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Riyadh: blogger condannato a 7 anni e 600 frustate

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Nena news
01 08 2013

La monarchia Saud vuole portare la democrazia a casa degli altri, in Siria, mentre prevede una condanna brutale contro un dissidente "reo" solo di aver manifestato il suo pensiero

di Sonia Grieco

Sette anni di prigione e seicento frustate. È la condanna "esemplare" comminata al blogger saudita Raif Badawi, riconosciuto colpevole di "crimini informatici" e "disobbedienza al padre".
In sostanza, sul suo sito Free Saudi Liberals e in un talk show televisivo, il blogger ha aperto un dibattito sul ruolo della religione nel regno, cui sono seguiti alcuni articoli critici nei confronti di figure di spicco dell'islam. Una discussione inaccettabile in un Paese conservatore e tradizionalista come l'Arabia Saudita, dove vige la sharia e la religione non può essere oggetto di contestazioni, tanto che è vietata la conversione dall'islam. Badawi era anche stato accusato di apostasia, reato che prevede la pena di morte, ma il giudice ha ritirato questo capo di imputazione.

La sentenza è stata emessa lunedì scorso da un tribunale di Gedda e ha suscitato sdegno e condanna nei gruppi e nelle associazioni per la difesa dei diritti umani. «È una pena estremamente severa per un uomo che ha voluto discutere di religione», ha commentato Nadim Houry, vicedirettore per il Medio Oriente di Human Rights Watch. L'organizzazione già un anno fa, quando il blogger è stato incarcerato, aveva chiesto alle autorità saudite la sua liberazione, denunciando la violazione del diritto alla libertà di espressione.
Badawi, dunque, ha già scontato un anno in prigione e non è chiaro se gli sarà sottratto dai sette cui è stato condannato lunedì. I suoi guai legali sono iniziati nel 2008, quando ha fondato il sito Free Saudi Liberals, che sin da subito ha scatenato le ire di esponenti religiosi. Il blogger è stato subito additato come apostata, un marchio che si è abbattuto anche sulla sua famiglia. La moglie, Ensaf Haidar, e i tre figli vivono in Libano. «Ti senti come se tutti ti stessero accusando, come se tutti ce l'avessero con te, come se fosse stata dichiarata guerra contro di te», ha detto la signora Haidar in un'intervista alla Cnn.

La sentenza sarà notificata entro il 6 agosto, dopo di che il blogger potrà ricorrere in appello entro trenta giorni. Intanto continuerà a stare in carcere.
Il suo è soltanto l'ultimo di molti casi di restrizione alla libertà di espressione in Arabia Saudita, dove le autorità usano i tribunali e i divieti di viaggio per reprimere il dissenso. Attivisti che chiedono riforme finiscono spesso in carcere, come nel caso, denunciato da Human Rights Watch, di Mohammed Al-Qahtani e Abdullah Al-Hamid che lo scorso marzo sono stati condannati a dieci anni di prigione. Inoltre, nel regno vige un regime di pene corporali che sono vere e proprie torture, come nel caso di un giovane condannato a essere paralizzato per avere a sua volta procurato una paralisi a un'altra persona. 
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