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La protesta del materasso contro gli stupri nei campus diventa globale

La 27 Ora
30 10 2014

La solidarietà passa anche attraverso gesti eclatanti come, ad esempio, portare sulle spalle un materasso passeggiando nei campus universitari. E mercoledì gli studenti di decine di università americane hanno deciso di partecipare alla giornata di sensibilizzazione contro le violenze negli atenei, indetta dalle associazioni studentesche, e imitando la protesta di Emma Sulkovicz.

Da settembre la studentessa della Columbia University a New York porta sulle spalle il materasso sul quale anni prima è stata violentata da un compagno di corso, il primo giorno di università del secondo anno. All’inizio è stata in silenzio, poi quando altre compagne di corso le hanno raccontato di essere state stuprate dallo stesso ragazzo, ha deciso di rivolgersi alle autorità universitarie, ha raccontato il New York Times e il Time. Ma è stato tutto inutile. Così Emma e altre 23 ragazze hanno fatto causa a Columbia e inscenato una serie di proteste. Fino a questa ultima. “Non smetterò finché non verranno presi provvedimenti adeguati. Lui deve essere espulso”, ha detto. La sua è una “performance artistica” che farà parte della sua tesi. La ragazza studia arti applicate.

E il 29 ottobre decine di giovani hanno deciso di imitarla, postando le loro foto con l’hashatg #CarryTheWeight. Da Harvard a Budapest e Galles, passando per l’università del Texas, Brown, Rochester. “Quelle delle violenze nei campus è un problema che riguarda tutti gli atenei”, ripetono le studentesse.

A Columbia decine di ragazzi hanno portato i materassi con messaggi di solidarietà a tutte le vittime. Sulla scalinata principale dell’ateneo hanno fermato altri studenti chiedendo di firmare i materassi. Poi una marcia arrivata sotto casa del presidente Lee Bollinger. Infatti l’ateneo è stato accusato di voler coprire gli “stupratori” per non intaccare il prestigio di Columbia. Bollinger ha istituito una nuova commissione e servizi di ascolto come risposta alle proteste e ai numerosi articoli di giornale. “Il punto è che questi ragazzi devono essere allontanati. Non ci sentiamo più sicure”, spiega un’altra studentessa. Simili accuse sono state mosse a molti altri atenei, tanto da spingere la Casa Bianca a lanciare la campagna “It’s on us” e a creare una task force dedicata allo studio di questi drammatici casi, che ha prodotto in aprile un primo report e messo sotto indagine 55 campus.

Così, ancora una volta, gli studenti si sono organizzati. “Questo non è che l’inizio”, continuano. Ma il loro primo obiettivo era uno: “Dire a Emma che non è sola”, nonostante per anni lo sia stata. “Ha dovuto affrontare tutto in completa solitudine. Nessuno le ha creduto, questo non è accettabile”, spiega una ragazza con il megafono. Così tutte insieme porteranno il peso di quello che le è successo. “E nessuna vittima camminerà sola”.

Benedetta Argentieri

Ultima modifica il Giovedì, 30 Ottobre 2014 09:36
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