Transmedia, il futuro della narrazione

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28 10 2014

Social network, crowdfunding, serie tv e web, talent, wikipedismo, portali come youtube o come anobii, fandom e fan-like stanno modificando il nostro modo di raccontare. Facendo erompere la narrazione dalle gabbie di un medium unico e di un unico linguaggio-

Non sai cosa mi è successo stamattina, anzi è iniziato tutto ieri sera quando…: ogni momento costruiamo narrazioni. Ogni momento operiamo scelte autoriali; anche per una frase quotidiana come questa, abbiamo scelto per lo meno narratore, tempo, stile, lingua, genere, e usato suspense, reticenza, flashback e tre piani temporali. Senza racconto non esistiamo. Ma se la narrazione è un bisogno primario come il respiro, il cibo, il futuro della narrazione ci riguarda: che sta succedendo al racconto, che succederà?

Transmedia, social network, crowdfunding, serie tv e web, talent, wikipedismo, portali come youtube o come anobii, fandom e fan-like, notizie seriali modificano il modo di narrare. Per Henry Jenkins, tra i suoi massimi studiosi (Convergence Culture, Apogeo 2007), il transmedia storytelling è il racconto di una storia tramite più media, tutti indipendenti e addizionali, in modo che la somma delle narrazioni sia maggiore della narrazione nativa. L’esempio classico è Star Wars di Lucas (1976), ma la serialità americana ne ha fatto la sua cifra. The Walking Dead, serie a fumetti di Robert Kirkman, ha generato: una serie tv e tre web, due videogame (uno dalla serie, uno dal fumetto), tre romanzi, un’app, un flipper e un hamburger al sapor di carne umana: tutti diversi. Così, ogni fruitore può fruire anche di uno solo dei canali, ma ha interesse a fruirli tutti; non più destinatario del messaggio, ne è lui, più della narrazione stessa, il soggetto; colui che cambia la narrazione. La convergenza tra media mainstream e grassroot, cioè generati dagli utenti – come la chiama Jenkins – è una delle forme di questa tendenza.

Accade anche nel crowdfunding, in cui il creatore del prodotto narrativo (ma si può finanziare di tutto) mette on line il proprio progetto su portali specifici (indiegogo, kickstarter…): il tuo pubblico è il tuo produttore; se al pubblico non piace, la narrazione non c’è. Nel tentativo di arginare la crisi cupa della stampa, la notizia smette i panni di nuda cronaca e si fa narrazione seriale o racconto flash commovente/divertente. Seguiamo come una telenovela anni ’80 i colpi di scena della strage di Erba, clicchiamo forsennati sulla colonnina destra dei quotidiani on line. Su Anobii, Mymovies e simili giudichiamo in tempo reale la narrazione appena fruita; non riusciamo più a non contare le stellette prima di decidere se comprare un libro/vedere un film. Anche i talent raccontano tante storie (anzi, la grande storia di quello show, vera e propria serie tv): sono le più succulente che facciamo andare avanti a furia di voti.

Siamo sicuri che le nostre narrazioni non siano influenzate da tutto ciò? Come faccio a sapere che, a furia di contare come monete i retweet su Twitter, subdolamente l’ansia di piacere non s’impasti alla ricerca di una qualità narrativa? Anche alla cronaca chiediamo: raccontaci una storia! Abbiamo deciso che, per avere il grande pubblico, la narrazione non sperimentale, consolatoria è l’unica. Secondo me è una scusa – a volte per rifiutare un progetto, a volte per faticare meno. La legge è ovvia: solo se riesco a scrivere un romanzo valido, ai lettori piacerà. Ma, se scrivo al volo un raccontino su Facebook e noto che uno stile, un contenuto attira più di altri, come faccio a essere sicura che, chiusa negli anni di lavoro che un romanzo richiede, quel tintinnare di like non mi echeggerà ossessivo in testa? Che succede al mio modo di narrare quando leggo una sfilza di commenti negativi degli utenti sotto la scheda del mio film? La narrazione di qualsiasi tipo ha sempre avuto come destinatario il pubblico; sempre c’è (si spera!) un lettore/spettatore che ha non solo diritto di leggere, ma anche di esprimere pareri.

L’instant writing e l’instant reading che punteggiano i giorni in cui viviamo parlano però di una narrazione che si disfa, sgretola e tentacolizza per fidelizzare ogni tipo di pubblico, inizia solo se il pubblico finanzia, è vecchia subito. D’altro canto non abbiamo più la stupefacente arma dell’oblio: con un click disponiamo dell’intero arco narrativo (vita e produzione artistica, commenti inclusi) di chiunque; viviamo in un’unica totale costante narrazione collettiva dove l’autore non esiste? Nel 1827 il filosofo Trahndorff parlava per la prima di Gesamtkunstwerk, opera d’arte comprensiva di tutte le arti. Anche Wagner la citava nel ’49 portandone a esempio massimo il teatro della Grecia antica. Cercando accanitamente, Capote scoprì che l’unico modo di scrivere libri migliori è applicare «in una sola forma» ciò che sappiamo «di ogni altra forma di scrittura».

È di ogni tempo, dunque, la ricerca una narrazione che erompa dalle gabbie di un medium unico e un unico linguaggio. Non credo che al narratore giovi ripudiare o (tentare di) scampare al trasformarsi di ciò che della narrazione non è contorno ma uno dei materiali: la realtà; guardare e ascoltare è un bel pezzo del nostro lavoro. Cercare dentro «ogni forma di scrittura» affogando con spregiudicatezza e coraggio nel reale che ci è capitato; questa può essere, anche ora, la nostra ricerca.

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