LE LAVORATRICI DEL SESSO IN ITALIA: E' L'ORA DEI DIRITTI

di Pia Covre

Se si scriverà la storia dei fenomeni sociali di questo periodo a cavallo del secolo la prostituzione potrebbe essere classificata come lavoro sessuale, in alcuni Paesi infatti è stata qualificata come un lavoro. Preciso che parlerò molto di lavoratrici al femminile in questo scritto perché la questione coinvolge in maggioranza lavoratrici donne, ma nel lavoro sessuale sono occupate anche transessuali e uomini. Non si può continuare a relegare nell’illegalità una attività, che per molte persone è una risorsa di vita e viene scelta volontariamente.
Ma perché in Italia questo non sia possibile non è semplice da spiegare. Come altri Paesi latini nel nostro paese la domanda di servizi sessuali a pagamento è alta. Contrariamente a quanto avveniva in passato oggi non c’è più un “orgoglio da casino”. Non si accompagnano i giovani figli ad iniziarli dalla prostituta, ma padri e figli ci vanno singolarmente, poi si finge di non esserci mai andati. Un seppur  vago senso di vergogna potrebbe essere un segnale del superamento di questa usanza culturale e sessuale, ma in realtà è solo ipocrisia.

Infatti non c’è quasi mai da parte degli uomini una analisi critica per il proprio comportamento in relazione al rapporto fra i sessi, non credono che sia un comportamento disdicevole comprare servizi sessuali anche quando hanno delle solide relazioni sentimentali, semplicemente sanno che va nascosto perché metterebbe in crisi le loro relazioni sentimentali e familiari. Va inoltre considerato che ci sono persone che avendo vere difficoltà a costruirsi una vita sentimentale possono trovare conforto sessuale solo a pagamento. Nel sistema patriarcale e cattolico storicamente la prostituzione è stata sempre condannata moralmente ma accettata di fatto, regolamentata fin dal medioevo ma sottoposta alla condanna morale e messa al margine. Ma sempre la condanna era riservata alle donne che vi si dedicavano e non agli uomini che la usavano.

Le lavoratrici del sesso in tutto il mondo chiedono diritti. Sono costituite in associazioni o collettivi, a volte molto numerosi come in India dove a Calcutta esiste una associazione con 10000 partecipanti, a volte di numeri modesti e con una partecipazione discontinua, ma ovunque vi sono attiviste, disseminate in tutti i continenti e sostenute nelle lotte da altre associazioni che hanno simili aspirazioni di libertà e giustizia. Capaci di dialogare con la politica e confrontarsi o scontrarsi con le femministe più radicali quando serve.

La lotta contro la discriminazione e per il riconoscimento dei diritti di lavoratrici è da almeno 30 anni il primo impegno dei movimenti delle sex workers, il secondo è la lotta all’AIDS e per il diritto alla salute. In Europa una sorta di stati generali nel 2005 si sono tenuti a Bruxelles con la partecipazione di oltre 200 sex workers, una carta dei diritti e un manifesto sono stati sottoscritti e presentati ai parlamentari europei. Nei documenti si denuncia  la mancanza di protezione sociale di cui soffrono i/le sex workers, gli abusi e le violenze a cui sono sottoposte a causa delle discriminazioni, e lo stigma sociale che le condanna alla emarginazione. Sarebbe possibile cambiare la situazione e alleggerire la vita per chi fa questo lavoro?
Sì, sarebbe semplice, basterebbe riconoscere la dignità di lavoratori e lavoratrici nel mercato del sesso. Perché come fu in passato per tanti altri lavori fu la conquista di diritti e riconoscimento di un ruolo socialmente utile che garantì rispetto e dignità ai lavoratori, inoltre diede loro la forza  di opporsi allo sfruttamento.

Parliamo di servizi sessuali, quello che comunemente viene definita la vendita del corpo in realtà altro non è che un servizio che può essere paragonato ai molti servizi di cura che le donne sono tradizionalmente destinate a fare. Forse che le badanti non hanno a che fare con corpi estranei? Eppure la cura per quei corpi è davvero difficile e costringe ad una intimità non certo desiderata. Però su quei servizi non si dice nulla, non si trovano disdicevoli. Perché invece si pretende che i servizi sessuali siano disdicevoli se fatti a pagamento? Potrebbe essere perché generalmente leghiamo all’atto sessuale una relazione d’amore da cui ogni mercimonio dovrebbe essere escluso. Ma sappiamo bene che non sempre sesso e amore sono un’unica cosa, per gli uomini questa distinzione è molto frequente, un po’ meno spesso per le donne. Poi c’è l’idea che la sex worker sia una vittima nel rapporto con i clienti, non si vuole credere alle sex workers che raccontano del potere che hanno nella relazione con il cliente.

Si evoca sempre la asimmetria del potere tra i generi – come se nella transazione commerciale si mettesse in gioco questo aspetto – ma non mi convince perché non riguarda solo noi. Ovviamente questo potere di contrattazione e di gestire la relazione commerciale a proprio vantaggio per la sex worker dipende molto dalla condizione in cui si trova la donna che offre servizi sessuali. Questa condizione può variare a seconda di molti fattori.

In Italia in questo momento un insieme di circostanze rende le sex workers molto svantaggiate. La causa sta nelle cattive leggi e pratiche politiche messe in atto contro la prostituzione. Per alcuni anni il fenomeno è cresciuto numericamente e in forme molto visibili, l’arrivo di molte donne, giovani straniere e poco autonome, ha cambiato l’aspetto del mercato sotto il profilo della concorrenza, abbassando il costo delle prestazioni a tutto vantaggio dei clienti.

L’intolleranza dei cittadini verso una prostituzione più visibile e a volte invadente ha dato il via ad una serie di misure repressive, sfociate infine con la legge sulla sicurezza e le ordinanze dei sindaci con il pretesto di salvaguardare il decoro delle città. Il disegno di legge presentato da Carfagna e Maroni ha infine orientato le forze dell’ordine a tenere un atteggiamento quasi persecutorio nei confronti di ogni persona che si prostituisce, donna, transessuale o uomo che sia.  
Attualmente ci sono molte giovani donne migranti che sono in posizione di grande fragilità essendo prive di documenti regolari e spesso non libere di autodeterminarsi. Subiscono forti condizionamenti da chi le sfrutta, sono in una posizione poco contrattuale con i clienti e hanno alle costole la polizia ovunque vadano, sempre pronti ad arrestarle e sbatterle in un Cie o deportarle. Un po’ meno ad aiutarle a sottrarsi alla tratta.

Per tutte queste ragioni è diventato molto difficile per chi offre servizi sessuali conservare potere contrattuale con i clienti, e per le stesse ragioni molte non possono reagire contro gli abusi e i ricatti che vengono da chi è enormemente più forte di loro e in posizione di potere.
Quindi servirebbe una inversione di tendenza, maggior protezione sociale  per tutte le sex workers, legalizzazione per le straniere irregolari. L’applicazione delle Carte internazionali dei Diritti e la Costituzione garantiscono ai cittadini/e ma che ormai sembrano inesigibili per le lavoratrici del sesso.

Così come stanno le cose si sta andando verso un crescendo di violenza che non avrà fine nè giustizia. Perché le aggressioni violente aumentano di pari passo con l’aumento del clima ostile e di disprezzo che viene costruito giorno per giorno verso le prostitute. Violenze che spesso non vengono denunciate. Per ottenere il consenso sulle ordinanze chi ha in mano il potere mediatico non ha esitato a scatenare una campagna di odio, pratica usata non solo verso le prostitute ma anche verso ogni persona straniera o “diversa”.

Anche i recenti scandali sessuali che hanno coinvolto Berlusconi hanno alla fine prodotto un risentimento forte contro le ragazze coinvolte, le quali sono state definite prostitute ma chiamate con una varietà di aggettivi insultanti davvero offensivi. Non penso sia giusta tanta indignazione verso di loro, è il comportamento di un uomo politico che ci rappresenta che deve indignarci. Ma giornalisti e anche alcuni politici si sono espressi con un linguaggio volgare e vergognoso. Non è rilevante se le giovani siano o no delle prostitute, ma nell’immaginario comune esse sono assimilate alle prostitute. Questo crea stigma verso le sex worker, non è possibile che si continui con questa sfrenata volgarità.

Credo che andrebbero bandite tutte queste parolacce che offendono ogni donna, le prostitute chiamiamole lavoratrici del sesso e facciamola finita una volta per tutte con gli insulti che ripropongono continuamente l’antica divisone fra donne per bene e donne per male.
Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2011 07:09
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