Genova è dentro di noi

di Graziella Mascia, Zeroviolenzadonne
12 giugno 2012

Ho firmato con grande partecipazione l’appello per difendere i/le dieci imputati/e per i fatti del G8 di Genova 2001. Non solo perché considero il reato di devastazione e saccheggio un vecchio residuo del fascismo. Ma perché è stato chiaro da subito, dieci anni fa, che i/le dieci erano stati scelti come capri espiatori di una vicenda, quella del movimento no-global, che voleva essere chiusa anche in modo simbolico.

La tesi, già allora, è stata quella di sostenere che le violenze di piazza da parte delle forze dell’ordine, come il massacro alla scuola Diaz, erano state obbligate dal pericolo rappresentato da poche migliaia di facinorosi. Da subito si è provato a dire che potevano esserci stati errori nella gestione dell’ordine pubblico, ma che gli errori sono umani, e che i veri colpevoli di tutto erano i cattivi che hanno messo a soqquadro Genova. I/le dieci imputati/e rappresentavano i “cattivi”, che si sperava di poter separare dai “buoni”.

Si, perché, anche se per coloro che stavano a Genova è stato più facile ragionare sui fatti e sulla scelta premeditata delle forze di polizia di voler saldare i conti con un movimento che stava diventando troppo ingombrante nel mondo, c’era anche un’opinione pubblica molto turbata dalle riprese televisiva che mostravano ragazze e ragazzi colpiti dai manganelli senza nessuna ragione, e c’erano giornalisti che chiedevano conto di tali comportamenti.

Si è perciò, immediatamente, resa evidente la necessità di passare alla fase “B”, cioè al tentativo di trovare giustificazioni, colpevolizzando almeno un pezzo di movimento, tant’è che si sono immediatamente prodotte false prove da esibire subito dopo il massacro alla Diaz. Cose gravissime, inaudite per chiunque abbia un minimo di coscienza democratica. Gli arresti e l’accusa di devastazione e saccheggio stava dentro quel quadro: provare a dividere almeno l’opinione pubblica, se non il movimento. Allora non ce l’hanno fatta, ma poi tutto questo ha lasciato un segno. Basti pensare al fatto che neppure con un governo di centro sinistra, nel 2006, si è riusciti a istituire una Commissione di inchiesta parlamentare sui fatti del G8.

Era nel programma della maggioranza, esplicitamente nessuno si opponeva, ma alla fine, chissà perché, in commissione è mancato un voto. Così, dal punto di vista della ricostruzione dettagliata di fatti e responsabilità ognuno rimane con le proprie verità, ma intanto i processi sono andati avanti. Non avendo segni di riconoscimento numerico su caschi e divise (quasi unici in Europa), è stato difficile incriminare i singoli responsabili delle violenze di piazza, di Bolzaneto e della Diaz. E le responsabilità più alte sono state coperte e difese da apparati e governi.

La nomina del prefetto De Gennaro a sottosegretario con l'incarico di Autorità delegata all'intelligence è solo l’ultima vergogna di dieci anni di connivenze e impunità, di carriere mai interrotte o messe in discussione, e di nessuna collaborazione di chi porta la divisa con la magistratura genovese. Una nomina che viene da un governo non eletto, ma che si regge con una larghissima maggioranza trasversale in Parlamento. Anche da questo punto di vista sembra un messaggio chiaro, per dire che la faccenda è chiusa, che, indipendentemente da tutto, il sistema ha retto e ha fatto le sue scelte.

A maggior ragione, allora, bisogna dire, raccontare. Bisogna dire chi sono le dieci vittime sacrificali su cui si deve pronunciare la Cassazione, bisogna raccontare che le violenze poliziesche del G8 di Genova 2001 hanno fatto il giro del mondo, suscitando indignazione da più parti e forti interrogativi sulla credibilità del sistema democratico italiano. E bisogna, soprattutto, ricordare le ragioni per cui si batteva quel movimento mondiale, che sono le ragioni per cui bisognerebbe dire che questo nostro Paese e questa Europa non ci piacciono. Quel movimento ha mosso le coscienze di milioni di persone, e molte di esse hanno attraversato i continenti per conoscersi e confrontarsi, per valutare insieme un sistema economico occidentale non solo ingiusto, ma anche fallimentare.

Ci siamo battuti contro le lobbies finanziarie che dettano legge alla politica, abbiamo denunciato il potere illegittimo riconosciuto a enti tecnocratici come il WTO, il FMI, la BCE. Abbiamo avanzato proposte alternative per un modello di sviluppo altro e per nuove forme di democrazia politica. Abbiamo lottato contro la guerra e per un mondo di pace. Se guardiamo la realtà dell’oggi, alla crisi finanziaria dell’occidente e ai prezzi che stiamo pagando, possiamo dire “avevamo ragione”, ma abbiamo perso. Ma nelle storie così importanti i conti si tirano alla fine, ammesso che esista una fine.

Abbiamo perso se penso che banche e banchieri decidono su tutto in Italia e in Europa. Abbiamo perso perchè la precarietà ha invaso la vita di tutti e tutte, e non solo dei giovani di cui parlavamo allora. Abbiamo perso, perché le guerre nel mondo si combattono ancora. Ma abbiamo lasciato un segno nella testa di milioni di persone; rimangono movimenti e reti sociali che hanno raccolto i residui di quei pensieri e hanno ricominciato dal basso a costruire esperienze dirette e riflessioni collettive, e ha certamente perso la strategia della guerra preventiva. Poi ci sono state le primavere arabe, gli Indignados, Occupy Wall Street.

Così va la storia, sempre. Bisogna provare e riprovare. E non smettere mai di pensare, scrivere, confrontarsi e manifestare. Il movimento di Genova è stato un movimento mondiale, perciò mai finito. E’ la storia di tanti ragazzi che hanno voluto provare. I/le dieci imputati/e che aspettano il giudizio della Cassazione erano con noi, ed erano parte di una cosa grande ed importante. Non è giusto che paghino con l’accusa di un reato che andrebbe abolito, e perché qualcuno ha deciso, anche con il loro arresto, che bisognava fermarci.
Ultima modifica il Sabato, 16 Giugno 2012 09:08
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