IL FEMMINISMO CHE PROIETTO’ L’ITALIA NEL MONDO

di Bianca Pomeranzi
19 aprile 2011


Collocare nella storia recente un movimento politico a cui si è partecipato è molto difficile. In primo luogo perché occorre avere una sorta di scetticismo rispetto alla propria capacità di memoria piena di “scorie” e di “vuoti” dovuti alle emozioni personali.
In secondo luogo perché bisogna superare quella sorta di barriera identitaria tra il “noi allora…” e il “voi ora …” su cui facilmente si imbatte chi si sente protagonista di una vicenda collettiva mai raccontata e spesso marginalizzata dalle troppe interpretazioni.

L’esercizio inoltre, diviene ancora più complicato se ci si trova in tempi come questi dove la confusione e il prolungato attacco di un sessismo ormai radicato  nel senso comune sembrano offuscare, più che le conquiste ottenute, il percorso  faticoso, ma anche gioioso, di un processo di liberazione individuale e collettivo. 

Va aggiunto che, per comprendere e situare l’impatto del movimento femminista nella società  italiana degli anni settanta non aiutano molto le recenti polemiche animate dalla necessità legittima, se nominata chiaramente, di fare spazio a chi intende assumere compiti di rappresentanza in nome delle donne. Non c’è  nulla di scandaloso in questo, anche se occorre chiedersi se l’operazione sia all’altezza della “crisi del presente”.

Non c’è dubbio infatti, che l’Italia sia immersa in un pericoloso corto-circuito mediatico e istituzionale che trascina la rappresentazione delle donne in una regressione e la trasforma in un terreno di scontro politico. Non si può tuttavia ignorare che, oggi più che in passato, la relazione tra i sessi sia al centro di un vortice provocato da decenni di “globalizzazione” che hanno profondamente mutato le regole della convivenza, le prerogative della cittadinanza e del diritto e l’organizzazione dell’economia, nel suo significato più profondo di legge dell’oikos, ovvero della casa e della famiglia. 

Del fatto che trasformare la relazione tra uomini e donne potesse avviare un processo di radicale cambiamento, il neo femminismo degli anni settanta era in gran  parte consapevole e, per questo, pose il conflitto a partire dalla  sessualità.
La grande forza politica del femminismo italiano fu quella di saper articolare la presa di coscienza  e di parola delle donne con una azione capillare e diffusa capace di cambiare la società. Le manifestazioni e i collettivi costituivano i due punti di aggregazione basilari del movimento femminista italiano con una funzione di rimando tra il momento dell’aggregazione e quello della costruzione di relazioni che davano coraggio e favorivano nuove scelte di vita per le donne.

Per questo motivo, a metà degli anni settanta, il movimento femminista italiano divenne uno dei più grandi e vivaci in Europa e riuscì a rompere la barriera di un perbenismo cattolico e convenzionalmente familista che, dal 1948 in poi, aveva bloccato ogni vera trasformazione dei rapporti tra uomini e donne.
Lo spirito dei tempi consentiva tutto questo, anzi forse lo esigeva perché l’Italia aveva un grande bisogno di modernizzazione. Le donne ormai istruite stavano entrando in massa nel mondo del lavoro e avevano partecipato ai movimenti studenteschi e operai della fine degli anni sessanta, senza essere tuttavia considerate a pieno titolo delle protagoniste.

Erano i tempi in cui l’emancipazione destava ancora scandalo se significava un’indipendenza troppo marcata e anche a sinistra si faticava a considerare la “questione femminile” come un terreno politico. In quella situazione piena di fermenti, ma anche di grandi disuguaglianze economiche  e culturali, dove la vita delle donne e delle ragazze era costretta in un modello di femminilità definito dall’ordine patriarcale, si determinò una grande trasformazione nelle relazioni private, là dove si esercitava il potere che segnava il destino di uomini e donne.
Quello che in pochi anni arrivò a imporre la propria agenda alla politica istituzionale in tema di diritto di famiglia, di aborto, di pari dignità nel lavoro era un “movimento” di donne che avevano iniziato a parlare di sé in prima persona, che cercavano la propria “singolare” libertà, che praticavano i testi e i contesti del femminismo per  scegliere da che parte stare nella vita. 

Quando nel 1976 la battaglia sull’aborto provocò  la caduta  di un Governo, si capì finalmente  che  quel movimento non era una esplosione casuale né un fatto di costume, piuttosto era l’esito di una pratica politica complessa capace di darsi una “agenda” autonoma, che cercava di spostare i confini della politica e non esitava ad aprire un conflitto diretto anche con il partito egemone del movimento operaio.
Il “personale è politico” significava proprio questo, la capacità di svelare le pratiche di dominio sulle singole vite e la possibilità di cambiare la politica prendendo coscienza di sé. 

Non sono dunque state  le conquiste legislative, la legge sull’aborto, quella sul lavoro e infine quella sulla violenza a fare del femminismo un movimento che ha cambiato la storia dell’Italia, ma piuttosto è stata la rottura epistemologica che esso fu capace di determinare nella società degli anni settanta, attraverso la presa di parola delle donne. Quello ha segnato la conquista più grande e anche quella più duratura che ci permette ancora oggi di guardare al futuro con la consapevolezza di un impossibile ritorno indietro.

Eppure, oggi sembra che quel percorso non sia stato capace di resistere alla spinta d’urto della globalizzazione che in Italia si è presentata da molti anni con le strategie del berlusconismo. Attraverso i media, e in particolare la televisione, si è riportata in primo piano una femminilità subalterna o  anche  stereotipi di  donne aggressive, espressioni viventi del forte disagio di un’Italia sempre più dominata dalla debolezza maschile, mascherata da machismo quasi caricaturale.
Indubbiamente, l’iniziale disinteresse della politica istituzionale per quello che andava avvenendo o meglio l’incapacità di voler accettare anche il “personale” (l’insieme delle condizioni materiali di vita, delle speranze, dei desideri e delle relazioni) come un luogo originario della politica, ha contribuito a marginalizzare il femminismo nello spazio pubblico.

Il ceto politico infatti, se pure con qualche rara eccezione, soprattutto dagli anni novanta in poi, lo ha considerato un ingombro,  una cosa del “secolo breve” che aveva esaurito la sua funzione con l’instaurarsi  delle politiche paritarie ispirate dall’Unione europea e verso cui vi era un interesse apparentemente bipartisan. Tutto questo mentre le trasformazioni radicali in atto, scardinavano in tutta Europa proprio l’impianto socialdemocratico del welfare state che si andava privatizzando e creava nuove forme di assoggettamento che sembravano trascendere la relazione tra i sessi.
Ci sono voluti gli eccessi e l’aggressività del berlusconismo crepuscolare per riportare al centro della scena quel movimento di donne, che si voleva rimuovere. Adesso tuttavia, l’interrogativo che si pone è se si creeranno davvero le condizioni per riallacciare i fili con un femminismo che non ha mai smesso di fare politica.


Ultima modifica il Martedì, 19 Aprile 2011 11:48
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