IL POSTO DELLE DONNE E IL GOVERNO MONTI

di Elettra Deiana
22 novembre 2011

Un dissonante concerto di voci, poteri, protagonismi e presenzialismi, tutti rigorosamente maschili e al maschile, ha fatto da sfondo alla crisi che ha investito il nostro Paese e ha chiuso (forse) la partita con il governo Berlusconi. E intanto una regia di primi uomini – il Presidente Giorgio Napolitano, l’aspirante e ora effettivo capo del Governo Mario Monti, il benedicente cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato del Vaticano – ha messo in scena, come in un finale a sorpresa (per chi crede alle sorprese) l’epilogo salvifico.
 A sostegno del nuovo governo c’è oggi una maggioranza parlamentare “bulgara”, che mette insieme quasi tutta l’ex maggioranza – con l’eccezione della Lega – e tutta l’ex opposizione parlamentare.

Così, all’ombra di un rinascente potente polo neo-democristiano, si è insediato un Governo dei Tecnici o del Presidente o di quello che volete voi. In ogni caso il frutto di una drammatica implosione dei partiti e della loro politica – maggioranza e opposizione – nonché di molte inusuali – va detto con franchezza – mosse istituzionali di cui si è reso protagonista il Presidente della Repubblica. Tutto per tutto, pur di evitare le elezioni anticipate, che erano la strada democratica per eccellenza, di fronte a una crisi di quel genere e all’indecente deriva berlusconiana del Paese. Ma, si dice, poco salvifiche.

Dicono anche che il nuovo governo dovrebbe tirarci fuori dall’assillante crisi economico-finanziaria e dai suoi spread ricorrenti, minacciosi come il ghigno luciferino di un destino cinico e baro. Dicono anche che ci farà dono della ripresa e sarà restituito un po’ di futuro ai ragazzi e alle ragazze “no future”. Ma la crisi, se guardata in faccia, è in realtà a rischio di non risolvibilità se si affronta solo nel cortile di casa nostra, perché viene da lontano, ha radici strutturali, estensione globale e chiama in causa nel suo complesso un’Europa che non sa né soprattutto vuole  rispondere.

Quell’Europa politica che non c’è, nata da una politica falsamente europeista, che si è limitata alla moneta unica facendone un feticcio sotto la tutela di vincoli e parametri sempre più insostenibili, ed è ormai sempre più subalterna ai mercati, alle banche, alle speculazioni finanziarie e ai diktat del direttorio franco-tedesco. Bisogna invece guardare all’Europa con la passione della ricerca di un esito autenticamente federale; bisogna chiedere “politica dell’Europa”, istituzioni europee in grado di legiferare e governare secondo democrazia e mettendo in luce una diversa scala di priorità, scelte, impegni.

Bisognerebbe per questo che ci fossero parole di  uomini di buon senso e di donne, soprattutto donne ormai, capaci di pensare al mondo, che si industriassero a trovare la strada – impervia e faticosa ma l’unica – in quella direzione. E’ questa la misura di una nuova politica, che superi i limiti politici intrinseci di quella “classe globale”, come la definisce Saskia Sassen, l’1 per cento del mondo, come dice il movimento Occupy, che forma i governi tecnici. Uno spostamento del punto di vista che dalla storia, esperienza, riflessione delle donne può venire e da cui si potrebbe trarre qualche serio beneficio. Se non ora quando, che cosa? Se non l’assunzione di una responsabilità pubblica che metta in discussione l’ordine del discorso, delle priorità, delle scelte? 

A conclusione della crisi, abbiamo tre donne in posti chiave del nuovo governo. Ministeri pesanti, di quelli che possono segnare la fisionomia di una stagione politica: Interni, Giustizia, Lavoro e Welfare. Il nuovo Presidente del Governo, nello stile asciutto e un po’ ammiccante che lo caratterizza, se n’è fatto vanto, come un omaggio offerto alla parte femminile del Paese. Le referenti di “Se non ora quando”, movimento di “indignate” ante litteram, che il 13 febbraio scorso mise in piazza una straordinaria manifestazione di donne contro Berlusconi – straordinaria perché andò ben oltre le intenzioni delle organizzatrici – e che, sulla scorta di quella giornata, si è trasformato velocemente in sigla politica di continuità, si sono date da fare per segnalare al Presidente della Repubblica che non ci dimenticasse delle donne. In che senso?

Nel senso delle quote, ovviamente. E Mario Monti, politically correct come è nel suo stile – stile della “classe globale” direbbe Saskia Sassen – tra i numerosi incontri che ha avuto, in vista della formazione del governo, ha incontrato anche le donne. Un appuntamento veloce con le commissarie di parità, nell’elenco delle cose da fare, come cosa aggiuntiva alle cose, agli impegni, ai programmi. Come sempre succede su questo terreno, se il punto di partenza della politica è quello che è.

E ha chiamato al governo tre donne con un pedigree tecnico-professionale a tutto tondo, che corrispondono in tutto e per tutto al target della squadra. Fanno parte della scena e sono interne a quella scena. Che siano donne è la chance che Monti ha messo in gioco per rafforzare la rete di appoggio intorno a lui, per disattivare il più possibile le critiche e i mugugni, oltre quelli che inevitabilmente verranno via via fuori. Che siano personagge di alto profilo non fa che confermare che se si cerca si trova. Come tra gli uomini. Forse oggi di più tra le donne.

Il posto che alcune donne guadagnano in questa cruciale vicenda della storia nazionale parla ancora una volta del ruolo politico sempre “secondo”, di supplenza, di aggiunta e integrazione che le donne rivestono nel nostro Paese. Animano grandi insorgenze civili e sociali e poi cedono il passo, tirano nello stagno il sasso della critica e poi si fanno mettere da parte, sono al centro della scena e poi non ci sono più.

Tutto scompare nel grande teatro della politica politicienne, anche quando la politica fa acqua da tutte le parti e cede sovranità per non soccombere, fino a farsi mettere da parte, in attesa e con la speranza che un governo di tecnici di “alta caratura”, come si consola Bersani, il segretario del maggiore partito di opposizione, tolga le castagne dal fuoco.

Bisognerebbe osare altro, oltre a dire che ci vogliono le donne? E la domanda con cui bisognerebbe fare davvero i conti.
Ultima modifica il Giovedì, 24 Novembre 2011 17:29
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