LA RIFORMA CONTRO IL FUTURO

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di Eleonora Forenza, Zeroviolenzadonne
17 aprile 2012

Il “sospetto” che la crisi l’avrebbero fatta pagare a noi, noi che siamo il 99%, lo abbiamo avuto subito. Nei cortei dell’Onda già dal 2008, e poi nel 2010, sui tetti occupati e nei tumulti che si opponevano alla distruzione dell’università pubblica operata dalla Gelmini e al mercimonio che garantì l’ultima fiducia a Berlusconi, si lanciavano gli slogan «noi la crisi non la paghiamo», «noi non pagheremo la vostra crisi».
 
Noi non vogliamo pagare, si diceva già allora, le politiche neoliberiste che hanno determinato e che ora pretendono di gestire la crisi attraverso la cancellazione dei diritti del lavoro e dei diritti di cittadinanza.

Erano già allora visibili le tracce di quella «shock economy» che tende a presentare non solo la crisi, ma anche le politiche della BCE, come ineluttabili di fronte alla «catastrofe». Diradata la cortina di nebbia dello scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani, anche in Italia, come già nella UE,  la tecnica  è visibilmente subentrata alla politica, la “natura” alla “storia”: è l’ineluttabile che uccide, nell’immaginario, nel senso comune, e materialmente,  la possibilità dell’alternativa.

È questo anche il frutto maturo e amaro del «romanzo Quirinale» del Presidente Napolitano:  il governo dei tecnici, ossia il potere non legittimato, il governo a-democratico, la biopolitica che governa la vita e i corpi. Come nelle rivolte contro i regimi della primavera araba, nella mancanza di democrazia,  la scelta del suicidio si concretizza sempre più spesso e tragicamente come modo per porre fine alla propria disperazione e, insieme, forma di rappresentazione della disperazione e implicitamente di estrema denuncia della violenza sui corpi e sulle vite di queste politiche di gestione della crisi, ovvero di ristrutturazione capitalistica che esclude la società dalla politica e si fa governo attraverso l’impermeabilità della tecnica.

È in questo contesto drammatico che si sta discutendo la cosiddetta riforma del lavoro. E quei sucidi avrebbero dovuto parlare anche a noi, e farci sentire il peso di quel quasi silenzio del conflitto sociale di massa in cui sta operando questo Governo. In Italia può passare una riforma delle pensioni durissima con sole tre ore di sciopero: di questo si è vantato Monti. Perché qui non stiamo costruendo un livello di conflitto minimamente paragonabile a quello di altri paesi europei? Poche le eccezioni: tra queste, la manifestazione della FIOM e quella “occupiamo piazza affari” promossa dal comitato no debito. Ma possono bastare a fronte della riforma del lavoro che si sta profilando?

Credo che le nostre generazioni, quelle nate escluse dalla sfera dei diritti, le diverse generazioni precarie che non hanno conosciuto neanche il diritto alle forme classiche del conflitto (a partire da quella di sciopero) debbano assumere su di sé la grande responsabilità di diventare soggettività politica in grado di costruire conflitto, di tornare ad «ampliare il fronte del possibile».

Il primo passo da fare è quello della demistificazione di alcune narrazioni con cui ci si pretende di rappresentare nel dibattito su questa riforma del lavoro: la contrapposizione fra “garantiti e non garantiti” e che questa sia una riforma “per i giovani”.
 
Sappiamo che la pesante manomissione che Governo e Confindustria vogliono attuare sull’articolo 18 rappresenta non solo simbolicamente la volontà di segnare una definitiva chiusura di una stagione storica e politica di costruzione di democrazia a partire dai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori per riconsegnare all’arbitrio padronal-imprenditoriale (Marchionne docet) ulteriori possibilità di sfruttamento e discriminazione;  la manomissione dell’articolo 18, infatti, rappresenta anche materialmente l’estensione della ricattabilità a tutte le lavoratrici e i lavoratori: un livellamento al ribasso con l’estensione di forme di precarizzazione a tutte/i. Per questa precisa ragione da anni ci siamo mobilitate/i, anche noi che non ne abbiamo mai avuto diritto, non solo per la difesa, ma anche per l’estensione dell’articolo 18. Perché l’arretramento sui diritti di qualcuno, è un arretramento sui diritti di tutte/i.

Veniamo poi alla falsità della riforma “per i giovani”: ad esempio, il testo della riforma mantiene in vita praticamente quasi tutte le tipologia (attualmente oltre quaranta) di contratto precario; esclude la gran parte delle precarie e dai precari dall’assicurazione per l’impiego, perché pone condizioni quasi impossibili per la sua fruibilità; mantiene il costo del lavoro parasubordinato più basso di quello a tempo determinato e crea il rischio che siano i precar@ (e non i datori di lavoro) a pagare  il disincentivo fiscale. Davvero risibile poi che questa riforma sia spacciata dalla Fornero come una riforma per le donne: nessun vero provvedimento sulle “dimissioni in bianco” e solo tre giorni di congedo parentale per i padri-lavoratori. No comment.

Insomma, dobbiamo assumere come generazioni precarie la sfida di diventare una generazione politica che, in connessione con un movimento europeo, e non solo, di opposizione alle politiche di austerity, sappia ribaltare la logica dei sacrifici, in particolare di quello più assurdo, il sacrificio del futuro. A partire dal contrasto a questa riforma del lavoro, che è una riforma contro il futuro.

Il movimento delle precarie e dei precari della conoscenza è stato capace in questi anni di creare connessioni non corporative, di leggere nei processi di precarizzazione e di messa a valore (sfruttamento) delle capacità cognitive e relazionali che ha colpito in particolare il lavoro della conoscenza “l’anteprima” di un processo al contempo  di intensificazione dello sfruttamento ed estensione della merficazione che si sarebbe generalizzato di lì a poco.

Si tratta, ora, di costruire una consapevolezza diffusa, una capacità di rivolta, di connessione e costruzione di soggettività nel tornante delicatissimo che stiamo attraversando: l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione con la modifica dell’articolo 81, la riforma del lavoro con la manomissione dell’articolo 18, e sullo sfondo si profila già il disegno dell’abolizione del valore legale del titolo di studio come ulteriore tassello di distruzione dell’università pubblica. 

Credo che abbiamo anche alcuni “assi di lavoro” su cui costruire e connettere soggettività a partire da noi, dai corpi e dalle vite delle generazioni escluse: il reddito di autodeterminazione e la estensione dei beni comuni. Due assi di lavoro connessi fra loro e in grado di connettere vite, lotte, di nominare le contraddizioni all’altezza del presente e parlare dell’alternativa possibile. Quella per un reddito di autodeterminazione incondizionato è oggi una battaglia unificante, in grado di parlare del precariato cognitivo metropolitano e assieme alle sacche di disoccupazione e disagio sociale del Sud; di essere architrave per una riforma non familistica e non lavoristica del welfare e insieme misura antirecessiva; di parlare del lavoro “produttivo e riproduttivo”. Quella per il reddito è una battaglia per la fuoriuscita collettiva del ricatto, per l’autodeterminazione di tutt@. E, insieme , la lotta per l’estensione dei beni comuni, che ha già costruito straordinarie esperienze di partecipazione nella nostra storia recente (dal referendum sull’acqua al Teatro Valle occupato) riesce a formare soggettività nel conflitto e assieme a nominare l’estensione dei processi di mercificazione e recinzione messi in atto dal neoliberismo.

Abbiamo, come generazioni escluse, la possibilità e la responsabilità anche di immaginare e praticare nuove forme della  soggettivazione e dell’agire politico, che riconnettano partecipazione, conflitto, rappresentanza. E qui veniamo anche alle responsabilità delle altre generazioni, quelle figlie dei “trenta gloriosi”: non pensare che vi sia una sola forma del lavoro attorno a cui costruire soggettività; una sola forma della politica (il partito) , una sola forma della mobilitazione (il corteo). La rivolta del 99% deve essere materialmente intergenerazionale. Proviamo davvero, tutt@, ad ampliare il fronte del possibile a partire da noi, dai nostri corpi sessuati che resistono: riprendiamoci il futuro, e anche il presente.
Ultima modifica il Martedì, 17 Aprile 2012 10:12
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