Genova 2001: uno straordinario fallimento

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di Fabrizio Crasso, Lipperatura
10 luglio 2012

A pochi giorni e ore dalla sentenza di quello che per anni gli attivisti di supporto legale hanno chiamato il "nostro processo", non è facile fare considerazioni. Non è facile perché la vita di una decina di persone potrebbe essere definitivamente rovinata. Non è facile perché la retorica è dietro l’angolo.
Del resto in questi 11 anni abbiamo detto, raccontato, fatto di tutto, senza suscitare la giusta attenzione.

Genova 2001 è stata uno straordinario fallimento, mi ripeto spesso.
Straordinario perché un movimento così vasto e orizzontale non lo vedevamo da anni e probabilmente non lo rivedremo tanto presto. Un movimento sicuramente contraddittorio, diverso, mutevole, eppure capace di organizzarsi come non mai.
Un fallimento perché lo stesso movimento non è stato capace di leggere la situazione e la trappola che stavano costruendo. Praga, Goterborg e soprattutto Napoli erano stati dei segnali chiari su cosa poteva attenderci.

L’entusiasmo, il calcolo politico, la solita improvvisazione probabilmente ci avevano reso abbastanza ottusi.
Mentre si lanciavano dichiarazioni di guerra dall’altra parte c’era un esercito composto da tutte le FDO che da mesi si stava preparando a farla questa guerra. E così è stato.

La cosa più triste è che di Genova 2001 rimangono soltanto i processi. La memoria, quell’ingranaggio collettivo che tanto abbiamo invocato, non si è mai messo in moto. Una memoria condivisa su quelle giornate, non c’è e difficilmente ci sarà. In fondo nessuno ha fatto i conti con i propri errori, e anche chi lo ha fatto, si guarda bene dall’esplicitarli.

Rimangono dunque i processi, ma se facessimo leva sui processi in questo paese, dovremmo raccontare che a Piazza Fontana non si sa chi è stato, anzi si sa ma ormai non è più processabile. Brescia, idem. Così come tutta la stagione delle stragi. Lo stesso rischia di accadere per Genova.

La soddisfazione per l’esito del processo Diaz è certamente comprensibile per le parti civili coinvolte, per tutti gli altri meno. Lo stesso vale anche per i restanti. Secondo i tribunali la macelleria Diaz ha come responsabili una serie di personaggi all’epoca a capo dei vari reparti di polizia. Mentre per i capi dei reparti mobile o celere è stata prescritta la violenza (le lesioni infiltte ai più di 70 feriti). Non sappiamo chi decise quella irruzione e tuttora non sappiamo il ruolo dell’allora capo della polizia, De Gennaro. Anzi no, secondo i tribunali, non ha avuto nessun ruolo né operativo né decisionale.

Sempre secondo i tribunali genovesi sappiamo che alla Bolzaneto ci furono degli eccessi, eppure i “colpevoli” hanno visto tutti i loro “reati” prescritti. Sì, non essendoci il reato di tortura in questo paese, tutto è stato molto più semplice. Intanto come per la Diaz, la “pena più alta” è di 3 anni e qualche mese.
Nessuno ha mai chiesto neanche spiegazioni sul ruolo e delle violenze degli altri reparti impiegati a Genova: dai Carabinieri (corso Torino e piazza Alimonda, dote) ai reparti celere della Guardia di Finanza passando per I Gom.

Questo in breve cosa resta dalle aule di tribunale o quantomeno cosa resterà di Genova 2001.
Per Bolzaneto, tanto quanto per la Diaz, non sapremo mai chi decise ed organizzò quella specie di lager o carcere stile Pinochet. Nessuno in questi 11 anni ha cercato responsabilità nella politica di allora, tra chi organizzò il G8, (a cavallo di 2 governi completamente diversi) o tra chi in quei giorni era fisicamente a Genova. Da Fini, il compagno Fini, che il sabato era nella centrale operativa.

Non si era capito ancora cosa fosse successo ma il vice di Berlusconi aveva le idee chiare. Nessuno ha mai chiesto conto a Castelli, allora ministro, che visitò il carcere di Bolzaneto dichiarando poi successivamente che non aveva visto niente di illegale. Anzi, funzionava tutto perfettamente. Nessuno ha mai chiesto conto ai vari Scajola o A Berlusconi che dichiarò che la Diaz era il covo dei terroristi Black Bloc.

La politica ha taciuto. Silenziosa e omertosa tanto quanto la polizia di stato. La politica ha avallato le varie promozioni all’interno della polizia negli 11 anni successivi, garantendo carriere e pensioni d’oro in caso di accusa. Molti di quei “violenti” sono tuttora in servizio. Qualcuno, forse, sarà allontanato. Eppure erano centinaia tra Diaz e Bolzaneto quelle che troppo spesso vengono chiamate in tono giustificatorio “mele marce”.

Non meritano commenti le parole arroganti di De Gennaro o le “scuse” di Manganelli. Non ne vale la pena. Fa male e ci si sente presi in giro. E’ l’esercizio del potere che si manifesta. Scuse non tardive ma vergognose di fronte a fatti acclarati da anni. Tutti sapevano. Tutti sapevamo. Manteniamo un po’ di dignità quantomeno noi che stiamo da quest’altra parte della barricata.

Ora Genova si chiuderà con l’ultima ed ennesima violenza: la sentenza di cassazione per i 10 che secondo l’accusa devastarono e saccheggiarono Genova. In 10, manco fossero gli X-Men. Le speranze sono poche, forse di quei 10 alcuni si salveranno, ripartendo dal processo di II grado. Uomini e donne costrette a subire il carcere preventivo, due gradi di giudizio, hanno ricominciato a vivere, qualcuno è rimasto politicamente attivo, nonostante questa enorme spade di damocle che incombe tuttora sulle loro teste.

Uomini e donne alle prese con un reato assurdo, l’art 419, retaggio di un passato infame come la repressione in quelle lontane giornate di luglio. Uomini e donne costrette a subite una vendetta di uno stato cattivo e rancoroso, in maniera bipartisan. Le voci di dissenso sono talmente timide che neanche riescono ad essere un rumore di fondo. Genova era ieri, ma è anche oggi, soprattutto oggi. La zona rossa non è un concetto diverso dalle zone di interesse strategico nazionale come i cantieri No Tav.

Eppure la Cassazione, in maniera involontaria, potrà ratificare nero su bianco quello che ormai molti di noi hanno già capito e realizzato: non toccate le proprietà. Una vetrina di una banca o di un supermercato, conta più del corpo o della dignità di una persona.
Questa è la vera lezione di Genova, 11 anni dopo.
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