L'ambigua complementarità delle figure di genere. Parte I

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Lea Melandri, Zeroviolenzadonne
4 marzo 2014

Dialogo in due puntate con Stefano Ciccone

Parte I
Nelle pagine finali del suo libro, Essere maschi, dopo avere chiarito che non si tratta di mettere a confronto "identità statiche" del maschile e del femminile, ma di affrontare il conflitto tra "singolarità sessuate", Stefano Ciccone scrive:

“…quello che mi preme osservare è come nella ricerca di interlocuzione con i padri politici e teorici (…) emerga il persistere di quella che chiamerei una sorta di resistenza femminile nel costruire una relazione politica con gli uomini a partire da un reciproco riconoscimento di parzialità  sul terreno della differenza. Il confronto appare più faticoso e contraddittorio se in campo non c’è la “differenza maschile” nella sua forma storica e teorica a tutto tondo (…) ma l’esperienza e l’esercizio maschile del differire, certamente accidentato, balbettante e “fuori fuoco” (1)

La “resistenza”, di cui parla Stefano, non può essere attribuita solo all’aspetto faticoso e contraddittorio del confronto fra esperienze di singoli, uomini e donne, ma anche alla difficoltà di sottrarsi a quella che è stata finora la molla dell’attrazione amorosa, il sogno d’amore, come ricomposizione armoniosa degli opposti, la spinta alla riunificazione inscritta nella complementarità delle figure di genere.

L’amore è simpatia profonda e irresistibile di nature diverse, è la ricomposizione delle forze scomposte, è equilibrio dei contrari, è il complemento di cose disgiunte”. (Paolo Mantegazza)

L’amore è fusione assoluta, al di sopra di ogni differenza: è il miracolo che di due esseri complementari fa un solo essere armonioso”. (Sibilla Aleramo)

Nel saggio Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf confronta le conversazioni tra amici prima e dopo la guerra. I commensali avrebbero detto le stesse cose, ma sarebbero apparse diverse perché accompagnate, in passato, da un “ronzio inarticolato eppure musicale, eccitante”: e cioè l’illusione amorosa, quando ancora non si pensava a un sesso indipendentemente dall’altro. A segnalare che “qualcosa mancava” è il passaggio di un “gatto senza coda”. E’ come dire che il bisogno di interezza dell’individuo  -corpo e mente, sentimenti e ragione- fa fatica a sciogliersi dalle identità di genere, così come sono state costruite, fatte per completarsi a vicenda. Scrive Virginia Woolf:

C’è in noi un profondo, benché irrazionale istinto a favore della teoria che l’unione dell’uomo e della donna provoca la massima soddisfazione, la felicità più completa.”(2)

Non dobbiamo dimenticare che le figure di genere strutturano rapporti di potere ma anche l’amore come ideale ricomposizione dei due rami divisi della specie umana.
Nel mio caso, il “confronto” non è stato tanto con i padri e i teorici del “maschile a tutto tondo”, ma con quei pensatori che, sia pure inconsapevolmente, lasciavano trapelare le ragioni profonde del dualismo sessuale, le lacerazioni che apre nell’individuo di un sesso e dell’altro. Sono stata attratta da esperienze che permettevano di far luce sul rapporto dell’uomo-figlio col corpo della madre,  su un processo di individuazione vissuto come fuga, differenziazione dal femminile, in cui potevo riconoscere per certi aspetti anche il mio percorso  di figlia femmina che ha potuto studiare, prospettarsi un destino diverso da quello previsto per una donna.

Il fatto che si trattasse di autori che parlavano del dualismo in modo neutro mi permetteva di operare una sorta di “maieutica”: rivelarli a se stessi, spingerli a prendere coscienza del loro essere sessuati. Mi sono accanita, in altre parole, perché gli uomini “partorissero” il loro corpo, esprimessero sentimenti e emozioni. Sappiamo bene quanto sia ancora forte la tentazione delle donne di addolcire, piegare la durezza o l’astrattezza maschile: cambiare l’uomo, anziché se stesse. Se nei rapporti di coppia questo atteggiamento può portare sofferenze e conflitti, quando si tratta di scritture la situazione è molto diversa.

Nelle parole dell’altro  -anche quelle più segnate dal sessismo- posso riconoscere una rappresentazione del mondo che è diventata, forzatamente o meno, anche la mia; posso esserne attratta fino a ricalcarla, per poi tracciare quel leggero solco che mi permette di guardare con occhi disincantati la posizione dell’altro e la mia. In un duplice movimento si combinano la fusione amorosa, che procede ciecamente e dietro spinte remote, e lo sguardo lucido della consapevolezza acquisita.

Confrontarmi con il pensiero di un uomo consapevole di che cosa ha significato storicamente, e nella sua esperienza, la virilità, mi dà una soddisfazione intellettuale enorme, simpatia, affetto, speranza che qualcosa possa cambiare nel rapporto tra i sessi. E’, in sostanza, quello che vado chiedendo da anni alla cultura maschile: che gli uomini smettano di “occuparsi delle donne” e facciano “autocoscienza”.

Ma la domanda a questo punto è: quali forme nuove può prendere l’amore, quando uomini e donne non si muovono più dentro la logica degli opposti, della complementarità, dell’indispensabilità reciproca? Come possono stare insieme libertà, consapevolezza di sé, amore? Soffermarsi sulle contraddizioni, inevitabili in questa fase di passaggio, è importante per evitare che le consapevolezze nuove restino ferme ai buoni propositi o ad atti volontaristici.

Una volta presa coscienza dell’aspetto coercitivo e alienante degli stereotipi di genere, bisogna capire perché hanno messo radici così profonde dentro di noi, da dove hanno origine, perché compaiono così precocemente nella vita degli individui. Io penso che il dualismo sessuale - e tutte le dualità che vi si sono costruite sopra - abbiano una preistoria, non ancora indagata a fondo, nel rapporto dell’uomo figlio col corpo materno, una vicenda che si dà all’origine di ogni individuo,  ma che tende a prolungarsi oltre misura per effetto della storia che vi è andata sopra: l’identificazione della donna con la madre e con l’oggetto sessuale.

Nell’analisi che Stefano fa della sessualità maschile e delle sue forme più violente, mi sembra che questa “preistoria” non sia messa a tema quanto merita. La “miseria” della sessualità maschile viene attribuita al fatto di essere ridotta a “consumo” e “dominio”, una sessualità che è stata rappresentata come “incontrollabile”, una pulsione violenta che agisce come una sorta di “rivalsa” contro quello che è percepito come un potere femminile - la bellezza, la seduzione, la cura. L’uomo si sente provocato da un ribaltamento di poteri che lo mette in condizione di dipendenza e di bisogno: è questo che lo spingerebbe  a una reazione violenta.

1. Stefano Ciccone,  Essere maschi. Tra potere e libertà,  Rosenberg & Sellier, Torino 2009, p.214.
2. V. Woolf, Una stanza tutta per sé, in Per le strade di Londra, Garzanti, Milano 1974, p.288.


Ultima modifica il Martedì, 04 Marzo 2014 08:35
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