IL DENARO. LA METAFISICA DEL NOSTRO TEMPO

di Angela Ammirati
6 dicembre 2011

Anni di dibattito post-modernista sulla questione del soggetto non unitario, nomade, rizomatico, liquido e sulla fine delle grandi narrazioni ci hanno abituato all’idea di una società che ha smarrito il sogno di un progetto universale in cui credere e una storia comune da raccontare. Scomparsi i grandi eroi, i grandi pericoli, i grandi peripli, i grandi fini per dirla alla Lyotard, al centro ormai sarebbe rimasto solo l’individuo, padrone di sé stesso, libero dalle costruzioni razionali e metafisiche su cui era fondata la morale e dai grand récits che cercassero un senso unitario e complessivo della realtà.

Mentre i temi della frammentarietà, della complessità, della disintegrazione divenivano sempre più familiari e in uso in seno non solo alla teoria critica  ma anche all’opinione pubblica ci sfuggiva la solidità di un pensiero che ha occupato la dimensione della nostra esistenza, che ha costituito un legame solido e universalistico tra le parti eterogenee e frammentarie della nostra società. Bandite le grandi ideologie lasciate in eredità dall’800, “sospettate” di aver esaltato il ruolo della razionalità occidentale, il progetto di emancipazione dell’uomo e di rinnovamento della società è stato consegnato ad una nuova ragione astratta e universale, quella del profitto e del denaro.

Che quest’ultimo sia diventato il paradigma del nostro tempo, il fine e non il mezzo delle nostre esistenze, le discipline delle scienze umane dalla “Filosofia del denaro” di  G. Simmel in poi non nutrono più alcun dubbio. Il divertimento, i centri per la salute e del benessere, la possibilità di una carriera politica, ogni aspetto della nostra vita sembra essera mediato dal denaro, non ultimo il rapporto sesso-potere su cui è in corso negli ultimi anni una riflessione femminista. Il denaro è un nuovo “assolutismo”, non solo perché si è imposto come codice universale di accesso alla società, penetrando in profondità nelle dimensioni biologiche, mentali e affettive dell’essere umano, ma soprattutto perché come una vecchia metafisica si è incarnato in un’idea filosofica che avanza una pretesa di validità universale: il liberisimo, narrazione nascosta, camuffata  da scienza sperimentale; ideologia dalla verità non oggettiva. La sua indiscutibilità è “sospetta”; più simile ad una fede religiosa che ad una certezza matematica.

Le teorie economiche liberiste, ovvero quell’insieme di teorie più o meno coerenti condivise  da una somma omogenea di attori (borse, banche di investimento, giornali di informazioni economica e finanziara, le società di rating, business school),  hanno avanzato pretese di verità universali, indiscutibili, perchè travestite, dissimulate sotto la veste inattaccabile della scienza. Il linguaggio, la metodologia usati sono mutuati dalle scienze sperimentali tra le quali furbescamente cercano di confondersi. Ecco allora le misurazioni accurate di indici e valori economici per fotografare con precisione la realtà, predirne gli sviluppi futuri e quindi controllare e indirizzare i comportamenti del campione studiato. Quasi la società umana fosse una soluzione chimica, controllabile, determinabile, modificabile a piacimento.

E qui è l’inganno. E’ metafisica è non scientifica una teoria che pretende di  fornire i criteri del bene su assiomi indimostrabili. E’ morale una teoria che agisce da imperativo categorico. Il PIL, questo moderno feticcio, è al concetto di bene che si richiama. Misuratore di benessere è debitore alle teorie morali settecentesche. Laddove sull’area continentale, si era maggiormente impegnati sulle dimostrazioni dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima, nella scuola scozzese si andavano elaborando nuove teorie morali che non si fondassero più su un principio “trascendente” bensì “immanente”. Con Adam Smith la morale compie un passo decisivo verso la laicizzazione dei propri fondamenti, ovvero verso una secolarizzazione delle regole morali. La responsabilità dell’uomo è finalmente libera e autonoma, perché svincolata da ogni autorità religiosa. Erede di questa speculazione è l’utilitarismo che assume l’utilità come principio dei valori morali e come criterio dell’azione.

Bentham, che ne fu il massimo esponente,  si interrogava su quale fosse la base più solida per una teoria morale; e tale fondamento veniva rintracciato nell’utilità, ovvero su ciò che produce felicità e vantaggi, massimizzando il piacere e minimizzando il dolore. Una teoria morale solida doveva perseguire non una felicità legata a imperativi categorici trascendenti, bensì ad un paramentro reale misurabile e quantificabile: i beni materiali. Quanto più beni materiali si possiedono, tanto più si è felici. Il PIL di oggi non è altro che un’ultima versione di questa assioma settecentesco: tanti più beni e servizi, misurati in denaro, una società produce tanto più felice essa sarà. Tale enunciato morale è stato sicuramente innovativo e rivoluzionario, ma di esso è fortemente dubbia la sua validità scientifica e la sua utilità.

Quando le teorie economiche liberiste ci dicono che è necessario che gli stati aumentino il PIL, anche se lo fanno utlizzando tutto l’armamentario delle scienze sperimentali, non fanno altro che prescrivere e imporre delle misure morali e moraliste. Che cosa se non una metafisica darebbe delle prescrizioni morali agli individui? Ma come ogni metafisica si basano su un’assioma indimostrabile. Come si può dimostrare che il PIL, questa  riproduzione astratta della società sotto forma di denaro, sia in grado di descrivere la complessità, l’eterogeneità dell'umanità e delle sue relazioni? Non è forse il PIL a non  riconoscere il lavoro di riproduzione umano e sociale svolto dalle donne all’interno della sfera privata? Rinsaldando quel legame tra controllo patriarcale sul corpo delle donne e controllo capistalistico sul lavoro salariato? Pensieri alternativi che hanno  sfidato la sua validità sono stati sviluppati ormai da tempo.

Pensiamo alla “teoria delle capacità” dell’economista premio Nobel Amartya Sen e della filosofa Martha Nussbaum al cui centro vi è la felicità di stampo aristotelico, l’eudaimonia, intesa non in termini utilitaristici come ipotetico benessere di ognuno ma come piena fioritura umana, come completo dispiegamento delle nostre capacità, ovvero come ciò che “le persone sono capaci di fare e di essere”. Secondo i due teorici il PIL non protegge la sfera delle nostre libertà, non tutela la dignità umana delle persone, tace sulle differenze di cui ogni soggettività è portatrice, che sia fisica, etnica, culturale o di genere, e pure è ancora il paradigma fondamentale di tutte teorie economiche liberiste. E’ il nuovo imperativo categorico universale che ha sostituito la trascendenza religiosa con l'immanenza astratta, disumana e disumanizzata, del denaro.
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook