesi stranieri. La cosa non riguarda i Servizi? La scelta chiama in causa soprattutto i rapporti con Washington e col complesso business delle armi tra l’Italia e gli Usa.

Cosa ci dicono le sentenze sui fatti di Genova, compresa l’ultima alle Forze dell’Ordine su Bolzaneto? Alcuni manifestanti sono stati condannati a 10 anni di carcere per aver rotto una vetrina o rubato cibo in un supermercato. E’ ancora possibile fare militanza politica in questo Paese, mentre aumentano corruzione e povertà? E dove è finito il conflitto sociale?
E’ stata una pagina dolorosa e inquietante della storia nazionale, che ha messo in luce i deficit strutturali dello stato di  diritto nel nostro Paese, e, per l’ennesima volta, con evidenza ha mostrato quanto negativamente conti quel sodalizio tra poteri, apparati dello Stato, partiti. E’ da quel sodalizio che ha preso forza la pratica del nascondimento delle gravissime responsabilità politiche dei fatti nonché la sostanziale assoluzione dei vertici della polizia per la forsennata gestione dell’ordine pubblico. Da Stato di polizia, da negazione dei diritti umani, da vergogna nazionale di fronte al mondo. Le  responsabilità dei vertici della polizia come è noto non sono state soltanto quelle  relative alla gestione  dell’ordine pubblico in quei giorni, con la morte del ragazzo Giuliani e la violentissima repressione nelle piazze e alla Diaz, per concludersi con la vergogna di Bolzaneto.

C’è stata una vera e propria strategia del depistaggio, con prove false,  testimonianze costruite ad hoc e via in questo modo. Genova 2001 è stata davvero uno spartiacque negativo nella storia dei nuovi movimenti, nel rapporto tra Stato e nuove generazioni. La repressione ha lasciato il segno, una generazione di ragazze e ragazzi è andata bruciata. La pavida politica dei partiti, compresa gran parte della sinistra, e la latitanza delle  istituzioni hanno fatto il resto.

Guardiamo in televisione le rivolte sociali degli altri Paesi del Mediterraneo. Cosa impedisce a queste rivolte di seguire uno sviluppo lineare e progressivo?
Da Seattle in poi il movimento “no global” ha occupato le piazze del mondo con centinaia di migliaia di persone contro la globalizzazione dei mercati che montava. E’ stato l’ultimo blocco sociale così vasto nelle forme e nelle identità. Quali sono le ragioni più profonde?
Nelle rivolte di oggi si leggono fenomeni diversi e complessi che hanno a che vedere con la globalizzazione, il tam tam virale dei social network, la crisi economico-sociale che ruba il futuro,  la voglia di libertà che si manifesta in forme nuove, di prendere parola, farsi sentire. Guy Standing, nel suo libro “Precari”, parla della nascita di un nuovo gruppo sociale di dimensioni mondiali, una vera e propria classe globale in divenire. Moltitudini. Non a caso i protagonisti delle rivolte sono per lo più giovani, ragazze e ragazzi che non si fermano di fronte alla repressione, come abbiamo visto anche ultimamente a Istanbul, per la difesa di Gezi Park  o di nuovo al Cairo, a piazza Tahrir,  contro il corso autoritario che Morsi aveva impresso al nuovo regime.

Ci sono tratti comuni in queste rivolte, a parte l’età di chi vi partecipa: un sentimento di indignazione contro il potere che non dà risposta ai problemi materiali della società e la spinta a ritrovare uno spazio condiviso per mettere in scena sentimenti, proteste, proposte, sogni. Piazza Tahrir, Zuccotti park, Taksim, tutte le esperienze di mobilitazione di questa stagione che viviamo hanno dimostrato il grande potere degli spazi pubblici come luogo per rappresentare la posta in gioco. Un potere aggregativo e culturale – insieme materiale e simbolico – che i social network  - strumento essenziale per capire che cosa accada e come accada -  non possiedono e che i giovani scoprono e costruiscono come pratica innovativa della politica. Antica come il mondo e contemporanea, modernissima. Poi c’è l’altro tratto comune di questi movimenti: il dover ricominciare sempre daccapo.

Questo è legato alla caduta verticale della politica come convincente riferimento a forze organizzate, in grado di offrire risposte, di farsi carico dei problemi, di condividere percorsi con chi si mobilita. Ed è legato, questo tratto, ai processi di deideologizzazione  che ne sono conseguiti,  alla natura non partitica dei movimenti, alla difficoltà di misurarsi col problema del “che fare”, oltre l’occasione specifica della mobilitazione oppure oltre la messa in scena di una critica verso questo o quell’aspetto della globalizzazione. Le cause della  non linearità stanno qui. Qui sta una contraddizione di fondo:  la forza che esprimono – non riducibile alle asfittiche strategie di potere dei partiti  - ma anche la debolezza di questi movimenti. E tuttavia si tratta di esperienze che lasciano il segno. Non solo nella rete.

Genova e le Torri Gemelle: nel 2001 abbiamo avuto due fatti che hanno colpito l'immaginario delle persone e hanno avuto ripercussioni sulla vita di centinaia di migliaia persone. Quale relazione politica hanno questi due episodi?
Sono entrambe queste  vicende - sia pure nelle grandi differenze di contesto, dinamica, portata, impatto – la manifestazione di quei radicali processi di globalizzazione economica finanziaria e di concentrazione dei poteri,  che hanno ridisegnato e continuano a ridisegnare il mondo. E delle contraddizioni spesso dirompenti che li accompagnano, dei conflitti feroci che alimentano – nelle forme oscure e inquietanti del terrorismo islamista che abbatte le Torri Gemelle  e nella incongrua scelta di guerra che Bush operò, in nome di un Nuovo Ordine Mondiale americano che proprio la globalizzazione, con l’emersione di nuove potenze, avrebbe rapidamente messo sotto scacco. A dodici anni dalle Torri, da quello sconvolgente spettacolo che entrò nell’immaginario collettivo come una lama, la fase che vive la potenza statunitense porta il segno del declino.

Bisogna guardare anche alla fitta  trama di nuovi agenti del cambiamento che da là, dal coacervo delle contraddizioni  che questa contemporaneità produce, provano a farsi soggetto battendo strade completamente nuove. Movimenti dai tratti inediti e irriverenti, che non amano la rappresentanza e si inventano le forme di partecipazione democratica, che  subiscono sconfitte ma lasciano tracce che altri ripercorrono, perché i guasti della globalizzazione sono enormi sul piano sociale, della democrazia, del futuro e l’ansia di non lasciar correre sta nelle cose. E uniscono mondi fino a ieri lontani. Soprattutto di strati giovanili, come sempre, ma non solo. Moltitudini, come le chiama Toni Negri, augurandosi che dal livello della dichiarazione di intenti - critica, indignazione, sfida – si passi alla costituzione.

Un’intera generazione  politica subì la repressione e lo scacco di Genova. Il lato più preoccupante – ma anche estremamente emblematico – è che la politica per lo più non volle vedere e non volle capire. E tacque. Quando parliamo di crisi della politica, per quello che riguarda l’Italia, dentro c’è anche questo.

Ultima modifica il Venerdì, 26 Luglio 2013 17:28
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