Riequilibrare le forze: il potere delle donne nella protesta

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di Ilaria Maccaroni, Zeroviolenzadonne
29 maggio 2012

Il 2 giugno a Roma si svolgerà la manifestazione nazionale indetta dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica a difesa del risultato referendario sull’acqua dello scorso giugno. Quando si parla di questa risorsa fondamentale per tutte gli esseri viventi sul nostro pianeta, la memoria corre subito all’ultimo Forum alternativo mondiale sull’acqua (Fame) tenutosi a Marsiglia dal 14 al 17 marzo di quest’anno1.

Il forum ha visto la partecipazione massiccia di attiviste, politiche e intellettuali, come la senegalese Bintu Ibrahima Datt portavoce delle donne africane, Catarina de Albuquerque, relatrice speciale all’Onu e di molte altre, dal cui incontro è scaturita una dichiarazione finale delle donne dal titolo «Donne e acqua».

L’autrice della dichiarazione, attivista della onlus “Yaku” che in quechua vuol dire “acqua” appunto, (un’organizzazione che si batte per la difesa dei diritti delle popolazioni indigene sudamericane), ha riaffermato la solidarietà delle donne indigene con le donne di tutto il mondo le cui lotte, assieme a quelle di tutti, rafforzano la battaglia contro il «sistema patriarcale capitalista globalizzato».

Queste parole dimostrano quanto le donne siano ovunque in prima linea nelle battaglie sociali ed ecologiche contro la finanza corporativa globale e l’ingiustizia sociale, proprio perché escluse dai luoghi di potere da cui si attuano le politiche di austerity e di privatizzazione devastanti che si accompagnano all’avanzata del capitalismo globalizzato. La presenza delle donne in questi movimenti in tutto il mondo, come anche in Italia, è così evidente da sembrare scontata. Tuttavia, quando la protesta si fa minacciosa e dalla piazza si passa alla difesa concreta dei propri diritti, screditare le donne diventa un bersaglio facile per danneggiare l’intero movimento, agitando lo spauracchio dello stereotipo culturale.

In un articolo comparso su 'Io Donna' del Corriere della Sera, intitolato “No Tav le donne sconfitte della Val di Susa” di Paolo Sapegno2, le manifestanti vengono biasimate per il loro ricorso alla violenza. L’articolo è una disamina del nuovo modello di donna italiana violenta, appartenente a gruppi della sinistra radicale e catapultata nel XXI secolo direttamente da un trascorso polveroso,  nato dalle ceneri di un passato (quello della protesta violenta) ormai tramontato. Nell’articolo le donne sono etichettate tutte come violente e antipacifiste, vittime di una metamorfosi mostruosa che sarebbe stata portata nella valle da altre donne violente dei centri sociali di altre zone del paese.

A sostegno di questa tesi, l’autore ricorre a una serie di immagini pittoresche: c’è una signora che in testa alla folla usa le cesoie per tagliare il filo spinato che circonda la zona rossa del cantiere (invece di usarle probabilmente per tagliare l’erba), un’altra che predica alla folla sbiascicando un maldestro dialetto come una madre appena un po’ alterata (invece di rivolgere amorevoli incoraggiamenti in un italiano impeccabile), e quella che ha rivendicato il lancio di un lacrimogeno contro Bonanni e che l’inspiegabile metamorfosi femminile avrebbe trasformato da bella e ammaliante a violenta e impertinente. L’incipit dell’articolo riassume, del resto, molto bene il concetto: «C'è un mondo che sembra scomparire in Val di Susa, sommerso dalle proteste e dalla rabbia. Ed è come se un vento di follia ci travolgesse. Addio No Tav.
In questo nuovo clima, di urla e di furore, le donne che ci sono forse non sono più le stesse o forse le abbiamo perse noi nelle nebbie di questi clangori».

Leggendo l’articolo ci si chiede se l’autore conosca davvero ciò che sta accadendo nella valle, sia al corrente delle ragioni dei e delle manifestanti, di quanto le autorità siano sorde alle richieste di confronto che provengono da più parti e non solo dalla Val di Susa, e di come il problema del dissenso sulla Tav sia stato sbrigativamente risolto militarizzando la valle.

A proposito di violenza, in un articolo del 2000 pubblicato sul sito di Indymedia UK intitolato «Prague Black Block Women Speak out!» (Donne del Blocco Nero di Praga ditelo a chiare lettere!) di Molly Mayhem3, l’autrice si chiede per quale ragione soltanto gli uomini abbiano il diritto di reagire alla violenza, mentre le donne dovrebbero mostrarsi asservite e passive. E il ragionamento, posto in questi termini, non fa una piega. È il ricorso alla violenza di per sé che, secondo altri, farebbe la differenza.

Eppure la violenza, alla stregua del pacifismo, è una strategia di lotta a cui ricorrere a seconda del contesto in cui si vive e dell’oppressione che viene esercitata su un gruppo o su una comunità, e dipende essenzialmente dai mezzi che quella comunità possiede per attuare delle funzionali strategie di difesa. Inoltre, la passività è un atteggiamento a cui le donne, grazie al cielo, hanno rinunciato da tempo, e non solo nel mondo occidentale. E questo sta portando i suoi frutti in tutti i paesi. Prendiamo l’esempio delle rivolte della primavera araba.

Sul numero di Ms pubblicato nella primavera del 20114, in un articolo intitolato «Women of the Arab Spring» (Donne della Primavera Araba), Robin Morgan sottolinea il ruolo che da anni le donne dei paesi arabi svolgono nella rivendicazione dei propri diritti. D’altronde la primavera araba è stata facilitata dalla partecipazione massiccia delle donne ai raduni nelle piazze. La blogger tunisina Lina Benn Mhenni è stata la prima a diffondere la protesta tunisina nel mondo attraverso la rete.

Durante la protesta egiziana le donne sono scese in piazza, nonostante i divieti imposti dalla legge e le violenze e le molestie sessuali esercitate in passato contro di loro durante le proteste pubbliche. Tuttavia, Amal Abdel Hady della New Woman Foundation ha fatto notare quanto la stampa avesse dato poco risalto alla partecipazione delle donne alla protesta, dando così l’idea che solo gli uomini ne fossero i veri fautori. Nel Barehin la polizia gettava i lacrimogeni contro le donne scite che cantavano slogan anti-governativi, avvolte nei loro chador, e che sono rimaste lì fintanto che i poliziotti non se ne sono andati. Infine, pochi sanno che la rivolta libica è scoppiata in seguito  a un sit-in di giudici e avvocati svoltosi davanti all’ufficio del procuratore generale di Bengasi, guidato da Salwa Bugaighis, un’avvocata di quarantacinque anni.  
 
Ovunque le donne stanno facendo sentire la loro voce. L’augurio è quello di unire le forze nella protesta globale e fare ognuna la propria parte. La dichiarazione finale di Fame 2012 «Donne ed acqua» si conclude efficacemente con queste parole: «Noi vogliamo diventare protagoniste della nostra vita ma anche di queste lotte. Noi lavoriamo al fine di elaborare un rapporto di forze che sia efficace, perché una convergenza del movimento femminista verso il movimento sociale è fondamentale».

(1) “Le donne e le lotte per l’acqua pubblica” Confronti.net http://www.confronti.net/SERVIZI/le-donne-e-le-lotte-per-lacqua-pubblica.

(2) “Le donne sconfitte della Val di Susa”, di Paolo Sapegno, Io Donna, 3 Marzo 2012 http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2012/sapegno-inchieste-val-susa-30630385720.shtml.

(3) http://www.indymedia.org.uk/en/2000/11/806.html.

(4) http://www.msmagazine.com/spring2011/womenofthearabspring.asp.

Ultima modifica il Giovedì, 31 Maggio 2012 08:27
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