Lotta al caporalato. La Regione Puglia ci prova

Ella Baffoni, Zeroviolenza
15 luglio 2014

Il primo campo, località Fortore, è già pronto. Mercoledì, annunciano i volantini affissi al Ghetto di Rignano (vedi le foto), chi vuole potrà trasferirsi lì. Troverà  le grandi tende azzurre della Protezione civile, una cucina autogestita, docce e bagni.
Ci sarà uno sportello di assistenza legale, uno per quella sanitaria, la scuola di italiano. Persino un campo di calcetto.

Allettante, ma non basta. Sarà difficile che gli abitanti del Ghetto di Rignano – oggi sono un migliaio, ma potrebbero crescere – ci si trasferiscano se non avranno la sicurezza del contratto. Perché quel grande agglomerato di tende di fortuna, incistate attorno a vecchi casali agricoli abbandonati e occupati dai braccianti, questo offre: lavoro. E pazienza se è un lavoro da schiavi, dodici ore passate nei campi a raccogliere pomodori o zucchine, o altri ortaggi, pagate 3,50 euro l'una, le mani verdi e i piedi scuri di terra.

Il Ghetto è il luogo di incontro tra braccianti e caporali, i “capibianchi” che tendono i rapporti con le aziende e procacciano lavoratori quando la stagione è al colmo, i “capineri” ai loro ordini, braccianti “emancipati” che hanno imparato bene la lezione  di sfruttamento e grazie alla conoscenza delle lingue africane fanno da traduttori sui campi. Il prezzo che i lavoratori pagano per l'intermediazione è altissimo: le aziende non li pagano, ma pagano i caporali che trattengono parte della paga oraria più il trasporto in un pulmino affollato all'inverosimile, più l'acqua e il panino: infatti è vietato ai lavoratori portarsi cibo e bevande.

E' un luogo senza leggi, il Ghetto, se non quella del più forte. Ma è anche il luogo della solidarietà, dell'ospitalità africana: grazie a chi lavora anche chi è disoccupato può avere un piatto di riso. Senza leggi, con il buono e il cattivo: qui vengono i pugliesi a rifornirsi di droga, qui ci sono i bordelli per chi se li può permettere, i bianchi e qualche caporale. Qui ci sono i ristoranti che cucinano all'africana, i bar, i “negozi”, persino le bancarelle di abiti usati e caricatori di cellulare. Un'economia informale che rende, nel bene e nel male, una città questo agglomerato di baracche.

Baracche, non di più. Uno scheletro di legno coperto dai teloni di risulta di plastica dismessi dalle serre tenuti fermi dai tubi di plastica dell'irrigazione, anch'essi dismessi. All'interno, uno strato di cartone ondulato e teli di plastica o di stoffa a “vestire” le pareti. Forni l'estate, frigo d'inverno impossibili da scaldare, e qui nevica.
Invisibile dalla strada, il Ghetto ha prosperato finché nessuno ne sapeva nulla, o distoglieva lo sguardo. Poi lo scandalo è scoppiato, ha passato le frontiere della Puglia e dell'Italia. In Francia e in altri paesi europei è iniziato il boicottaggio dei pomodori raccolti in questo modo. Impossibile far finta di nulla.

Ma non si tratta solo di “traslocare” 1500 persone, costruire tendopoli, fronteggiare un evento stagionale, e in gioco non c'è solo il Ghetto. Il punto è, lo dice chiaro l'assessore regionale Guglielmo  Minervini, che ha chiamato altri cinque colleghi a lavorare con lui al progetto “Capo free ghetto off”, “rompere il meccanismo economico dello sfruttamento dei braccianti. Eliminare la piaga del caporalato. Non tollerare più il lavoro nero. Da qui, infatti nasce il Ghetto e tutti gli altri piccoli ghetti disseminati nelle campagne di Puglia”.

Ecco dunque il progetto della Regione: spezzare il legame tra caporali e braccianti, svuotare volontariamente il Ghetto. Allestire cinque campi tendati, civili, con servizi. E ricostruire le liste di collocamento del bracciantato, su cui sono molto impegnate le associazioni di volontariato e la Cgil, far sì che le aziende agricole e quelle di trasformazione scelgano l'emersione dall'illegalità.  I primi due passi sono già stati fatti, il primo campo è già pronto, il secondo è un allestimento a San Severo; le liste di prenotazione raccolte al Ghetto – ma chiunque si può iscrivere – hanno raggiunto quota 600. Ora tocca alle aziende: chi assumerà in chiaro e a contratto avrà sgravi e contributi, e in più potrà usare il bollino Equapulia per i propri prodotti. Bollino che passerà – per l'acquisto di quei pomodori – anche alle aziende di trasformazione e dunque sulle scatole dei pelati.

Equapulia, pomodoro prodotto con lavoro pulito. Basterà a fermare il boicottaggio? Sì, se la complessa macchina messa in piedi dalla regione Puglia funzionerà. E' una scommessa che potrebbe davvero cambiare le cose: un bracciante “legalizzato”, sapendo che potrà trovare lavoro regolarmente – e usufruire semmai anche della cassa integrazione invernale – una casa potrà affittarsela, e per tutto l'anno. E' l'emersione, faticosa, nel mondo legale: ma il successo di chi ce l'ha fatta può essere uno stimolo per gli altri, per chi si fida solo del caponero. Un cambiamento piccolo che può innescare una preziosa inversione di tendenza, e non solo al Ghetto.

La stagione del pomodori, filone importantissimo nella gran miniera dell'agricoltura pugliese, ancora è agli inizi. Le piogge hanno rallentato la coltura, e i pomodori non sono ancora maturi nelle coltivazioni estensive. “Nei giorni scorsi abbiamo fatto gli ultimi incontri con le associazioni datoriali, Coldiretti, Cia e grandi aziende – dice Vito Ferrante, coordinatore dell'operazione “Capo free, ghetto out” per la Regione – credo che convenga a tutti l'uso del bollino Equapulia, che interessa molto la grande distribuzione. Ci sarà un efficace monitoraggio sui campi e nelle aziende”.  I controlli saranno garantiti, infatti, dalla prefettura con una task force (carabinieri, finanza, Inps, Inail, tribunale) che affiancherà gli ispettori del lavoro.

Un progetto complesso, dunque, non senza rischi. Il premio per l'emersione del lavoro legale è attivo da anni, ma le aziende foggiane non lo hanno finora mai utilizzato. Il bollino potrebbe fare la differenza: “Puntiamo a un'alleanza con i cittadini, con chi fa consumo critico. Con chi sceglie non solo il prezzo delle merci, anche la qualità e l'eticità” dice l'assessore Minervini. Quindici anni fa, ricorda, la rivolta silenziosa dei consumatori uccise il contrabbando delle sigarette. Fu quando, nell'estate del '98 ci furono scontri sanguinosi tra banditi e polizia sulla Bari-Brindisi che costarono diversi morti. Nessuno comprò più sigarette illegali, una rivolta civile mise fine a quella forma di economia criminale.

Anche lo schiavismo nei campi è criminale, e fa del male a tutti. Ecco i calcoli di Daniele Calamita, segretario della Cgil-Flai di Foggia: “la quantità di denaro che gira intorno al caporalato nel solo periodo della raccolta del pomodoro va dai 21 ai 30 milioni di euro. In due mesi di lavoro i braccianti immigrati arrivano a guadagnare intorno ai 27-36 (da 3 a 4 euro per cassone raccolto) milioni di euro, dai quali vanno, detratte tulle le speculazioni del caporalato, i conti sono fatti al singolo schiavo vanno circa 400-500 euro in 2 mesi di lavoro (circa 6-7 milioni di euro in 60 giorni) tutto il resto va nelle tasche del sistema perverso del caporalato”.

Se invece il lavoro nero emergesse? La Cgil dà i numeri: ogni stagione si stimano almeno 1.500.000 giornate lavorative complessive. Ai 15.000 braccianti stranieri, dati sottostimati, toccano 1 milione di giornate. Con una retribuzione da contratto (49,88 € al giorno) “il gettito economico per la sola retribuzione sarebbe di € 49.880.000 milioni di euro. Se aggiungiamo il mancato gettito previdenziale (Inps) pari a circa 10.000.000 di euro (il calcolo è: 8,89% della retribuzione a carico del lavoratore e circa 5 euro giorno da parte delle imprese, visto che tutte applicano la fiscalizzazione degli oneri contributivi, con sconto del 80%), e se aggiungiamo anche il mancato gettito fiscale, che per i soli lavoratori ammonta ad € 1.122.400 (il 23% della retribuzione) al quale va aggiunto il mancato gettito dalle imprese… il sistema della illegalità sottrae alla collettività dai 60 agli 80 milioni di euro”. Dai 60 agli 80 milioni di euro.

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