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Le donne africane in prima linea: “Abituate a sopportare in silenzio, ma ora conosciamo i nostri diritti”

Corriere della Sera
26 05 2014

Le studentesse di Chibok erano le ragazze più fortunate, perché i loro genitori erano rimasti convinti dell'importanza di farle andare a scuola

di Viviana Mazza

In quanto donne africane e nigeriane siamo spesso abituate a sopportare senza parlare, ma la storia del rapimento delle studentesse di Chibok ha provocato l’indignazione di ogni donna nel Paese. Gli abitanti del villaggio chiedevano aiuto a gran voce, ma alcuni personaggi del governo mettevano in dubbio il rapimento. Il governo federale era assente o per lo meno, se stava facendo qualcosa, di certo questo impegno per salvare le nostre figlie non era visibile a nessuna di noi.

Parla Toyin Saraki, ex first lady dello stato di Kwara nel nord della Nigeria e presidente della “Wellbeing Foundation Africa”, una Ong che si occupa del benessere delle donne e delle madri. Dopo la grande attenzione internazionale intorno all’hashtag #BringBackOurGirls non va dimenticato che sono state le donne africane come lei le prime a protestare contro “l’apatia del governo nigeriano” di fronte al rapimento di oltre 200 minorenni. E continuano a farlo. Lo ha ricordato in un recente editoriale anche Leymah Gbowee, attivista liberiana co-vincitrice del Nobel per la Pace nel 2011. “Il mito e gli stereotipi accecano il mondo sulla realtà di quello che le donne africane stanno realizzando”, ha scritto. “Questa risposta di massa in Nigeria – sottolinea d’altra parte Toyin Saraki – dimostra che i nigeriani e le nigeriane conoscono i propri diritti”.


Se Padre Kizito ha sottolineato, in un precedente post, il timore che il caso delle ragazze rapite metta l’Africa in cattiva luce e dia l’impressione che gli africani abbiano bisogno dell’intervento internazionale per far rispettare i diritti, Toyin Saraki rappresenta un esempio dello sforzo locale per portare avanti i diritti delle donne: un aspetto che non sempre riceve la dovuta attenzione mediatica, come nota anche Leymah Gbowee.

Nel 1996, quando 139 ragazze furono rapite dalla loro scuola a Aboke, in Uganda, da membri dell’Esercito di Resistenza del Signore (di Joseph Kony), la vicepreside della scuola, Sorella Eachele Fassera, una suora italiana, seguì i ribelli e fu in grado di comprare da loro 109 delle ragazze. Angelina Atyam, una madre la cui figlia non ritornò a casa, divenne una delle leader delle attiviste in Uganda e volò più volte alle Nazioni Unite per chiedere la liberazione delle ragazze. Alla fine, le sopravvissute riuscirono a ritornare a casa, inclusa la figlia di Atyam. Per anni, i media occidentali non ebbero idea di ciò che era successo.

Nei giorni peggiori della guerra civile durata 14 anni nel mio Paese, la Liberia, migliaia di donne cristiane e musulmane si sono riunite in un campo lungo la strada principale della nostra capitale, e sono rimaste sedute là, per mesi, sotto la pioggia e sotto il sole, chiedendo la pace. La protesta delle donne si diffuse in tutto il Paese e, quando i colloqui di pace furono sospesi in Ghana, barricammo la sala conferenze finché i negoziati non ricominciarono. Ma al di fuori della Liberia nessuno sembrò notarci.

Toyin Saraki, l’ex first lady dello stato nigeriano di Kwara, sottolinea da una parte gli enormi ostacoli per l’istruzione (non solo femminile) in Nigeria, “dove 10,6 milioni di bambini non vanno a scuola, e la maggior parte di loro vive nel nord del Paese”. Prima del caso di Chibok, ci sono stati altri rapimenti di ragazze e, spiega Saraki, “è difficile per noi conoscere i numeri, e dire se sono state effettivamente rapite oppure sono vittime del traffico di esseri umani, o ancora sono state date in spose quando erano ancora minorenni, o magari vendute come schiave. E’ difficile perché le informazioni non vengono diffuse: in parte potrebbe darsi che ci vengono nascoste, e in parte semplicemente non vengono comunicate.

Non è solo un problema legato a Boko Haram, perché abbiamo problemi legati alla cultura e alla tradizione: stiamo lavorando con tutte le nostre forze per portare la modernità in linea con gli Obiettivi del Millennio dell’Onu, ed è tragico che dopo tutto questo lavoro, di così tante persone e organizzazioni, per migliorare la protezione delle donne e delle ragazze, i conflitti e il terrorismo le mettano ulteriormente a rischio. Prima di essere rapite, le studentesse di Chibok erano le ragazze più fortunate, perché i loro genitori erano rimasti convinti dell’importanza di farle andare a scuola. La paura per Boko Haram aggiungendosi alla mentalità tradizionale portano molte famiglie ad evitare che le figlie studino”.

D’altro canto, l’ex first lady nota pure i progressi, nel passaggio per esempio di leggi che tutelino i minorenni. “Lo stato di Kwara è stato il primo dei 19 stati del nord della Nigeria ad approvare il Child Rights Act nel 2009″. Rivendica il lavoro della sua fondazione nel mostrare concretamente alla gente i benefici del progresso. “Noi non siamo contro tutte le pratiche tradizionali, ma solo contro quelle che danneggiano fisicamente o mentalmente uomini, donne, bambini e che in tal modo danneggiano la comunità intera”.

Toyin Saraki apprezza l’aiuto internazionale, ma crede che la responsabilità primaria per la Nigeria sia degli stessi nigeriani e dei loro governanti.

Come donne sappiamo che i governi globali hanno raggiunto un certo consenso nella lotta al terrorismo, ma per quanto ci riguarda in questa situazione riteniamo che la responsabilità ricada sul nostro governo, perché è suo il compito di proteggere la salute e il benessere dei suoi cittadini. Il governo potrà ricevere e utilizzare l’aiuto esterno ma deve anche saper utilizzare tutte le infrastrutture che noi abbiamo già: coinvolgere l’agenzia per la prevenzione del traffico degli esseri umani, la polizia e l’esercito, l’agenzia per la protezione dell’infanzia. La nostra attenzione non verrà meno.

 

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