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La democrazia paritaria è l'unica strada per il progresso

di Marisa Rodano, Zeroviolenzadonne
29 maggio 2012

Nelle scorse settimane la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge (testo unificato delle proposte di Beatrice Lorenzin del PDL e Sesa Amici del PD) per una più equa rappresentanza di genere negli enti locali. Vi si introduce il principio della “doppia preferenza”, cioè la possibilità per gli elettori e le elettrici di esprimere due preferenze, anziché una sola, purché destinate a un uomo e a una donna; vi si prevedono norme per la “par condicio di genere” nelle trasmissioni televisive di carattere elettorale.

Sono innovazioni  importanti e positive tenuto conto che nel 2010, le elette nelle amministrazioni comunali erano solo il 18,7 per cento dei consiglieri e il 19,5 per cento degli assessori e superavano di poco il 10 per cento (827 su 8.100) tra i sindaci; e non sembra che nelle successive tornate elettorali amministrative la situazione sia migliorata. Nel disegno di legge non si prevede la pari presenza (50/50) dei due sessi nelle liste, ma solo che nessuno dei due generi possa essere rappresentato per meno di un terzo; la legge prescrive altresì che nelle giunte debbano essere presenti le donne, ma con una formulazione che potrebbe far ritenere sufficiente la presenza di una sola donna. Si è cioè ancora lontani dall’affermazione del principio di una piena parità.

Al tempo stesso, a quanto filtra dalle indiscrezioni sulla possibile riforma della legge elettorale nazionale, risulterebbe che i “saggi”, impegnati nella ricerca di un accordo condiviso tra le forze politiche, di tutto si preoccupino salvo che di introdurre norme a garanzia di una adeguata rappresentanza femminile1.   

La presenza femminile nelle assemblee elettive, pur con alti e bassi, è poco mutata nel corso della storia repubblicana. A quasi 70 anni dall’adozione della Costituzione, nonostante le direttive dell’Unione Europea e la recente modifica dell’articolo 51, che ha rafforzato il principio della parità di accesso alle cariche pubbliche, l’Italia è in Europa il fanalino di coda quanto a partecipazione delle donne nei luoghi di decisione.

Eppure la situazione delle donne è oggi profondamente mutata rispetto al 1945: le lotte delle associazioni femminili negli anni cinquanta e sessanta hanno conquistato parità di diritti in molti campi; l’ondata femminista degli anni settanta ha cambiato la consapevolezza femminile; oggi è cresciuto il livello culturale delle donne, le ragazze concludono gli studi universitari in tempi più brevi dei maschi e con risultati migliori; migliaia di donne sono presenti nelle professioni, nell’informazione, nella cultura, nelle attività imprenditoriali. Perché, allora, continuano ad essere escluse, salvo poche eccezioni, dal potere politico? Perché è così forte il divario tra la loro presenza nella società e quella nelle istituzioni?

Vi sono stati errori dei movimenti delle donne: ad esempio, aree del femminismo hanno rifiutato il rapporto con la politica; ma è indubbio che la causa fondamentale sia altra: nel corso dell’ultimo trentennio si è verificata una più generale involuzione. Nella cosiddetta seconda repubblica sono state quasi sempre maggioritarie formazioni politiche di destra; la attività politica si è sempre meno configurata come servizio a una causa di allargamento della democrazia e di maggior giustizia sociale e sempre più come una carriera, come esaltazione del leaderismo piuttosto che come azione collettiva. Per un ceto politico in prevalenza maschile l’apertura di spazi alle donne è incompatibile con l’esercizio del potere personale e la tensione alla sua conservazione; è comprensibile che, al tempo stesso, si  sia diffuso tra le donne il disinteresse nei confronti della politica.

Altrettanto e forse più grave è stato il diffondersi di una subcultura, amplificata dalla propaganda mediatica, che ha teso a ridurre le donne al loro corpo, alla loro immagine: diventare velina, valletta e - perché no? - escort è stato presentato come l’obiettivo che una ragazza dovrebbe prefiggersi; si è esaltata la disponibilità al meretricio nei confronti dei potenti; nella pubblicità è dilagata la volgarità. Si è teso a reintrodurre, sotto nuova veste, l’antica l’idea che, essendo differenti dagli uomini, le donne siano perciò inferiori.

La donna non è una persona “in situazione corporea femminile”, (secondo una vecchia definizione di Margherita Repetto), una “persona”, con cui è giocoforza instaurare un rapporto paritario, ma un oggetto, una preda. Non è casuale che la violenza contro le donne e lo stesso femminicidio siano crescenti. Si è teso così a codificare nell’opinione comune che l’esclusione delle donne dalla vita pubblica sia naturale e normale. Sono state però proprio le donne a reagire a difesa della propria dignità come si è visto nelle straordinarie manifestazioni promosse il 12 febbraio del 2011 da SNOQ. Molte associazioni e gruppi femminili, nonché numerose operatrici dell’informazione si battono oggi per la democrazia paritaria e un nutrito gruppo di associazioni e movimenti ha siglato un “accordo di azione comune” per tale obiettivo.

La partecipazione delle donne alla direzione degli affari pubblici non è però solo questione di giustizia e di rispetto della Costituzione. E’ divenuta oggi una delle condizioni fondamentali per combattere il crescente disimpegno dei cittadini, manifestatosi anche negli altissimi livelli di astensione nelle ultime consultazioni elettorali, il discredito e talora il rigetto che circonda, senza capacità di operare distinzioni, il sistema dei partiti, la critica talora esasperata ai cosiddetti costi della politica, il rischio – ben presente non solo nel nostro paese – dell’affermarsi di movimenti populistici, reazionari o addirittura eversivi.
Se il cinquanta per cento degli eletti e dei dirigenti dei partiti fossero donne, questo produrrebbe uno svecchiamento e un ricambio radicale del personale politico, più efficace della riduzione del numero dei parlamentari e di altre consimili misure. Metà degli attuali occupanti di cariche politiche e istituzionali dovrebbe farsi da parte. Non che le donne siano di per sé migliori degli uomini. Esse hanno però competenze e attitudini diverse, un’esperienza delle difficoltà della vita quotidiana preziosa in una fase di così grave crisi economica e, soprattutto, sono, ancor più dei giovani,  le escluse dal sistema e sono perciò “vergini” rispetto all’esercizio del potere.

La democrazia paritaria è insomma uno strumento per difendere e consolidare la democrazia.

(1) Nel 1993 la legge elettorale per la Camera dei Deputati (oggi sostituita dal cosidetto “porcellum”) prevedeva, nella quota del 25% eletta con sistema proporzionale, l’alternanza nelle liste di uomini e donne e nel ‘1994 vennero elette alla Camera dei deputati 91 donne; per le elezioni amministrative le legge prevedeva che il 30% dei posti in lista fosse riservato alle donne,  ma nel 1995 la Corte Costituzionale dichiarava illegittima tale riserva.

Ultima modifica il Mercoledì, 30 Maggio 2012 09:53
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