QUANDO IL CORPO E' DELLE ALTRE

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di Anna Simone
17 gennaio 2012

Non è strano registrare quanto, di fatto, la “libertà femminile”, evocata o reale che sia, costituisca oggi uno dei laboratori privilegiati attraverso cui sperimentare gli ultimi dispositivi del “governo dei corpi”. La dicotomia che contrappone il bene al male passa sempre attraverso la costruzione di ordini del discorso che tendono ad “oggettivare” il corpo femminile per finalità puramente strumentali. Lo abbiamo visto chiaramente durante il periodo degli “scandali” sessuali che hanno coinvolto l’ex presidente del consiglio.

Da una parte le donne “perbene”, dall’altra le “donne permale”, in mezzo una pressocchè totale assenza di cosa vuol dire parlare di sessualità e di libertà femminile oggi. La decostruzione di queste semplificazioni che, anziché aiutarci a comprendere la complessità dei fenomeni sociali contemporanei, inseguono la doxa ovvero la banalità del “giudizio” sbrigativo, attraverso cui si costruisce consenso plasmando l’opinione pubblica, è l’approccio felicemente usato da Michela Fusaschi nel suo ultimo libro, Quando il corpo è delle altre. Retoriche della pietà e umanitarismo-spettacolo (Bollati Boringhieri, pp.157, euro 15). La nostra amica antropologa, già nota per le sue preziose ricerche sulle MGF (mutilazioni genitali femminili) e sul corpo en géneral, ci obbliga a riflettere su un meccanismo di stigmatizzazione e di costruzione del corpo “dell’Altra” che passa proprio attraverso le retoriche pubbliche.

Prima retorica: i diritti umani. Basta dedicare dieci minuti alla navigazione su internet per capirne il paradosso. Almeno cento documenti, carte, principi messi a punto a partire dalla logica di un universalismo che, come giustamente sottolinea Fusaschi, parlano a nome di una umanità senza umani in carne e ossa. Principi che, peraltro, vengono sistematicamente inapplicati a causa della mancanza di istituzioni preposte a farlo (diversamente non avremmo avuto né guerre in nome della democrazia, né Guantanamo, né molto altro…).

Seconda retorica conseguente alla prima: il business umanitario. Da più di un quindicennio assistiamo al “capitalismo dei buoni sentimenti”. La pietas, un sentimento umano che non necessita di istituzionalizzazioni, ha travalicato i confini dei luoghi classici del cristianesimo ed è diventata la ragione sociale di cooperative, società, istituzioni che ogni giorno “gesticono” la sofferenza altrui senza battere ciglio sul come si genera e su chi la genera. Se un tempo l’antropologia critica doveva contrastare le missioni “civilizzatrici” della Chiesa nei cosiddetti paesi del “terzo mondo”, oggi è chiamata a criticare l’approccio del filantropismo post-moderno nelle società d’arrivo dei migranti, cioè da “noi”.

Una sorta di neo-colonialismo sul posto. Alla base del dispositivo “umanitario”, infatti, c’è la rimozione su ciò che sono, nella realtà e nelle pratiche del quotidiano, l’immigrazione e le donne immigrate, come sottolinea più volte Fusaschi citando Sayad. Il rovescio negativo dell’umanitario, d’altronde, è il securitarismo, per cui gli immigrati e nella fattispecie le pratiche che coinvolgono le donne immigrate in occidente devono barcamenarsi tra l’essere un problema di “ordine pubblico” e l’essere “vittime” di pratiche “incivili” che, guarda caso, afferiscono solo alla condotta delle popolazioni non occidentali.

Terza retorica conseguente alle due precedenti: la costruzione sociale della vittima. Per una semplificazione, evidentemente non innocente, la legittimazione della tutela del corpo “dell’Altra” assume una nominazione che, in sé, la de-soggettivizza. L’altra, che subisce passiva tutte le “mutilazioni” possibili e immaginabili, sempre africana, diventa irrevocabilmente una “vittima” perché, evidentemente, non può esservi integrazione senza assimiliazione, senza  subalternità. Su questo coté, che peraltro mette in atto un vero e proprio processo di criminalizzazione di tutte le pratiche adibite a trasformare i genitali femminili (tantissime, come specifica nel dettaglio Fusaschi, e spesso lontane dalla logica della “mutilazione”), nasce in Italia anche la Legge n. 7 contro le MGF del 2006.

Ed è proprio sui singoli casi che precedono e succedono la Legge che Fusaschi si sofferma a lungo nel corpo centrale del volume, fornendoci una casistica pregna di paradossi al punto tale da non lasciare scampo alcuno alla banalizzazione dell’opinione pubblica sul tema. Il nervo della vicenda diventa immediatamente quello della decisione: è più legittima la decisione di uno Stato su un corpo o la decisione di chi dispone la pratica per ragioni culturali?

Ma a reggere e a rendere davvero illuminante la posta in gioco delle complicazioni sul tema sono due altri temi sviluppati da Fusaschi.
1) Il suo incontro in Rwanda con Catherine, una donna che ha praticato il gukuma per iniziarsi alla sessualità e non per togliersi il piacere di quest’ultima, secondo i dettami della sua cultura. Una pratica attraverso cui si allungano le labbra della vagina per favorire il parto, molto diversa dall’infibulazione che per l’Italia, però, e per tutte le carte dei diritti umani, diventerebbe irrimediabilmente “mutilazione”.
2) La comparazione tra la costruzione delle retoriche discorsive sulle MGF e lo sviluppo, sempre più imponente in occidente, delle CEIGF (chirurgia estetica intima dei genitali femminili), del “designer vagina”. Attraverso queste ultime pratiche le donne occidentali possono ridisegnarsi la vagina come vogliono, ma a differenza delle MGF esse non vengono considerate “mutilazioni”.

Le donne africane sono “vittime” di pratiche incivili, le donne occidentali sono libere di scegliere, per questo consegnano la loro vagina al chirurgo plastico. Vittime e libere di scegliere? Libere di diventare un corpo-merce nel gender-mainstreaming? Può essere, ma la libertà o è una postura critica universale, a questo punto, o non è. Grazie a Michela Fusaschi per questo saggio importante, utile per “ritrovare la libertà di uno sguardo critico sulla costruzione sociale dei corpi” e per disvelare, fino in fondo, tutti i pregiudizi etnocentrici e/o relativisti attorno al tema.
Ultima modifica il Martedì, 17 Gennaio 2012 07:40
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