PIANO NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE. MA CARFAGNA C'E' O CI FA?

di Vittoria Tola
3 maggio 2011


La Corte dei Conti ha approvato a febbraio il Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking. Questo Piano presentato con grande enfasi dalla Ministra Carfagna a ottobre e successivamente il 25 novembre 2009, Giornata internazionale contro la violenza alle donne, è stato finalmente pubblicato nel sito del Dipartimento Pari Opportunità.
A leggere la presentazione sembra finita con successo un’avventura che si trascina da anni, da quando con il Governo Prodi si ottenne da parte del Dpo un finanziamento di 20 milioni per il Piano nazionale e la creazione di un Osservatorio contro la violenza alle donne.

I soldi, requisiti da Tremonti con l’avvio del nuovo governo Berlusconi, sono riassegnati,dopo una battaglia parlamentare, a Carfagna grazie alla pressione dei Centri antiviolenza che versano n condizioni sempre più precarie per i tagli agli enti locali e alle Regioni, le sole istituzioni a finanziare questi servizi.  

L’enfasi della Ministra sullo stalking e sul Piano poteva lasciar ben sperare sulla comprensione della drammaticità del problema sia per il sostegno alle donne e ai loro figli sia per affrontare finalmente in modo adeguato la rilevazione, la sensibilizzazione, la prevenzione, la formazione di tutti gli operatori interessati, definendo compiti e funzioni di tutte le strutture centrali e periferiche dello Stato per contenere e  ridurre un problema tragico come la violenza maschile per le donne e per la società. Nel frattempo tuttavia erano emerse alcune discrasie.

La Conferenza internazionale contro la violenza alle donne del G8 aveva visto l’emarginazione dei centri e delle associazioni delle donne contro la violenza.  Donne che hanno espresso  pareri più che critici sui successivi decreti sulla sicurezza  senza trovare alcun  ascolto. Inoltre il Piano italiano, arrivato buon ultimo tra i grandi paesi europei, dopo Risoluzioni  e Raccomandazioni degli organismi internazionali ed europei, non ha tenuto alcun conto di queste esperienze sia per i risultati positivi che sulle criticità emerse. Forse anche per questo, nonostante tre anni di lavoro, la montagna ha partorito un topolino e lo ha partorito in un silenzio assordante, perché tutti sembrano prendere per buone dichiarazioni prive di sostanza.

La prima cosa che colpisce del testo ufficiale è che non si parla mai di quanti soldi siano a disposizione, né annualmente né per la vigenza triennale del Piano, nè quanto viene assegnato a ogni singolo obiettivo, inoltre non è chiaro chi decide  gli impegni e verifica i risultati. Nel paragrafo 5. “Attuazione e monitoraggio” del Piano si dice che “Il Ministro costituirà un Comitato con funzioni di monitoraggio sull’andamento delle attività del Piano, composto dai rappresentanti delle Amministrazioni statali coinvolte, delle Regioni e delle autonomie locali”. Nel paragrafo precedente sono anche definite le azioni delle Regioni e delle autonomie locali con compiti importanti sulla programmazione degli interventi a livello locale, di coordinamento degli organismi deputati sul territorio e di promozione e sostegno per la formazione degli operatori impegnati nel settore. Parole apparentemente sacrosante che sono in realtà pura propaganda. Vediamo perché.

Nella presentazione si dice che “dopo il parere favorevole espresso dalla Conferenza unificata, nella seduta del 28 ottobre 2010, la Corte dei Conti ha dato il via libera al Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking. Ma l’UPI e l’ANCI nel parere richiesto obbligatoriamente in sede di Conferenza Unificata hanno scritto testualmente. “Nell’esprimere parere favorevole, dopo aver richiamato il ruolo e l’importanza degli enti locali nella creazione di servizi contro la violenza, Anci e Upi intendono tuttavia formulare le seguenti raccomandazioni:

1) valutare l’opportunità di prevedere nel Piano nazionale, che a livello locale vengano predisposti  Piani regionali, provinciali, comunali e di area metropolitana, eventualmente entro un tempo massimo, decorso il quale si applicano le modalità previste dal Piano nazionale.

2) i fondi per la realizzazione di campagne e interventi finalizzati alla costruzione, potenziamento e valorizzazione dei centri antiviolenza e per la prima accoglienza in emergenza andrebbero esplicitamente previsti nel Piano  e in seguito assegnati agli enti locali per la gestioni e l’operatività, attraverso le Regioni.

E’ chiaro  in questa raccomandazione della Conferenza unificata la consapevolezza che il lavoro di aiuto alle donne e la costruzione della rete locale in grado di intervenire sulla formazione di tutti i soggetti coinvolti nell’affrontare gli effetti della violenza maschile, se hanno bisogno di un quadro nazionale e di direttive omogenee nei diversi settori implicati, devono tuttavia essere strutturati ed agire sul piano sociale, culturale, sanitario, educativo e repressivo ecc. a livello locale. Con risorse certe e responsabilità definite.

Detto in altre parole se  bisogna combattere la  violenza contro le donne e  sostenere i servizi a cui possono rivolgersi le donne, trovando aiuto reale ed efficace, bisogna finanziare e sostenere i centri antiviolenza più di quanto non si sia fatto finora e questo può avvenire solo trasferendo risorse alle  Regioni la maggioranza delle quali ha leggi in questo senso ma poche risorse, anzi sempre meno, per farle funzionare perché nel frattempo si  strangolano i comuni o le province che finora hanno sopperito con fondi propri alle assenze del Governo.

L’ineffabile Carfagna e il Governo del fare federalista che fanno? Riconoscono che i centri vanno potenziati ma non mettono a disposizione fondi per gli enti che devono finanziare i centri. Nel Piano semplicemente i soldi non ci sono salvo il riferimento ai finanziamenti per ristrutturate i servizi per donne in difficoltà all’Aquila, i cui centri antiviolenza erano tutti in case in affitto. Se mai l’Aquila sarà ricostruita non ci vuole una grande fantasia per sapere a chi andranno questi fondi. Ai centri sembra difficile perché nel frattempo la regione Abruzzo per mancanza di risorse ha de-finanziato la legge regionale sui centri antiviolenza.

Eppure i soldi ci devono essere se  grande è l’importanza  data alle  campagne di sensibilizzazione gestite dal DPO, già in atto, e per qualche intervento nelle scuole. Ma quanti siano non è dato sapere e, in questo silenzio, è facile immaginare che per i centri e i progetti contro la violenza oramai senza ossigeno, alcuni in coma grave, sarà presentato un bando non certo di milioni di euro per finanziare progetti annuali che farà sprecare tempo ed energie preziose, con esito incerto, a tutte le realtà di  donne che da anni lavorano con grande capacità ed abnegazione ma che rimangono operatrici di progetti precari, sempre sottoposti ad ulteriore verifica.

E non servizi stabili con finanziamenti programmati certi nel tempo. L’obiettivo di estendere e rafforzare i centri, che a parole nel Piano viene considerato essenziale viene poi rinviato a Regioni ed enti locali, praticamente senza finanziamenti e nonostante si riconosca esplicitamente la  mancanza  di servizi omogenei su tutto il territorio nazionale con grave danno  delle donne che, a seconda di dove vivono, possono o meno trovare servizi in grado di accoglierle e sottrarle alla violenza e ai maltrattamenti.

Quindi gli obiettivi del Piano che al punto 2) e 5) parlano di potenziare i Centri antiviolenza e i servizi di assistenza, sostegno, protezione e reinserimento delle vittime e della necessità di introdurre misure “assistenziali” (sic) a sostegno delle vittime di violenza di genere sono vanificate  in partenza. Ma  la mancata presenza di centri su tutto il territorio nazionale ha una serie di altre conseguenze molto precise: senza i centri non c’è un adeguato lavoro di rete locale e senza un adeguato lavoro di rete locale le iniziative di sensibilizzazione, di intervento e di repressione non possono che essere sporadiche e affidate a una conoscenza parziale del fenomeno.

Infatti la mancanza di rete locale non permette lo scambio e la formazione sistematica tra i diversi servizi e operatori che intervengono o potrebbero intervenire sul fenomeno, quindi non c’è scambio e sedimentazione di saperi e dei problemi comuni a cominciare dal problema del riconoscimento e della rilevazione sistematica della violenza contro le donne sulla base di una cultura condivisa.

Nel Piano d’altronde la rilevazione del fenomeno non è altro che la messa in comune dei dati emersi con le denunce o i processi e i dati del 1522, o quelli dei centri antiviolenza. Questo nonostante nel testo sia detto a chiare note che la violenza contro le donne è un fenomeno il larghissima parte sommerso. La rilevazione quantitativa e qualitativa, sapere quanto e come è diffusa la violenza nel nostro paese e come si deve agire per modificare questa realtà non appare necessario al Ministro delle pari opportunità, nonostante questo sia un obiettivo del Piano stesso.

Dopo la ricerca Istat, pubblicata nel 2006, grazie all’impegno economico del DPO gestito allora dal centro sinistra, nessuna altra ricerca specifica è stata finanziata e questo, in un paese in cui le ricerche di genere non sono obbligatorie, crea problemi di non poco conto. Inoltre non esistono rilevazioni sistematiche né in ambito sanitario o sociale sul tema. L’unico dato certo, per non parlare del numero delle donne uccise ogni anno, sono le denunce alle forze dell’ordine e i processi che rappresentano solo la punta dell’iceberg. Non esiste neanche un dato certo sullo stupro extrafamiliare tanto agitato dal governo. Tutti i Piani nazionali in Europa hanno affrontato il problema delle rilevazioni sistematiche perché solo dati attendibili permettono la programmazione di politiche  efficienti.

La ministra più bella del mondo non si cura di questo e pone il problema del rilevamento affidandolo solo ai dati che può produrre il numero verde 1522 (affidabile e benemerito) ma che riguarda un'utenza auto-selezionata e i dati dei centri antiviolenza interessanti a livello di stima sono pochi  e con una distribuzione diseguale su tutto il territorio nazionale. I loro dati, come ha dimostrato la ricerca Istat, hanno elementi qualitativi importanti ma si tratta di una rilevazione parziale.

In conclusione per anni abbiamo aspettato un Piano d’azione degno di questo nome e ci ritroviamo con un testo partorito in assenza dei soggetti interessati e che non ha raccolto le esigenze più concrete poste da Anci e Upi. 

La conseguenza è un Piano fragile, velleitario e senza trasparenza sulle destinazione delle risorse che non depone positivamente sulla volontà politica di combattere la violenza maschile.


Ultima modifica il Mercoledì, 04 Maggio 2011 15:51
Altro in questa categoria: L'ALTRA FACCIA DEL LAVORO »
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook