Birmania, la strage silenziosa dei bimbi Rohingya

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Le persone e la dignità
27 11 2012

Il massacro è avvenuto alla fine di ottobre ed è passato del tutto inosservato in Italia. Eppure 28 bambini uccisi, di cui 13 minori di 6 anni è sicuramente una notizia. Ma di quel piccolo lembo di terra lontano devastato dalle violenze etniche forse non ci vogliamo occupare o preoccupare. Stiamo parlando dello Stato birmano di Rakhine, al confine con il Bangladesh, dove  gli scontri di tra buddisti Rakhine e musulmani Rohingya hanno causato circa 200 morti e lasciato 110mila persone senza casa, la maggior parte dei quali islamici.

Ieri sul Times si poteva leggere il bel reportage di Kenneth Denby dal titolo: “Nel villaggio in cui sono stati massacrati degli innocenti”. Il giornalista è riuscito ad entrare Yin Thei dove alla fine di ottobre è avvenuta la strage. Il suo racconto lascia senza fiato: madri che scappano con i neonati in braccio, buddisti armati di coltelli che sgozzano senza pietà i bambini, le case che bruciano, le terribili ferite dei sopravvissuti. “Molti di noi sono riusciti a fuggire – ha raccontato a Denby il capovillaggio – ma gli anziani e le madri con i bambini non potevano correre velocemente. Il più piccolo a morire aveva pochi mesi. Nessuno è stato risparmiato”.

E’ dallo scorso maggio (come avevamo raccontato in questo post) che nella regione si registrano forti tensioni. Ad innescare gli scontri è stato l’arresto di tre Rohingya per lo stupro di una donna buddista cui sono seguite le violenze e le persecuzioni della comunità musulmana. Qualche giorno fa anche il presidente Obama durante la sua breve visita in Birmania ha detto chiaramente che non ci poteva essere “nessuna scusa” per gli orrori che stanno accadendo a Rakhine.

Una situazione di tensione creata dallo stesso governo che negli anni Novanta ha trasferito con la forza decine di migliaia di rohingya dallo stato di Rakhine. Nonostante si sia impegnato a rispettare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, le autorità birmane continuano a negare ai bambini e alle bambine rohingya il diritto alla cittadinanza, che pregiudica il godimento di tutta una serie di altri diritti: all’educazione, al lavoro, alla salute, alla vita familiare. Da molti anni, le organizzazioni per i diritti umani chiedono al governo di Myanmar di porre fine alla discriminazione di stato nei confronti dei rohingya, che alimenta il disprezzo e il pregiudizio nei loro confronti.
Per cominciare bisogna porre rimedio all’emergenza umanitaria. Nei giorni scorsi le Nazioni unite hanno lanciato un appello per la raccolta di almeno 41 milioni di dollari necessari per coprire fino a giugno 2013 i bisogni nello Stato di Rakhine. L’annuncio è arrivato da Ashok Nigam, coordinatore umanitario dell’Onu, secondo cui i donatori hanno già stanziato 27 milioni di dollari. Dal canto suo il ministro birmano per gli Affari di confine, il tenente generale Thein Htay, ha promesso una consegna degli aiuti rapida e senza intoppi, aggiungendo che gli operatori umanitari non subiranno intimidazioni. Una promessa che speriamo sia mantenuta.

Monica Ricci Sargentini

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