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Laila: dal buco della vergogna alla gestione del microcredito a Kabul

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di Ugo Panella *
 
La casa di Laila è circondata da un muro coperto di fango, al centro una porta di ferro azzurra che si apre su di un piccolo giardino ombreggiato da un pergolato di uva mentre cespugli di rose si riflettono sui vetri di una casa di mattoni e argilla. Laila ci viene incontro con un sorriso disarmante. È il 2010, un giorno di ottobre a Kabul.Vento, sole e traffico assordante sono il panorama che accompagna la vista di una città che confonde centro e periferia in un vortice di polvere, edifici fatiscenti, mercati improvvisati, blindati militari, grida e colori. Sto andando a conoscere una donna speciale. La sua storia me l’ha raccontata Luca Lo Presti, presidente di Fondazione Pangea.

Dieci anni prima, in pieno regime talebano, Laila – abbandonata da un marito brutale e con tre bambini da crescere – era stata costretta dai parenti di lui a prostituirsi per sopravvivere. Le avevano scavato una buca nel terreno, chiusa da una grata di ferro per impedirle la fuga. Una prigione improvvisata, dove lei doveva vivere in attesa degli uomini che venivano a stuprarla. Qualcuno, dopo, le gettava pochi “afgani” ( la moneta locale).
 
Per Laila nessuna denuncia era possibile: la polizia della morale l’avrebbe condannata a morte per lapidazione e il fanatismo di una cultura allenata nelle madrasse trasformata da vittima a colpevole.
La sua storia tragica, ancora incisa nella mia mente, svanisce in quel sorriso, in quel corpo minuto ed elegante, nell’armonia di gesti così distanti dal suo passato quella mattina di ottobre a Kabul nel suo giardino dove coltiva le rose..

Le chiedo il permesso di scattarle qualche foto e lei acconsente.
Rivedo ancora il gesto della sua mano che solleva il burqa, metafora di una liberazione da una prigione inventata dal potere degli uomini.
Attraverso l’obiettivo vedo le sue rughe, minuscoli insulti del tempo, che ne segnano la vita; vedo i suoi occhi sorridere senza più paura, come se il suo passato non avesse vinto sul futuro.

Quel passato è ormai lontano, sconfitto da un gesto di solidarietà che Luca le offrì tanto tempo fa: entrare a far parte del programma di Pangea per le donne più povere ed emarginate di Kabul.
«Non ho paura di morire se i talebani mi vengono a cercare» gli disse quando lui le spiegò che avrebbe corso dei rischi «sono già morta mille volte, ma tu mi stai dando un’opportunità di tornare a vivere e io non la voglio sprecare».
Oggi Laila ha circa 40 anni. Vive nalla sua casa col piccolo giardino insieme ai suoi tre figli. Loro studiano e lei lavora: coordina il programma di microcredito di Pangea destinato alle donne di Kabul.
In un paese perennemente in guerra, Laila ha vinto e ogni giorno semina pace.
Le donne, la loro condizione di vita nelle tante realtà del mondo, hanno ispirato spesso il mio lavoro di fotogiornalista: protagoniste coraggiose di vite diverse, poiché la forza di reazione alle condizioni sfavorevoli ne fanno l’anello forte della società, soprattutto là dove l’arroganza e il potere dell’uomo tenta di sottometterle e togliere voce ai loro diritti.
Le ho viste combattere, alla fine degli anni ’70, in Nicaragua e Salvador nelle lotte di liberazione da dittature feroci. Nelle barricate, a fronteggiare eserciti addestrati o ai margini delle fosse comuni a piangere mariti e figli torturati e uccisi.
Ho documentato in Africa la capacità di sopravvivere a carestie e condizioni estreme nelle quali trovavano la forza di crescere i figli e proteggerli da un futuro senza futuro.
In Bangladesh, il mio obiettivo si è fermato sulla tragedia di bambine e donne distrutte nel corpo e nell’anima da uomini che gettano loro acido solforico in faccia per vendicarsi di un rifiuto. Vite distrutte, negate. Eppure molte di loro hanno trovato la forza di affrontare quel futuro che nelle intenzioni dei carnefici avrebbe dovuto spegnersi in quel gesto tragico e violento.
Il privilegio della mia professione è entrare in tante storie diverse, testimoniare il dolore o la felicità, a volte, il lato oscuro di un’umanità che si fa feroce e dimentica la pietà.

In questa geografia della sofferenza e della condizione sottomessa delle donna, occupa un posto speciale l’Afghanistan. Un paese costretto da una lunga guerra inventata da pochi e sofferta da molti, dove la donna paga il prezzo più alto.
Tradizioni secolari le impongono il silenzio, l’obbedienza, la rassegnazione. Nascoste nelle case e nei burqa, schiave di padri e mariti subiscono le violenze di sempre, quelle che la cultura tribale ha loro assegnato per tradizione tramandata.
Un universo difficilmente penetrabile, visto attraverso una lente deformata da una guerra che cambia i contorni e li confonde in una nuvola nera.
Per me l’Afghanistan conosciuto era quel mondo militare di cui seguivo spostamenti e strategie.
Poi, un incontro inaspettato mi ha permesso un nuovo punto di vista e ho guardato la realtà di quel territorio con occhi nuovi.
Un’occasione che Luca Lo Presti mi ha regalato proponendomi di documentare il loro progetto di microcredito alle donne di Kabul.
Il mondo intorno a me ha cambiato sembianze e, con esso, anche le certezze.
Ho capito che nella guerra può esserci la pace, la voglia di riscatto, la forza che tanta umanità s’inventa per proseguire il cammino verso una speranza più giusta del rombo degli elicotteri o dei bombardamenti intelligenti.
Sono entrato con le donne nelle loro case, ho visto i sorrisi imbarazzati dei bambini che servivano il thè speziato, ho condiviso la semplicità dell’accoglienza.

Famiglie che mi hanno accolto nel poco che hanno e spartito senza chiedere in cambio.
Questa è l’anima autentica di questo popolo che chiede giustizia e il necessario per una vita dignitosa. Non cercano spartizioni d’interesse e di potere, non vogliono il male di nessuno. Chiedono semplicemente di vivere nella loro terra e della loro terra, crescere i figli e non vederli morire o saltare sulle mine per le strategie geopolitiche del potente di turno.
Le storie personali nascono dagli incontri e si nutrono di emozioni. Sono grato a Laila, alle molte “Laila” incontrate nel mio percorso di vita, alle impronte che hanno lasciato nella mia memoria e che ho cercato di tradurre in immagini capaci di fermare un frammento di realtà.

 

Ultima modifica il Lunedì, 23 Dicembre 2013 07:55
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