Bambini nel tempo

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Monica Pepe, Zeroviolenza
20 novembre 2014

Per un bambino o per una bambina i propri genitori sono l'universo intero, qualcosa di paragonabile per noi adulti alla realtà che ci circonda, qualcosa a cui non è pensabile sottrarsi per la propria stessa sopravvivenza.
Anche quando percepisce la privazione di cure, la confusione o l'abuso, il bambino o la bambina pur di non distruggere il suo unico habitat possibile preferisce rivolgere il furore contro di sè sviluppando al proprio interno un profondo senso di colpa piuttosto che proseguire naturalmente nello sviluppo della propria identità.

La violenza sui bambini produce danni tanto più gravi quanto maggiore è il legame affettivo tra l’adulto e il bambino e quanto più è immatura la personalità del bambino.

La violenza fisica è sempre anche psicologica, sia che venga agita dagli adulti sui bambini, sia che avvenga tra pari, tra adulti. Lasciare crescere da solo un bambino, ad esempio, è una delle peggiori forme di violenza che gli si possa infliggere. Esistono inoltre forme di violenza psicologiche, meno appariscenti, subdole e quotidiane a cui non viene data importanza.

Nella relazione con i propri figli è una forma di violenza inconsapevole l’incapacità di riconoscere l’altro come separato e diverso da sé, ostacolandone la crescita e utilizzandolo per i propri bisogni narcisistici.

In qualunque forma, la violenza è una sopraffazione compiuta da un debole su chi si trova in posizione di debolezza. La persona violenta non è in grado di controllare la propria aggressività distruttiva, perché ha un Io debole ovvero una struttura fragile della personalità.
L’aggressività buona è quella che ci permette di alzarci ogni giorno, di essere curiosi e di avere delle passioni, di provare una tensione positiva nei confronti della vita, di costruire legami e intimità.
Nel processo di costruzione dell’identità è utilizzata per tracciare la differenza tra sè e l’altro, all’interno dei conflitti tra generazioni serve per crescere ed essere autonomi.

L’aggressività distruttiva invece tende a demolire ciò che è stato costruito, ad annullare l’altro o se stessi. Sia che l’aggressività venga considerata un istinto, sia che venga considerata come una risposta reattiva alla frustrazione, tra i principali compiti degli adulti rimane quello di amministrare e insegnare agli adolescenti a contenere i propri impulsi.

Sappiamo che chi ha subito violenze può divenire a sua volta violento, ma poco si parla di una particolare forma di violenza che può produrre individui altrettanto violenti: quella che un grande psicoanalista Donald Winnicott indicava come “eccessiva benevolenza” nei confronti di chi deve crescere, e che oggi coincide con la progressiva assenza della funzione normativa da parte degli adulti, tanto in famiglia quanto nel mondo esterno.

La funzione educativa comporta l’onere e la fatica di stabilire le regole e farle rispettare, di mantenere la necessaria asimmetria del rapporto con ruoli chiari, tollerando conflitti e ribellioni, piuttosto che stabilire relazioni confuse e fintamente paritarie con i propri figli. Se non viene data loro la possibilità di introiettare una funzione critica e normativa, i ragazzi crescono fragili, insicuri e senza protezioni, soprattutto nei confronti dei loro stessi impulsi, indotti a reagire con violenza a qualunque frustrazione.

La latitanza educativa degli ultimi anni ha prodotto giovani con poca capacità di mediare tra le richieste della realtà e i loro impulsi o desideri, scarsa capacità di tollerare la frustrazione, insufficiente capacità critica e autocritica e, purtroppo, anche poche passioni. Con questa fragile struttura, i ragazzi incontrano la quotidiana rappresentazione mediatica della violenza, la praticano sul web, privo di regole proprio quanto il microcosmo familiare.

E come talvolta accade in famiglia, si scatenano in reazioni violente impunite e incontenibili, da leggere sempre attraverso l'assenza del mondo adulto, uomini e donne, nelle famiglie e nella società.

Per questo la prevenzione della violenza consiste anche nel creare le condizioni per una buona crescita, occupandosi dei disagi degli adulti che crescono i bambini, a riflettere sulle funzioni educative alla ricerca dei ruoli perduti.

Cambiare radicalmente la prospettiva con cui noi adulti guardiamo ai bambini e agli adolescenti, interrogarci sulle nostre contraddizioni per renderle vitali, farne un motore di cambiamento è forse la strada possibile per invertire la tendenza autodistruttiva di questo momento storico in cui viviamo. Un'epoca che tende a cancellare memoria e desideri per la fatica di guardarsi dentro e dare valore politico al proprio vissuto.

Al contrario prendersi cura dei bambini e degli adolescenti, anche attraverso la costruzione della realtà, può essere per ognuno di noi l'impresa più felice e riuscita verso il bambino o la bambina che è in noi.

Ultima modifica il Martedì, 25 Novembre 2014 08:50
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