Genova. Condanne inutili ed inique

Etichettato sotto
di Fabio Marcelli*
19 luglio 2012

Suscita forti perplessità la decisione della Corta di Cassazione di confermare, sia pure con qualche sconto di pena già concesso o prevedibile in seguito a rinvio, le pesanti condanne inflitte a vari manifestanti di Genova.
Le perplessità nascono dalla spropositata lunghezza dei periodi di carcere che i condannati dovrebbero scontare, per comportamenti obiettivamente non dotati in quella misura di un crisma di antigiuridicità ed allarme sociale.

E’ risultata decisiva, nell’ottica dei giudici, l’applicazione dell’art. 419 del Codice penale, intitolato alla devastazione e al saccheggio, che prevede la reclusione da otto a quindici anni.

La decisione di ricorrere a quella norma, chiaramente prevista per situazioni di eccezionale allarme sociale e provvista di una fortissima connotazione politica, per comportamenti che sarebbero potuti rientrare in norme diverse come quelle relative ai danneggiamenti, è fortemente criticabile.

Essa infatti risponde in ultima analisi alla necessità di sottolineare il presunto carattere eccezionale di quanto avvenuto a Genova e quindi obiettivamente tale da giustificare, in certa misura, la reazione del tutto abnorme e spropositata da parte degli organi statali.

Vero è che taluni dei comportamenti degli organi di polizia sono risultati talmente eccessivi e ingiustificati da incorrere a loro volta nella sanzione giudiziaria. Mi riferisco al massacro della Diaz, con connessa fabbricazione di prove false, e alle torture di Bolzaneto.

Ma, anche in quel caso, l’assenza di una norma relativa al reato di tortura, che pure l’Italia avrebbe dovuto da tempo introdurre ai sensi della relativa Convenzione internazionale, ha reso impossibile una repressione piena ed efficace di atti indegni di organi statali, che avevano peraltro determinato lesioni gravi e gravissime nei confronti di molte persone senza che ve ne fosse stata alcuna necessità in termini operativi.

Si è invece ricorsi a un armamentario normativo oramai vetusto, come quello della devastazione e saccheggio, nei confronti di manifestanti che non si erano comunque macchiati di gravi violenze ai danni delle persone.

Sul piano della necessaria critica assiologica dell’attività giudiziaria ciò pone due ordini di questioni di fondamentale importanza:

a) il bilanciamento fra entità delle pene e offensività dei reati nei termini di determinazione della qualità dei beni colpiti, che richiederebbe, al contrario di quanto deciso dai giudici della Cassazione, l’affermazione dell’assoluta centralità e primarietà della vita umana e della sicurezza ed incolumità delle persone, in armonia del resto con quanto stabilito dai principali Patti delle Nazioni Unite in materia;

b) la necessità di perseguire con maggiore durezza i funzionari statali che si rendano colpevoli di reati del tipo di quelli riscontrati a Genova, proprio per la duplice ed aggravata violazione dei doveri di fedeltà nei confronti della Costituzione e della necessità di proteggere i fondamenti dello Stato di diritto da ogni deviazione ispirata da motivazioni di ordine politico, specialmente quando, proprio come è successo a Genova, si traducano in gravissime sospensioni dell’ordine costituzionale e nella lesione di diritti fondamentali di vari soggetti, sia italiani che stranieri. Ciò, sia detto per inciso, in totale e irriducibile opposizione alle “dottrine” professate anche di recente dall’onorevole Santanché e soggetti analoghi, secondo i quali lo Stato dovrebbe godere comunque di una sorta di immunità per gli atti che compie. L’evoluzione, negli ultimi anni, della teoria dei diritti umani e la lotta contro l’impunità degli organi statali vanno, per fortuna, in direzione esattamente contraria a queste farneticazioni.

Ulteriori perplessità desta peraltro la decisione dei giudici, solo in parte attenuata dalle modifiche apportate dalla Cassazione e da quelle che sembrano possibili a seguito dei rinvii da essa disposti, di applicare in alcuni casi il massimo delle già spropositate penalità edittali previste dall’art. 419.

In conclusione, quello che risulta necessario ed urgente, per tutto il Paese, comprese le sue forze di polizia, è il superamento del trauma vissuto a Genova, superando ogni animosità e spirito di vendetta e rivalsa e ristabilendo invece le basi dello Stato di diritto che in quell’occasione furono gravemente minate. Ciò deve avvenire, come ho avuto occasione di scrivere di recente nel mio blog sul Fatto quotidiano (vedi in particolare: “Diaz: il massacro e la vergogna” del 9 giugno 2012 e “Dopo Diaz: per una nuova generazione delle forze dell’ordine dell’11 luglio 2012 ), introducendo nelle forze dell’ordine una nuova cultura ispirata dal primato dei diritti umani e da una più diretta finalizzazione del loro operato al benessere della società civile, da garantire allargando gli spazi di partecipazione democratica in quelli che un tempo si definivano e in troppa misura continuano ancora ad essere, dei “corpi separati” dello Stato.

Allargamento degli spazi di partecipazione democratica che costituisce peraltro, in termini generali, il principale antidoto anche a forme di illegalità di massa che rischiano di degenerare nella jacquerie fine a se stessa, estrema, inutile e dannosa espressione della disperazione di un popolo defraudato in modo crescente di ogni diritto da parte della dittatura irresponsabile del capitale finanziario e delle caste, politiche, amministrative e di altro genere, ad esso irrimediabilmente asservite.

E’ anche indispensabile che continuino ad affrontarsi, in tutte le sedi possibili, le responsabilità politiche di quanto accaduto. Quelle per intenderci dei soliti noti, dei quali invece non parla nessuno. Eppure li conosciamo bene: Berlusconi, Fini, Scajola, ecc. Anche da questo punto di vista i principi del diritto internazionale, come sviluppati in questi ultimi tempi da prassi significative dei tribunali interni ed internazionali, impongono la ricerca e punizione di chi ha esercitato i poteri decisionali effettivi. Né sarebbe giusto e opportuno scaricare tutta la responsabilità di quanto accaduto sui funzionari di polizia, neanche su quelli di vertice. Si necessita evidentemente su questi temi un supplemento di istruttoria.

Fabio Marcelli, ricercatore CNR, giurista internazionale, dirigente dell’Associazione dei giuristi democratici a livello internazionale, europeo e nazionale
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook