#GazaUnderAttack fermiamo il massacro, rompiamo l'apartheid

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Dinamo Press
10 07 2014

Non si ferma l'escalation di attacchi israeliani nella striscia di Gaza. A farne le spese soprattutto' la popolazione civile già stremata dall'assedio. Domani in piazza a Roma ore 18,00 largo Corrado Ricci.

Continuano senza sosta i bombardamenti di Israele sulla Striscia di Gaza, che stanno provocando una vera e propria carneficina: 74 morti e 550 feriti in soli tre giorni di attacchi indiscriminati, soprattutto civili (donne e bambini), “scudi umani” che vengono spazzati via insieme alle case e alle infrastrutture distrutte dai razzi israeliani.

Fonti militari di Tel Aviv parlano di almeno 300 "obiettivi" colpiti nella notte a Gaza e dintorni durante l’operazione Operation "Protective Edge", mentre il presidente uscente Shimon Peres minaccia l’invasione di terra “se Hamas non interromperà i lanci di razzi”. Per questa ragione sono stati richiamati 20 mila riservisti. La reale minaccia dei missili delle milizie di Hamas è consegnata dal bollettino giornaliero delle operazioni del sistema antimissile Iron Drome, che parla di oltre il 90 per cento di “intercettazioni”, senza nessuna vittima o ferito da parte israeliana.

La comunità internazionale è ridotta al silenzio o al balbettio ipocrita di una richiesta generica e improbabile di “cessate il fuoco”. Diversi paesi arabi, Giordania in testa, chiedono una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre i tradizionali mediatori in Medioriente (Usa ed Egitto) si girano dall’altra parte, chi perché in guerra con i Fratelli musulmani (vicini ad Hamas), chi perché intrappolato nella debolezza politica di Obama. L’Europa, ancora una volta, dimostra la sua ineffabilità politica, diplomatica e umanitaria.

Sulla maggior parte dei media occidentali l’”allarme razzi” conquista i titoli, solo nei sommari o all’interno delle cronache emergono le crude cifre di un massacro che non merita nemmeno la dignità dei dettagli. I palestinesi uccisi, infatti, quasi sempre vengono rappresentati senza nome né immagini e spariscono dentro generiche formule burocratiche, che parlano di “bilancio delle operazioni”.

Davanti a questa rappresaglia indiscriminata, che viola qualsiasi convenzione internazionale, emerge chiaro l’obiettivo politico di Israele, che ha trasformato in occasione di guerra la vicenda del rapimento e uccisione dei tre adolescenti delle colonie ebraiche di Hebron: rompere il governo di unità nazionale Anp-Hamas, piegare ogni resistenza nella Striscia di Gaza, proseguire nell’estensione e nel consolidamento delle colonie nei territori occupati, mantenendo saldo il controllo sulle risorse, sul lavoro e sulla vita della popolazione palestinese.

E’ giunta l’ora di rompere il silenzio e costruire dal basso una nuova campagna di solidarietà e di sostegno al popolo palestinese, che sappia guardare con nuovi occhi e nuovi strumenti alla lotta di resistenza contro l’apartheid e la violenza neo-liberale del governo di Israele. All’escalation guerreggiata contro i palestinesi si accompagna una politica interna fatta di tagli, privatizzazioni, riduzione del welfare e dei salari che, negli anni precedenti, aveva trovato una timida ma promettente opposizione sociale. Rompere il delirio “etnico”, religioso e nazionalista per costruire un ponte comune tra queste istanze diverse ma non inconciliabili, dovrebbe essere uno degli obiettivi di una nuova stagione di lotta per l’autodeterminazione e i diritti dei palestinesi.

A tre giorni dall’inizio dei bombardamenti, iniziano a palesarsi le prime mobilitazioni contro i crimini del governo di Tel Aviv. A Roma, venerdi 11 luglio, dalle 18, in largo Corrado Ricci (via Cavour), associazioni, reti e movimenti promuovono una prima manifestazione pubblica in occasione del decennale dalla sentenza (inapplicata) della Corte internazionale di giustizia contro il muro di separazione e annessione dei territori occupati.

Il 9 luglio 2004 la Corte si pronunciava contro “la costruzione del muro da parte di Israele nel Territorio Palestinese Occupato nonché dentro e intorno a Gerusalemme Est, e contro il suo regime associato, perché contrari al Diritto Internazionale ed in contrasto con il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”, diritto sancito dallo Statuto dell’Onu.

La Corte affermava che “la costruzione del muro aveva portato alla distruzione o requisizione di proprietà contravvenendo agli Articoli 46 e 52 dei Regolamenti dell’Aia del 1907”, concludendo che “tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere la situazione illegale derivante dalla costruzione del muro, di non prestarsi e non collaborare al mantenimento dello stesso ma operare per porre fine alle violazioni in conformità a quanto stabilito anche dalla Quarta Convenzione di Ginevra”.

Parole perse nel vento, insieme alle decine di risoluzioni dell’Onu contro 60 anni di politiche illegali del governo israeliano. Solo la ripresa di una forte resistenza palestinese e di un movimento globale di solidarietà potrà incrinare questo muro invisibile, fatto di silenzio, complicità, convergenza di interessi economici e cattiva coscienza occidentale.

Un appuntamento importante, quello di domani, che rischia di fare i conti anche con la deriva squadrista della parte militante della comunità ebraica romana, protagonista delle recenti violenze contro attivisti pro Palestina. Anche in questo caso, si pone l’urgenza di incrinare l’egemonia razzista e reazionaria all’interno della comunità, per riaprire una dialettica fuori dal perimetro dell’estremismo sionista e dell'identificazione con le politiche israeliane.

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